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libri

Libro: "Perseverare è Umano" di Pietro Trabucchi

La ciliegina sulla torta che è stato il precedente “Resisto Dunque Sono”, dello stesso autore.

Lo stile è sempre quello, pratico e sensato, con la conseguenza che è un saggio che si legge come un romanzo. Le storie sono appassionanti, le riflessioni condivisibili e le conclusioni auspicabili.

Per chi non sappia di cosa si parli, prima una tiratina d’orecchie, perché al giorno d’oggi chi si interessi di corsa e non conosca Trabucchi se la merita.

Poi un invito a leggere e diffondere, perché si analizzano e spiegano le basi della vita: affrontare i problemi, non solo quelli della corsa.

Si parla di motivazione, cioè la capacità di mantenere un desiderio vivo nel tempo, nonostante le difficoltà. Di fattori che la influenzano in negativo ed in positivo, sia a livello individuale che di gruppo.

Come sempre i capitoli sulla ristrutturazione cognitiva sono quelli che mi hanno affascinato maggiormente.

La capacità di attribuire un significato utile a quello che succede.

In fondo la realtà è quella che è, non possiamo farci molto, ma molto possiamo fare per il modo in cui reagiamo a quello che succede.

Facile a dirsi, ovviamente, ma è sempre utile ricordarselo, ché poi quando succedono le cose è facile distrarsi con l’alibi del “capitano tutte a me”.

Fra l’altro nel libro si cita che le capacità di autocontrollo e quelle di concentrazione risiedono in aree prefrontali della corteccia cerebrale che si influenzano a vicenda, con interessanti riflessioni sugli effetti della meditazione (intesa come attività in cui si cerca di essere nel qui e ora).

Belli i passi sull’accettazione del disagio e della sofferenza, e di come questa sia mediata culturalmente e non un valore assoluto.

Un libro che fa riflettere, e basterebbe quello per consigliarlo.
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Libro: "Il Ragazzo Che Cavalcava Il Vento" di Leonardo Soresi

Il Ragazzo Che Cavalcava Il Vento” è il romanzo d’esordio di Leonardo Soresi, probabilmente il maggior esperto di trail running in Italia, e sicuramente il più conosciuto ed apprezzato.

Oltre a scrivere in riviste e siti del settore, e prima di scrivere, Leonardo è un appassionato della corsa, e un praticante con un curriculum di tutto rispetto nel campo di quelle distanze che vanno oltre la maratona, familiarmente note col nome di “ultra”.

E da questo suo libro traspaiono entrambe con forza: la passione e l’esperienza.

L’ambientazione e quella di un mondo povero e lontano, quello di una popolazione indigena messicana, i Tarahumara, diventati famosi nel mondo della corsa perché è attività in cui eccellono, per costrizioni logistiche e tradizioni culturali.

E Leonardo ci racconta con trasporto la storia di Javier, un adolescente che si affaccia alle responsabilità e brutture del mondo adulto, affrontandole nell’unico modo che conosce, attraverso la corsa, che interpreta con energia e testardaggine.

E’ proprio nelle parti d’azione, in particolare nelle competizioni, che l’esperienza personale di Leonardo emerge con forza, emozionando e muovendo alla commozione, che per me è andata oltre il semplice nodo in gola.

Un libro che parla di sogni alti e ti trascina negli abissi più oscuri della sofferenza.

Chi abbia ma affrontato gli interrogatori della fatica, quelle domande sul “cosa ci fai quì, ma vai a casa”, quei dolori fisici e dell’anima, si riconoscerà in molte delle pagine, e si ritroverà con i palmi delle mani sudate ad accompagnare Javier verso quei momenti di euforia, anche questi familiari, che durano magari un attimo, ma lasciano un segno altrettanto profondo.

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Libro:"PRE" di Tom Jordan

sottotitolo "The Story of America's Greatest Running Legend, Steve Prefontaine"

In queste pagine si è parlato spesso di Steve Prefontaine, scomparso a soli 24 anni, nel 1975, ma che ha lasciato un’eredità pesante nel mezzofondo Statunitense.

