Pochi giorni fa avevamo parlato del film relativo all'impresa di Dean karnazes che, lo ricordiamo, nell'autunno del 2006 ha corso 50 maratone, nei 50 stati degli Stati Uniti, in 50 giorni consecutivi, e in questi giorni è uscito anche il libro che completa il quadro e dà una visione più dettagliata, che i tempi cinematografici non consentono.
A livello pratico pare che Dean abbia chiamato ogni giorno Matt Fitzgerald raccontandogli tutto quello che gli veniva in mente. Questi ha buttato giù una bozza che poi Dean ha rivisto per dargli la sua "voce".
Risultato: il libro è scritto decisamente meglio del primo di Dean Karnazes, fornisce un quadro completo dell'impresa e per ogni giorno cerca di trarre e fornire una lezione utile a chi voglia cimentarsi nella corsa.
In effetti credo sarà un librò più appetibile per i principianti in cerca di consigli ed ispirazione che non per i veterani. Ciò non toglie che, in particolare negli aspetti mentali, un ripasso e nuovi stimoli sono sempre utili a tutti. Ricordiamoci che Matt Fitzgerald è anche autore di quel "Brain Training for Runners" che mi appresto a rileggere con entusiamo.
Per completezza è giusto ricordare anche che qualche polemica è sorta ad opera dei "veterani" sulla figura di Dean, uno scambio di opinioni recente (in Inglese) che ho letto volentieri e presenta varie tesi interessanti, senza scadere nella inutilmente animata e sterile discussione da bar, si trova su uno dei forum di Runner's world.
Matt Fitzgerald, che già mi aveva colpito per alcuni articoli sulla corsa letti nella rivista Triathlete, sforna questo lavoro che riprende molti concetti che ci sono cari, quali gli stretti rapporti e reciproche influenze tra mente e corpo.
Fitzgerald va oltre cercando di spiegare che la mente, non quella cosciente, controlla il corpo per mantenere un equilibrio, e quindi invia segnali di stanchezza ben prima che si esauriscano i substrati energetici. Oltretutto la mente può essere allenata a sfruttare meglio la muscolatura e quindi "risparmiare". Questo mette in dubbio qualcuno dei precetti fondamentali che finora ci hanno guidato, quali la centralità delle soglie nella determinazione dei ritmi di allenamento.
Ma anche non volendo bere alla fontana dei substrati energetici, i capitoli sulla tecnica di corsa, sull'accettazione della fatica e sulla programmazione dell'allenamento valgono i soldi dell'acquisto del libro.
Sembra un tomo corposo, in realtà la seconda metà è occupata da tabelle, che non ho mai amato, ma vengono presentate nella forma corretta, una base di lavoro che va adeguata alle condizioni esterne ed interne all'atleta, ogni giorno.
E' uno di quei testi che poi si tengono nello scaffale più accessibile per rileggerli periodicamente.
Marc Bloom, attivo nell'ambito del giornalismo che riguarda l'atletica leggera, qualche hanno fa ha accettato l'incarico di allenatore di una squadra di campestre di una scuola cattolica privata.
Pensava non lo prendessero, in quanto ebreo, in realtà pare fosse solo un problema suo.
Ha poi raccolto in questo libro le sue esperienze di allenatore alle prime armi che cerca di entrare nel misterioso mondo che sono le menti degli adolescenti.
La squadra parte con i classici atleti scapestrati, che dell'allenamento e della 'coscienza superiore ottenibile attraverso il sacrificio' non sanno proprio che farsene (a lato viene spontaneo chiedersi come Bloom potesse pensare che dei quindici/sedicenni medi fossero automaticamente portatori di valori, come la purificazione attraverso la sofferenza, per il semplice fatto di frequentare una scuola cattolica).
E di cose normali che accadono e sorprendono il buon Bloom ne è pieno il libro. Ma nonostante la seriosità e perenne ingenuità di Marc, i ragazzi reagiscono al suo impegno, onestà intellettuale e cuore oltre l'ostacolo, tanto che, dopo i necessari conflitti e problemi, diventano una squadra, e mi fermo per non dar via il finale.
Da queste parti si è accennato a qualche libro riguardante il mondo delle campestri delle superiori/università negli Stati Uniti, dagli Harriers, scritto dagli atleti, ai Buffaloes, scritto da un esterno, a Pain, romanzo scritto da un ex atleta. "God on the starting line" è scritto dall'allenatore e completa un po' il quadro dei diversi punti di vista.
