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Il Sacro Fuoco e le traversie del focolare domestico

Chi corre in genere non si infortuna in un momento. Per la maggior parte di noi l’infortunio è cosa che nasce come un fastidio, e, se non viene fermato da piccolo, cresce in una spirale di violenza che porta al fermo del podista per un tempo indeterminato.

Nessuno vuole vivere vicino ad un podista infortunato, è proprio un’esistenza misera. Ma succede.

Anche quando l’infortunio è traumatico, come una distorsione alla caviglia a Pasqua, succede che al rientro affrettato (ma lo si scoprirà solo dopo) le strutture prima e dopo la caviglia lavorino per compensare la mancata collaborazione della collega sofferente, e via ti si infiamma il tendine d’achille.

Corri sempre più piano e sempre meno, e a poco a poco il sacro fuoco, quell’energia che ti spinge a soffrire e a cercare quel qualcosa che non sempre sai cos’è, si affievola.

Il mio ormai era una fiamma pilota. Una decina di giorni fa l’idea di correre per più di trenta metri consecutivi mi sembrava inimmaginabile.

Siccome il podista è anche testardo, in una giornata, di trenta metri, intervallati da camminate più o meno lunghe, me ne facevo a decine. Giusto perché il naso fuori lo teniamo, e prima o poi riemergiamo.

Ma mi mancava quel po’ di velocità, quell’aria in faccia e ossigeno nei polmoni che alimentano, guarda te, proprio il fuoco sacro.

Però il lavoro sotto tono e controllato ha pagato. Ho cominciato a poter correre in discesa per qualche minuto consecutivo la scorsa setimana, e oggi ho partecipato ad una gara di 21km con quelle discese né ripide né piatte, in mezzo al bosco, con i tratti pieni di eucalipti, che ti sembra di stare dentro una caramella balsamica gigante.

E, per la prima volta da Pasqua, mi sono sentito normale.

I familiari, sentitamente, ringraziano.
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