Questo libro è del 1977, con una seconda edizione rinfrescta nel 1997, e racconta con la praticità dell’epoca del periodo di vità più significativo dal punto di vista atletico, tra il 1969 e, appunto, il 1975.

Gare e allenamenti sono ricche dei dettagli numerici che appassioneranno gli statistici, e c’è qualche scorcio nel carattere complesso del personaggio, purtroppo non quanto la sensibilità del nuovo secolo ci ha abituato ad aspettarsi.

Nel complesso non un capolavoro, ma un solido mattoncino nella conoscenza della storia del mezzofondo mondiale, cui Prefontaine ha dato un contributo generoso, sia in termini di prestazioni che di personalità.

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aggiungo quì sotto una storia che ho scritto nel 2005 (potrei mettere il link ma preferisco che sia anche quì ) e che al tempo avevo capito solo emozionalmente e non concettualmente.

Negli ultimi sei anni sono stati fatti passi avanti notevoli (almeno da me, gli altri magari c’erano già arrivati) nel comprendere quelli che sono i limiti della prestazione, molto più mentali di quanto non si ritenesse nel passato.

Parla di Don Kardong, che ha corso assieme a Prefontaine:

Confini Sfumati

Don Kardong, arrivato alla soglia dei quarant'anni, ebbe un ritorno di fiamma, agonistica.

La fiamma l'aveva già vista da vicino, sfiorando il podio olimpico di maratona nel 1976, e poi aveva continuato a correre per proprio piacere, senza quella dedizione che l'attività agonistica richiede.

La lusinga di qualche successo tra i master risvegliò lo spirito indomito che lo contraddistingueva e, tra le altre cose, si recò in laboratorio per una serie di test sulle sue condizioni attuali.

Il paragone con l'olimpionico di dodici anni prima fu piuttosto traumatico, tutti gli indici erano peggiorati: 5 chili in più , percentuale di grasso da 5,7 a 14, massimo consumo di ossigeno da 77 a 63, e così via, di tristezza in tristezza.

Don ricordava che, quando gareggiava, il massimo consumo di ossigeno era un dato da tutti aspettato, come una specie di sentenza su chi sarebbe riuscito a battere chi. E nei primi anni settanta Steve Prefontaine era sempre quello che aveva il valore più elevato.

Esaminati i dati del prossimo quarantenne il medico, però, si stupì di una prestazione che andava contro a tutti gli altri risultati: sul treadmill aveva tenuto duro ben più di quanto ci si potesse aspettare dalle altre evidenze sperimentali.

Don spiegò che, anni prima, la volta in cui venne battuto con più difficoltà da Steve Prefontaine, vide quest'ultimo arrivare stremato come alla fine di quel test sul treadmill, in cui Prefontaine aveva corso 8'30" prima di crollare. Memore di questo strinse i denti, e quant'altro stringibile, per arrivare a 8'45" sul medesimo test. "Almeno una volta in vita mia sono riuscito a battere Prefontaine".

I limiti, se esistono, restano un mistero curioso.

16.04.05
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Libro: "Again To Carthage" di John L. Parker

Seguito di “Once A Runner” di cui si è già parlato in queste pagine in almeno un paio di occasioni, libro del 1978 che nel tempo ha assunto lo stato di cult tra i podisti.

Prima che venisse ristampato nel 2007 lo si trovava solo su Ebay o nella sezione usato di Amazon con prezzi da Collezionisti (maiuscola non a caso).

Viene quindi anche facile pensare che la pressione su Parker non sia stata lieve, con l’idea di scrivere qualcosa che fosse almeno all’altezza delle vicende del primo libro.

E infatti ci ha messo quasi trent’anni, purtroppo senza successo, a mio avviso.

Capisco che non puoi scrivere una copia dell’originale, ma è anche vero che è probabile che chi si avvicini a questo libro sia appassionato di podismo, per cui non puoi spendere le prime 190 pagine di un libro da 360 descrivendo con dovizia di particolari di pesca d’alto mare, e di quasi ogni singolo pasto che i protagonisti consumano, con contorno di dialoghi di cui spesso non si coglie il significato. Liquidando con un paio di righe le uscite di corsa, salvo un episodio di una gara “aziendale”.