Quello scritto dagli atleti è stato il più coinvolgente ed interessante, per me. Pain, bello, ma cinico e disilluso. Buffaloes troppo tecnicistico.
Questo di Marc Bloom ha i suoi lati interessanti, vi si apprezza l'evoluzione degli atleti come singoli e come squadra. I riferimenti alla religione sono ottimi spunti, indipendentemente dalle credenze, o meno, che si abbiano. La ricerca di un nutrimento spirituale, consciamente o inconsciamente fa parte della natura umana. Bloom è molto coinvolto nel suo essere ebreo, e cerca di non turbare le coscienze 'cattoliche' dei suoi allievi, che a mio avviso sono nella scuola cattolica privata semplicemente perché ce li hanno messi i genitori, e fa dei paralleli tra corsa, filosofia e religione che danno dà pensare. E ciò è sempre buona cosa per un libro.
Dal punto di vista umano rende bene le ansie dell'allenatore con una squadra misurata che non può permettersi infortuni o passi falsi. Si resta un po' spiazzati quando tutta la vita di Bloom sembra dipendere dal fatto che una gara vada come previsto o meno, nel campionato parrocchiale B dello stato, quando il padre è all'ospedale a causa di un infarto. Ma chi siamo per giudicare le reazioni di una persona, e chiunque s'impegni, foss'anche per fare il giro dell'isolato, è degno del massimo rispetto.
Infatti il grande messaggio, alla fine, non sono i risultati tecnici ma la crescita interiore di allenati e, soprattutto, allenatore, che impara a mettere gli eventi in prospettiva e comprende meglio sé stesso grazie a questa esperienza.
Onestamente, però, non lo consiglierei, anche se è un libro che alla fine sono contento di aver letto.
- il kamikaze, dotato di natura di superbo equilibrio e rapidità, balza tra una roccia e l'altra, attraversa praterie declinate a velocità superumana, sfida crepacci danzando;
- il frenatore, privo di attitudine al rischio, si irrigidisce alla sola vista di una pendenza negativa e riduce la velocità il più possibile rallentando ad ogni passo.
Il primo è facilmente riconoscibile dopo una gara, porta in volto il sorriso del dominatore di classifiche oppure fasciature/gessi sparsi per il corpo. Il secondo ha il suo marchio di fabbrica nella camminata sofferta, dovuta al quadricipite fritto, spesso lo si vede scedere le scale all'indietro, un attacco frontale sarebbe impensabile.
Eppure c'è una terza via.
Per chi non sia dotato da madre natura di equilibrio sopraffino e giro di gambe olimpico è possibile scendere da un monte o una collina senza distruggersi, mantenendo dignità e possibilità di battere i cancelli orari e i limiti di tempo previsti dagli organizzatori delle gare.
Come?
Vediamo prima la tecnica e poi le esercitazioni per svilupparla.
Immaginiamo una discesa abbastanza ripida, magari con qualche roccia, oppure semplicemente in asfalto. Semplificando, quel dolore che si prova nei giorni successivi è dovuto al lavoro eccentrico dei quadricipiti. Ogni volta che si frena il muscolo si contrae e nello stesso tempo si allunga. Le fibre si danneggiano e poi per qualche giorno ci sono quei problemi noti.
Il trucco per evitare tutto ciò è di lavorare sull'assetto, sull'appoggio e sulla frequenza.
Ci si sposterà leggermente indietro, inclinandoci come per sedersi, abbassando il centro di gravità e si cercherà di mantenere gli appoggi a terra molto rapidi. Senza mai consentire a tutto il peso del corpo di gravare sulla gamba d'appoggio.
Non serve raggiungere frequenze elevate. Si tratta di lasciarsi andare un po', rallentare in qualche passo se la discesa è proprio ripida, e poi di nuovo rilassarsi.
In questo modo si evitano i contraccolpi su muscoli, articolazioni e tendini, si riduce il rischio di distorsioni, perché anche se appoggiamo male poi non lasciamo che il peso del corpo gravi sulla caviglia maldisposta ma siamo già al prossimo passo, e la velocità di discesa è comunque dignitosa. Niente a che vedere con quella dei Kamikaze, ma comunque nettamente superiore a quella dei frenatori.
E' uno dei pochi casi in cui è salutare tenere le anche dietro la linea ideale che va dalla caviglia del piede d'appoggio alle spalle.
