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screamUna buona fetta della partita per chi si occupi di organizzazione, produttività e sviluppo personale, in questo momento, consiste nel riuscire a dare la chiave per controllare e ridurre il rumore.

Per trasformare l’enorme brusio di informazioni che ci colpisce ogni giorno in suoni distinti, cui attribuire un significato.

Impresa complessa, per cui non ci si stupisca se, di quando in quando, il sottoscritto non se la senta di aumentare il rumore e preferisca il silenzio.

Nell’ombra si continua a studiare per trovare una soluzione. Dall’altra parte ho scritto due righe su un libro fondamentale, a mio avviso,: “Resisto Dunque Sono” di Pietro Trabucchi. Rimando senza riportare, per non creare ridondanze.

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P.S. questo luogo non viene aggiornato al momento (”grazie, serviva che ce lo dicessi, pensi che non sappiamo leggere?”). Ho pensato di lasciarlo in linea perché magari nell’archivio ci sono informazioni che possono tornare utili.

No, non ho cercato di installare Leopard.

Mi sono semplicemente distratto, è così facile, e quindi slog non è stato né organizzato, né produttivo, né comunicativo nell’ultimo mese.

Potrebbe anche continuare per un po’.

Nel frattempo segnalo che Andrea Beggi, da molti seguito con attenzione sulle tematiche tecniche, non è felice dell’aggiornamento del suo iBook.

Di interesse più generale il caso (in inglese) di un signore che sta vivendo un periodo critico.

E’ un bravo programmatore, e quindi continuano a promuoverlo, a manager, che non sa fare e lo intristisce. Chiede e ottiene di tornare a fare il programmatore, ma dopo un po’ viene di nuovo promosso. Umano e professionale. Merita una segnalazione ed una riflessione (grazie a John Gruber, sempre attento e prezioso)

Parla anche del principio di Peter (ripreso anche da Dilbert) che in sostanza dice che “qualsiasi cosa che funziona verrà progressivamente utilizzata in applicazioni più sfidanti fino a che causerà un disastro”.

Parla anche delle caratteristiche che devono avere un buon manager e un buon programmatore (per estensione valide per qualsiasi specialista o tecnico ndr), che sono diverse, non necessarimente “migliori” o “peggiori”.

Sono due lavori diversi. Lo capiremo mai?

(messaggio dedicato all’utenza Mac, specie se di fresca nomina)
Leopard si avvicina e, giustamente, tutti quelli che se ne occupano, per passione o professione, sono abbastanza eccitati da un sacco di nuove funzionalità.

Slog non farà l’aggiornamento a breve per due motivi:

      a) sta lavorando con un iBook G4 che riuscirebbe probabilmente solo a tenere il mento fuori dal pelo dell’acqua, o forse neanche, con un leopardo sul groppone;
      b) la prima versione di tutti i prodotti Apple è sempre almeno un po’ ballerina, e diventa seria e divertente dalla .1 o anche .2 [vedi a tale proposito Guy Kawasaki, ex evangelista di Apple, che promuove la spedizione di prodotti non perfettamente funzionanti (cui si riferisce con il termine "crap"), tanto fai sempre in tempo a correggere];

Per chi si trovi nella condizione b) suggerirei di attendere il sacrificio per il bene comune dei primi kamikaze. Lascerei passare il Natale.

Per chi si trovi nella condizione a), e preveda di restarci a lungo, suggerisco di recuperare tutti i programmi dei quali stavano tenendo in sospeso l’acquisto, perché nel giro di non molto (un anno?) i nuovi non saranno compatibili con 10.4 e quindi meglio prepararsi. Sono pochi i produttori di software che lasciano a disposizione una versione per i sistemi operativi precedenti.

Del resto, come dice Seth Godin (verso il minuto otto), “siamo tutti nel Fashion Business, e bisogna ci adattiamo al modo in cui funziona”

No Plot? No problem Chris Baty, fondatore del NaNoWriMo (=National Novel Writing Month) ha scritto il libro “No Plot? No Problem!” che dovrebbe aiutare nell’impresa di affrontare uno dei problemi che affligge molti scrittori, vale a dire il fatto di procrastinare il lavoro perdendosi in mille iniziative collaterali o in raffinamenti perenni delle quattro righe già scritte.

Sottotitolo del libro è infatti: a low-stress, high-velocity guide to writing a novel in 30 days.