Sono arrivato a pagina 190 con un crescendo d’ira, e solo la costanza del corridore di resistenza mi ha fatto tener duro per una seconda parte che ha qualche spunto interessante, ma non molto di più.

Onestamente un libro che alla fine si legge perché affezionati ad un paio di personaggi, quindi solo se si è letto il primo, e si può con tranquillità sfogliarne rapidamente le prime 200 pagine senza che si perda un granché nella storia.

Quindi “due stelline su cinque” oppure “si può perdere”, a seconda delle scale di valutazione che volete usare.



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Libro: "Once A Runner" di John L. Parker (REPLICA)

Ho interrotto il più lungo periodo di astinenza da libri che io ricordi riprendendo in mano “Once A Runner” (e rileggendo anche la recensione che avevo scritto la prima volta, stupendomi di aver saputo scrivere cose del genere. Come spesso mi accade quando ripasso su cose che ho prodotto in passato. Ma questa è un’altra storia, che riporta ad uno dei motivi per cui scrivo: per connettermi ad un me stesso di un’altra dimensione temporale).

Tornando al libro, ben più meritevole di me, ne confermo senz’altro la sostanza, con nuove sfumature che ho trovato (aggiungendo spessore al già grande numero di pagine con risvolti, testimoni di passaggi meritevoli di essere riscoperti e ricordati).

Aggiungo una citazione, perché mi ha colpito ancora di più della prima volta.

Parla del “segreto” della corsa.

Quenton Cassidy, protagonista della storia, è ad una festa di persone normali che gli pongono le consuete domande che ogni podista si è sentito rivolgere innumerevoli volte:

“(...) volevano conoscere Il Segreto. E nessuno di loro era preparato, veramente preparato, a capire che non aveva tanto a che fare con la chimica o scaltri trucchi mentali, quanto con quel più superficiale e qualche volta angosciante processo del rimuovere, molecola per molecola, la dura gomma che componeva la suola delle sue scarpe da allenamento”.

Grande Libro.
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Libro: "Once a Runner" di John L. Parker

Il passo principale per poter discutere di questo libro è situarlo storicamente.

Si parla degli anni settanta negli Stati Uniti. La corsa era ancora una cosa che facevano gli atleti, principalmente. I Joggers erano appena nati grazie ad una visita di Bowerman in Nuova Zelanda.
Il professionismo nell’atletica delle Olimpiadi cominciava a muovere i primi passi, non ufficiali e principalmente in nero. Il serbatoio degli olimpionici erano le università, istituzioni che consentivano di dedicare all’allenamento quell’attenzione maniacale che un’attività di alto livello richiede.

E
La Gara per eccellenza era il Miglio (1609,34 metri). Tutte quelle più lunghe, maratona compresa, maratona soprattutto, erano un ripiego di chi non ce la faceva ad eccellere nella competizione regina.

Una riflessione sul miglio si impone a noi atleti metrici decimali. Al di là di tradurre la distanza, e pensare che in fondo è solo un po’ più lungo di un millecinque, merita notare il fatto che, su una pista anglosassone standard, di 440 yards (poco più di 400 metri), sono esattamente quattro giri. I più scaltri avranno subito notato che il muro più famoso del mondo, i quattro minuti sul miglio, lo si abbatte correndo i quattro giri in un soffio meno di un minuto ciascuno.

Non può sfuggire dunque il fascino simmetrico dell’equilibrio tempo/distanza e il fatto che anche il più sprovveduto tra il pubblico, o il più suonato tra gli atleti, non ha difficoltà a calcolare mentalmente, e capire, se il ritmo sia quello giusto per scendere sotto ai quattro minuti.

Una miscela esplosiva, quindi, e di sicuro successo per chi voglia parteciparvi, a qualunque titolo.

Erano anche gli anni in cui il chilometraggio settimanale la faceva da padrone, a qualsiasi costo, e i lavori intervallati erano i mattoni principali.