Nel caso ci si trovi in un sentiero lo sguardo è molto importante perché dovrà essere molto lesto scansionando il terreno un paio di metri avanti per analizzarne le caratteristiche, ma allargandosi frequentemente avanti (per cambi di pendenza, direzione e grossi ostacoli) e in alto (rami sporgenti). Il tutto in una verifica continua che non include il panorama, per il quale bisogna eventualmente fermarsi.
Proprio mentre pensavo questo, ieri, ho controllato in lontananza un manipolo di mucche che pascolavano tranquille, giusto per verificare dove sarei potuto passare senza disturbarle, e ho dato un calcio all'unica roccia sporgente nel raggio di decine di metri.
Oggi cammino con cautela. Un significativo promemoria.
Come esercitarsi.
Come sempre si va dal semplice al complesso, dal facile al difficile.
Dopo opportuno riscaldamento, ma prima di essere stanchi, facciamo dei tratti tranquilli su un tratto dalla superficie regolare in lieve pendenza. Lo scopo principale e di far girare le gambe e di provare a tenere l'appoggio il più leggero possibile. Non appena si realizzi che si sta perdendo il controllo, o che ci si irrigidisce, si diminuisce la velocità con una frenata fatta nello stesso spirito, graduale e in modo da non sentire contraccolpi.
Via via che si acquisisce scioltezza nel lavoro si può incrementare, sempre gradulamente e un parametro alla volta, la pendenza, la lunghezza del tratto corso e poi scegliere terreni via via più irregolari. La velocità è l'ultima cosa che ci interessa incrementare anzi, specialmente fino a che non si ha il completo controllo della situazione nello scendere rilassati, rallentando senza frenare, potrebbe addirittura essere cotroproducente cercare di aumentare la velocità.
A lato, avendo a disposizione una spiaggia, o meglio una buca del salto in lungo, si può cercare di correrci senza lasciare impronte profonde. Il meccanismo è simile, togliere l'appoggio prima di caricare tutto il peso e frequenza dei passi più elevata del solito. Nel caso della buca del salto in lungo, la si spiana per evitare buche e per poter controllare dopo, e si fa un tratto di trenta quaranta metri che include la sabbia. Poi si torna camminando verificando il tipo di impronte, che dovrebbero essere il più omogenee possibile. Per fare la stessa cosa sull'acqua ci vuole moltissima pratica
La corsa in discesa richiede più tecnica che allenamento, ma poi resta, un po' come andare in bicicletta. La salita è il contrario.
La discesa rimane comunque pericolosa per cui la concentrazione è d'obbligo, anche per gli esperti, e specie nei tratti facili, e non sempre si riesce comunque ad evitare con successo tutti gli ostacoli.
E pazienza, pazienza, pazienza. Ci sto lavorando da quattro anni e solo negli ultimi mesi sento di avere una certa padronanza. Infatti, come dicevo, ieri sono inciampato.
Nel giugno del 2004 il negozio The North Face di San Francisco organizzò una serata con la presenza di Dean Karnazes.
Allora era conosciuto principalmente nell'ambiente dell'ultramaratona dove aveva fatto notare la sua presenza per uscite lunghe, anche più lunghe delle "normali" 100miglia.
Era gratis, bastava presentarsi, ti davano anche un buono sconto del 10%. Ci presentammo in una trentina, inclusi il titolare del negozio e qualche commesso.
Dean ci parlò della sua storia e ci mostro un breve documentario. Seguì un piccolo rinfresco a base di stuzzichini giapponesi.
Io stavo inseguendo su Amazon.com il suo libro (affascinato dal titolo "confessions of an all night runner", poi più prosaicamente modificato in "Ultramarathon man") che era dato per pronto ad uscire.
Approfittai di uno dei molti momenti di calma e gli chiesi quanto mancava. Mi disse che l'aveva appena iniziato e quindi non prevedeva che sarebbe uscito a breve. Mi misi il cuore in pace, e mi sembra che arrivò nelle librerie nella primavera successiva. Da lì alle liste dei Best seller, e nel giro di un paio d'anni ecco che Karnazes diventa un personaggio super conosciuto. Nel 2006 corre 50 maratone in 50 Stati in 50 giorni e diventa veramente di domino pubblico.
Dell'evento viene fatto un film, che il 31 luglio è uscito in vari cinema sparsi per gli Stati Uniti.