Lasciando per un momento la presa disperata sulle nostre capigliature letterarie, che la visione di un sottotitolo del genere può causare, andiamo, come sempre, a vedere se c’è qualcosa che può tornarci utile in tutto questo.

In sintesi la proposta è di scrivere, dal primo al 30 novembre, un romanzo di 50.000 parole (che poi è il motivo per cui è nato il sito del NaNoWriMo), con la consapevolezza che probabilmente non ogni frase sarà un capolavoro ma con il grosso risultato di essere forzati ad una pratica che, sicuramente, retribuirà in seguito: per la confidenza nelle proprie capacità di raggiungere un obietto, per il mero ritorno del fatto di abituarsi a scrivere con costanza, per il fatto che, statisticamente, da una produzione grande è più probabile che esca qualcosa di buono rispetto a poche righe.

Intanto va precisato che si parla di prima bozza, nella quale è, non solo opportuno, ma obbligatorio lasciare da parte il nostro censore interno e lanciarsi in volo senza paracadute. Ci sarà tempo per le revisioni accurate che possono richiedere anni di lavoro.

Senz’altro poi le considerazioni su come una impresa di questo tipo possa dare uno scossone alla creatività e una regolata alle capacità di organizzazione meritano attenzione, anche se uno proprio l’idea di scrivere un libro non ce l’ha.

La teoria di Baty, infatti, è che si vuole vedere un compito svolto è meglio assegnarlo ad una persona impegnata, ed il libro ha la sua bella sezione su come organizzare il mese di novembre mantenendo le attività indispensabili e riducendo al minimo quelle che possono attendere. Comunque un bell’esercizio.

Il nanowriting viene consigliato anche a chi non ha interesse a scrivere un libro, per esempio agli studenti (ma non lo siamo tutti in fondo?).

Succintamente le doti che svilupperebbe: scorrevolezza/scioltezza/facilità di parole (come si traduce ‘fluency’?), confidenza in sé stessi, creatività, capacità di gestione del tempo.

Beh, in effetti, non sembrerebbe male per chiunque. Specie per quella dannata questione della procrastinazione.

E novembre si avvicina.

Ho aggiunto la Comunicazione agli argomenti principali del luogo, perché è soggetto che mi ha sempre affascinato e perché, ammettiamolo, non c’è molto altro senza di Lei.

Ho inoltre vario materiale sparso in modo disorganizzato (eh già) per la rete, che ho pensato bene, col tempo, di raccogliere e riordinare quì.

Può quindi essere che qualcuno dei prossimi interventi l’abbiate già letto da qualche altra parte, nel qual caso mi scuso, ma ho pensato che era più sensato avere un magazzino centralizzato.

E ogni tanto fa bene, a me perlomeno, rileggere e ripensare, che non è detto sia una ripetizione, magari a quel tempo non avevamo gli strumenti per capire, o comunque eravamo diversi e non abbiamo colto degli spunti utili.

marley and me di John Grogan

L’autore è un giornalista molto abile nella scrittura, ne è uscito un libro godibile (e acquistato da oltre tre milioni di persone a quanto pare) sugli anni vissuti con un labrador non proprio disciplinato, ma con un cuore grande così.

Lo riporto quì per due motivi (e rimando ad un sacco di altri posti per delle recensioni specifiche attendibili).

Il primo è il passaggio in cui Grogan parla di un articolo che stava scrivendo su uno degli episodi collaterali al 11 settembre. Sull’argomento era difficile trovare un punto di vista nuovo, che però lui ha cercato e cercato, fino a trovare. E’ anche il suggerimento di Lorelle VanFossen ai blogger. Se non scrivete per la notizia pura, e ce ne può essere solo uno, aspettate qualche giorno e cercate di dare un taglio personale e diverso, aggiungere qualcosa di nuovo alla discussione o alla riflessione.
In fondo quante storie sui cani esistono, eppure Grogan è riuscito a trasmettere un ritratto perfetto di un amico imperfetto, ma non per questo meno prezioso.

Il secondo motivo è che io nella mia vita ho letto decine di libri sui cani, razze, addestramento, vita di relazione, romanzi, biografie. Direi che in una conversazione sull’argomento potrei fare la mia figura. Ebbene, ieri, per la prima volta nella mia vita, ho giocato con un cane vero, fatto di pelo, muscoli e una capacità di concentrazione non proprio da primato.
Non lo dico per vantarmi, ma il contrario. La preparazione teorica è importante, ma se non viene supportata da prove pratiche, poco produce.
Lo diceva anche Robin Williams in “Good Will Hunting“.