Quenton Cassidy è l’eroe del romanzo, un miler, di quelli buoni, che all’inizio del libro vale 4’00”3, e quindi può potenzialmente entrare nell’elite, e ha una sua etica della corsa, di cui non riesce fino in fondo a spiegare le motivazioni agli umani, ma che di certo rispetta con una dedizione religiosa.

La prosa è scorrevole e riesce a cogliere quegli aspetti della psicologia dell’atleta d’elite (e Parker era un buon mezzofondista) che sono così diversi da chi corra per perdere peso o divertirsi.

Molto, molto gustosi, per me, i ritratti delle diverse categorie di atleti, mezzofondisti, lanciatori, saltatori, velocisti. E tutto sommato interessante la storia di contorno che funge da volano per le battaglie interiori del protagonista.

Il libro è stato recentemente ristampato in quanto ne è uscito il seguito “Again to Carthage”. La ristampa era dovuta da tempo, visto che, usato, non ero mai riuscito a vederlo disponibile per meno di 70 dollari, una cifra che, onestamente, non mi ero sentito di spendere, pure se il libro venga acclamato da molti come il miglior romanzo sulla corsa mai scritto.

Se sia il migliore io non me la sento di dirlo, che sia buono senz’altro, e che lo spaccato nei pensieri di una persona che sta facendo ripetute valga il costo della ristampa anche questo senz’altro.

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Libro: "Sonia, My Story" di Sonia O'Sullivan

Negli anni novanta Sonia O'Sullivan è stata un personaggio eccellente del mezzofondo mondiale, con un paio d'anni di dominio a metà decade e qualche passo falso in momenti poco opportuni.

In ogni caso una figura di riferimento.

Il tutto condito dal fatto che ho sempre avuto un debole per i corridori britannici. Sarà quella loro asprezza e quell'aria da duri. Gente che non si lamenta, ma getta quotidianamente cuore e altre interiora oltre l'ostacolo.

Si tratta di una biografia che presenta molti punti di interesse.

Dal punto di vista storico traccia una foto di un periodo di transizione al professionismo conclamato. Erano inoltre gli anni d'oro dell'atletiva televisiva, e conseguentemente degli ingaggi per gli atleti.

Tecnicamente stupisce per come Sonia abbia percorso gran parte della sua vita atletica senza un programma di lavoro che andasse molto più in là di correre a tutta il più spesso possibile.

Umanamente conquista per la dedizione alla scelta di vita, e contemporaneamente pone tutti quei quesiti che si impongono quando qualcuno vota tutto sé stesso ad un unico obiettivo, con il quale si identifica completamente.

Per Sonia infatti non è stata tutta discesa, ha avuto alti e bassi non indifferenti, compreso l'imboccare il tunnel degli spogliatoi invece degli ultimi due giri di una finale Olimpica in cui era favorita. Già essere capaci di risollevarsi da una cosa del genere è degno di ammirazione.

Utili per una riflessione sono anche i ritmi di vita da atleta che vengono esposti.

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Libro: "Bill Bowerman, and the Men of Oregon" di Kenny Moore

Non sono mai stato interessato di storia per un motivo molto semplice: sono uno stupido.

La lettura di questa biografia mi ha infatti illuminato su molti eventi riguardanti la corsa e la sua evoluzione nel secolo scorso.

Bill Bowerman è conosciuto per essere il cofondatore della Nike e allenatore per molti anni presso l'Università dell'Oregon.

Io non sapevo, per esempio, che fu lui nei primi anni sessanta a importare negli Stati Uniti lo jogging, dopo una visita ad Arthur Lydiard in Nuova Zelanda. Prima di allora lo sport amatoriale non esisteva, chi faceva sport lo faceva a livello agonistico/professionistico o lo seguiva come spettatore.

Il libro è un lavoro certosino di uno dei suoi allievi, che parte dal bisnonno di Bowerman per poi continuare con l'influenza delle donne di famiglia, la gioventù scapestrata, lo sport, la seconda guerra mondiale, il lavoro come allenatore, le sperimentazioni con le scarpe, la nascita della Nike, il capitolo Prefontaine, brevi parentesi in politica vera e ampie parentesi in politica sportiva (le lotte contro le istituzioni che al tempo governavano l'atletica USA).