Vista la vicinanza sono andato alla proiezione di San Francisco, che essendo anche la città in cui Karnazes vive, più o meno, lo ha visto presente per un breve discorso prima del film.
Rispetto al 2004 qualcosa è cambiato, ci siamo trovati in un cinema gremito, nonostante fosse a pagamento, e i biglietti erano esauriti già da una settimana.
Il pubblico quindi è cambiato, mentre Karnazes è rimasto la persona che era nel 2004, uno che ha messo nel carnet fino a 500km in una sola seduta, ma che se vai lì e gli dici che oggi hai corso due chilometri ti guarda con ammirazione genuina, e si congratula con l'espressione meravigliata di chi pensi che un chilometro sia già una distanza considerevole.
Attualmente il suo scopo è di cercare di ispirare, soprattutto i giovani, all'attività fisica. E direi che ci sta riuscendo, il pubblico era eterogeneo e formato anche da gente che si era alzata da poco dal divano, semplicemente perché appassionati da questo personaggio, e non più solo da quattro gatti segnati dalle rughe polverose di tanti chilometri corsi in solitudine.
Il film in sé mi preoccupava un po'.
La maratona, si sa, non è lo sport più televisivo, e quindi non sapevo come avrebbero gestito la documentazione dell'evento.
In realtà tanto di cappello anche agli autori. Il filo conduttore è l'impresa di Dean, ma il regista ci ha presentato angoli inconsueti d'America, il team che ha lavorato per rendere l'impresa possibile, e le centinaia di storie di persone normali che hanno voluto correre anche solo qualche metro in compagnia di Karnazes. Forse per poter dire 'io c'ero', forse per partire verso una destinazione diversa nella propria vita.
Il tutto montato con brio, in stile road trip, alternando paesaggi, corse, dettagli, ritmi e dietro le quinte.
Ci sono stati molti momenti emozionanti, più volte mi sono trovato con l'occhio umido.
In particolare quando ha spinto sul Golden Gate Bridge la carrozzina di un suo amico, compagno di tante corse, colpito da una malattia degenertiva. Prima della proiezione ci aveva detto dell'episodio, e che sperava che il suo amico potesse vedere il film. Purtroppo è mancato proprio pochi giorni fa.
I momenti commoventi si alternano a quelli divertenti e ai siparietti improvvisati.
All'uscita, non importa l'ora, viene voglia di partire per una corsa.
La vita di questi eroi dei nostri giorni viene immaginata come monodimensionale: allenamento, alimentazione e riposo, ancora allenamento e così via.
E a leggere dei solitari inverni di Pietro Mennea in una camera d'albergo a Formia , l'idea di fare l'atleta olimpico improvvisamente diventa un po' meno affascinante.
Rimane comunque la scusa, per noi "normali", con lavori e famiglie a tempo pieno, che magari potremmo essere anche noi lì se non dovessimo sottostare ai doveri sociali e della sopravvivenza.
Poi leggi di Magdalena Lewy Boulet.

Ai trials olimpici di maratona di quest'anno, corsi a Boston, è partita in testa, nessuno sapeva, o ricordava, chi fosse.
Forse perché era un signor, o meglio una signora, nessuno.
Nel 2004 aveva fallito la qualificazione per poco, quinta, poi era piombata negli abissi della fascite plantare. Con un futuro agonistico incerto, se non da accantonare, si è rimboccata le maniche e ha affrontato un lavoro a tempo pieno, e, soprattutto, un figlio a tempo pieno. Aiutando anche di quando in quando nel negozio di cui il marito è compropietario.
Per guadagnare tempo un bel po' di allenamenti se li è fatti in casa, sul treadmill, mentre il figlioletto prima giocava, e poi, sempre più cosciente e coinvolto, la incitava.
Un fondo medio in una stanza, con un unico tifoso, piccolo ma enorme.
E, sempre centellinando le risorse, si era qualificata con un insignificante, a livello di aspiranti olimpionici, 2h42'. Non c'è da stupirsi che il gruppetto delle inseguitrici, tra cui la primadonna della maratona USA, Deena Kastor, non sapesse chi fosse.
E' arrivata ad avere un vantaggio di due minuti, centoventi secondi, non un granché da correre col terrore di arrivare quarti, che negli USA significa essere fuori dalla squadra, e col ricordo del calo finale, nei trials del 2004, quando gli ultimi chilometri la videro svuotata e impotente di fronte al rientro delle avversarie.