Ed è inutile cercare di essere pronti ed organizzati alla perfezione prima di fare una cosa qualsiasi, se non si prova, non si commettono degli errori e su questi si costruisce dell’esperienza, non si va proprio da nessuna parte.
(N.B.: come molti dei contenuti di SLOG questo è prima di tutto un promemoria personale)
Dall’altra parte, un fondamento teorico consente di costruire sulle spalle di altri che altri hanno fatto errori e quindi imparare più velocemente.

L’equilibrio è quello che consente di stare in piedi, alla fine.

ansa, probabilità e cellulari
Leggo oggi la notizia sopra riportata sul sito dell’Ansa e mi chiedo quale fosse la probabilità di partenza di contrarre le malattie citate. In assenza di questo dato non sono in grado di capire di quanto, effettivamente, il rischio sia aumentato.

don't shoot the dog di Karen Pryor.

Quei libri che hai nella libreria e un giorno prendi sù per caso e cominci a leggerli e non riesci a smettere finché non arrivi alla fine.

Si parla di addestramento e condizionamento di animali, ma anche di umani.

Per fornire un quadro operativo, siamo nel campo del comportamentismo e quindi l’autrice esamina solo i comportamenti e propone soluzioni per modificarli. Non si toccano motivazioni profonde, ancestrali o risalenti all’infanzia. In qualche caso può anche lasciare perplessi che non si faccia molta distinzione tra il condizionare un umano a fare i compiti per casa e un delfino a saltare fuori dall’acqua.

Ma, tant’è, al di là delle personali credenze è importante il grosso evidenziatore che Karen usa per farci notare come, se diamo un rinforzo positivo ad un determinato comportamento, generalmente, tale comportamento venga ripetuto.

E vengono in mente subito i biscotti che premiano il cane che si siede a comando, ma potrebbe anche saltare all’occhio che ci sono tante aziende in cui viene considerato fedele e produttivo il dipendente che si fermi parecchie ore dopo l’orario normale, con rinforzi più o meno espliciti. Diventa quindi pratica normale fermarsi ben oltre quello che i propri compiti richiederebbero. Che sia indice di maggiore produttività è tutto da dimostrare.

E una riflessione potrebbe appunto imporsi su quali comportamenti effettivamente siano premiati e se siano proprio quelli che servono per raggiungere i propri scopi.

“I agree”

A proposito delle note scaturite l’altro giorno in merito all’utilizzo dei servizi online per cose personali è uscita una riflessione di Matteo Flora sui Termini di Servizio, ovvero quella cosa su cui noi clicchiamo “accetto” senza neanche leggere quando aderiamo ad un servizio.

La sua attenzione si è spostata sulla possibilità, per esempio di Google, di riprodurre materiale da lui creato senza chiedere e senza riconoscergli nulla per questo. Sì, ok, non succederà mai (giusto?), però intanto.

Strumenti

Sono quasi sicuro di averlo già scritto da qualche parte, ma posso anche ripeterlo finché leggo articoli come quello di ieri su “La Gazzetta dello Sport” a proposito del fatto che praticamente tutti hanno un cellulare (escluso bambini, per ora, e pochi altri).

Ovviamente non mancavano i commenti di chi vive senza cellulare ed è felice, come se la cosa ne fosse una conseguenza.

A quelli invece che vivono con il cellulare, ma lo soffrono, ricordo che c’è un’opzione presente in praticamente tutti che è la possibilità di spegnerlo, per poi eventualmente riaccenderlo, quando serve.

“Si ma se devo tenerlo acceso perché se mi arriva quella telefonata…”

C’è anche la possibilità di silenziarli, per cui vibrano senza attirare l’attenzione del mondo che ci circonda.

In fondo è uno strumento, come internet, come la televisione, come l’automobile. Possono essere utili, ma sta a chi li utilizza dar loro un significato.

Il cellulare non “fa” nulla, di per sé. Anche quando a suonare è quello di qualcun altro al ristorante o al cinema, è la persona a farne un utilizzo più o meno improprio.

“Eh, la fai facile tu”. Forse, ma magari fermandosi un momento a pensarci si può trovare un compromesso accettabile.

Farsi trovare da informazioni e persone è diventato molto più semplice. La vera sfida adesso è capire come filtrare tutto questo popo’ (si scriverà così?) di roba che ci arriva tra capo e collo.

Se lo diceva tra sé e sé anche Merlin Mann, ieri.

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