Questa volta però aveva risorse nuove, paradossalmente date proprio da quella vita intensa, ma equilibrata, e fuori dai canoni degli atleti, più vicina a chi deve affidarsi all'agenda per incastrare, con ambiziosi equilibri, l'allenamento come una delle attività, neanche la principale, nella giornata.
Deena ha rimontato, e l'ha passata, relegandola al secondo posto in quella gara, ma al primo nel mio cuore, a questo punto.
E a Pechino ci andrà, come nelle favole, grazie all'impegno e ad una volontà non comuni. Come nelle favole all'arrivo dei trials gli si è avvicinata anche la responsabile Saucony, per averla come testimone di valori e sentimenti che tutti vorrebbero avere. Probabilmente non vincerà le Olimpiadi ma di certo ha ispirato ed ispirerà molti di quelli che ne conosceranno la storia.

Dati e storia tratti dall'articolo "Back on Track" di Kibby Kleiman, pubblicato su East Bay Express. Foto dal sito Transports.
E questo lo attribuisco ai lavori più sostanziosi che hanno preparato questo evento. Un paio di lunghi da 6 ore, inframezzati da uno da due ore in piano, abbastanza sostenuto. Un chilometraggio settimanale in graduale ascesa spesso oltre i 60 km, con una punta di 76km. In più maggiore convinzione nei lavori più corti, soprattutto nelle salite.
Nessuna conseguenza nei giorni successivi. Giusto giusto un po' di indolenzimento ai quadricipiti se provo a correre in discesa.
E questo, non mi stancherò di ripeterlo, lo attribuisco ai lavori tecnici, in particolare in discesa dove cerco sempre di mantenere l'appoggio leggero e la frequenza alta. Con lavori specifici di allunghi a mente e corpo freschi.
Non sono uno che si scapicolla, in genere sono sempre controllato, ma con questo sistema anche in questa gara ho visto che in genere ero più veloce dei miei compagni di viaggio proprio in discesa.
Guardando al futuro direi che è una strada da continuare, graduale aumento del chilometraggio settimanale, con lavori di fartlek bello lungo e più corse vicine alla soglia.
Dal punto di vista meteo era una gara prevedibile e quindi non ci sono stati grossi problemi in merito all'abbigliamento. Per l'acqua mi sono affidato al marsupio amphipod con la borraccia da mezzo litro che è bastata tra un ristoro e l'altro. Mi sono alimentato regolarmente con Clifshot blocks, jelly beans e trail mix. Sempre acqua nella borraccia, mentre ai ristori qualche bicchiere di cocacola me lo sono buttato giù, con conseguente ruttino liberatore dopo qualche centinaio di metri.
1) finire entro il tempo limite (9ore)
2) finire entro le 7ore (personale sulla 50km 7h05')
3) saldo positivo sorpassi fatti/subiti nel secondo giro (ultimi 20km)
Questo il consuntivo:
1+2) chiuso in 6h32'
3) saldo più tre, quattro fatti e uno subito.
L'ultimo obiettivo è stato ideato in quanto ho la perniciosa tendenza a partire troppo forte. Forzandomi ad andare piano il primo dei due giri del percorso (il giro era da 20km, ma nel primo bisognava fare anche uno "sperone" da 5+5km di andata e ritorno) speravo di avere così una distribuzione equilibrata dello sforzo.
Così è stato, anche se il calo è stato comunque sensibile. Forse si può partire ancora un po' più piano, e decisamente allenarsi di più, cosa che stiamo gradualmente implementando, come si suol dire.
Per il resto un percorso in gran parte ombreggiato su sentieri morbidi e accoglienti. Lo dimostra il fatto che, al riveglio del mattino dopo, il tratto letto-bagno non differisce dal solito, con doloretti da avvio assolutamente nella norma.
In questo periodo la zona ad Est della Baia di San Francisco ha un clima quasi ideale per la corsa. Coperto più o meno fino alle undici con temperature ben sotto ai venti gradi centigradi, e poi un sole caldo e asciutto che può essere fastidioso allo scoperto. Nel caso della gara in questione, corsa tra i parchi Joaquin Miller e Redwood, l'abbondante vegetazione ha fatto sì che si sia corso quasi sempre all'ombra.
Organizzazione della Pacific Coast Trail Run come sempre familiare e professionale allo stesso tempo.