Ricordiamoci anche che Bowerman cominciò ad operare quando l'allenamento era ancora in fase 'oggi più di ieri e meno di domani'. Cominciò ad interrogarsi sulle basi fisiologiche e sull'importanza del recupero. A posteriori viene anche ventilata l'ipotesi che avrebbe potuto avere maggiore successo caricando maggioramente i suoi atleti, ma preferì sempre fornire una esperienza qualificante al rischiare il sovraccarico ed i relativi problemi di salute.

In definitiva un libro che non può mancare nella biblioteca di chiunque si interessi di corsa.
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Libro: "My Life On The Run: The Wit, Wisdom, and Insights of a Road Racing Icon" di Bart Yasso

Bart Yasso è stato reso famoso in Italia da Orlando Pizzolato, che ha introdotto l'omonimo test per predire il tempo in maratona.

A quanto pare, studiando il diarietto degli allenamenti, Bart ad un certo punto si è reso conto che c'era una correlazione tra i tempi di alcuni lavori di ripetute che faceva prima di una maratona e la prestazione sulla stessa.

Col tempo lo ha affinato arrivando a definirlo come una decina di 800 con recupero correndo piano per lo stesso tempo della prova. Il tempo in minuti/secondi degli 800 autorizza a pensare che si può completare la maratona nello stesso tempo riportato in ore/minuti. Esempio: se riesco a correre dieci 800 in 3'10" con recupero di corsetta 3'10" significa che posso correre la maratona in 3h10'.

L'idea è che non tutti hanno la possibilità di misurare parametri complessi e questo sarebbe un sistema semplice per avere un'idea approssimata delle potenzialità. Ovviamente tra le avvertenze c'è il fatto che si devono avere in saccoccia i lavori chiave per una maratona. Non è che ci si metta a fare gli 800 e basta.

Se funzioni non lo so (ed è fondata l'obiezione sul fatto che i parametri metabolici per completare un lavoro di 800 e una maratona siano diversi),
podisti.net è sicuro di no e lo ha addirittura elevato ad icona, coniando il termine "yassata" che viene utilizzato in una rubrica apposita per ironizzare su errori e miti della corsa.

Ma Yasso, ho scoperto, è molto di più. Una gioventù difficile tra droghe e alcol, riscattata dalla corsa e da un lavoro a
Runner's World che lo ha portato ad essere ambasciatore del nostro sport in tutto il mondo, partecipando a gare in tutti i continenti, a partire dalla fine degli anni settanta ad oggi.

Il libro è nato dalla progressiva crescita di una presentazione fotografica di alcune avventure di Bart in giro per il globo, incluso una delle prime Badwater, una corsa coi muli, una sfida non voluta con i rinoceronti e così via. Ho anche assistito alla presentazione originale, che ho molto apprezzato grazie alla consumata abilità dell'autore.

Alla fine un bel messaggio di curiosità verso le cose del mondo, e di accettazione serena della fragile umana condizione.
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Libro: "50/50" di Dean Karnazes e Matt Fitzgerald

Sottotitolo: "Secrets I learned running 50 marathons in 50 days- and how you too can achieve super endurance!"

Pochi giorni fa avevamo parlato del
film relativo all'impresa di Dean karnazes che, lo ricordiamo, nell'autunno del 2006 ha corso 50 maratone, nei 50 stati degli Stati Uniti, in 50 giorni consecutivi, e in questi giorni è uscito anche il libro che completa il quadro e dà una visione più dettagliata, che i tempi cinematografici non consentono.

A livello pratico pare che Dean abbia chiamato ogni giorno
Matt Fitzgerald raccontandogli tutto quello che gli veniva in mente. Questi ha buttato giù una bozza che poi Dean ha rivisto per dargli la sua "voce".

Risultato: il libro è scritto decisamente meglio del primo di Dean Karnazes, fornisce un quadro completo dell'impresa e per ogni giorno cerca di trarre e fornire una lezione utile a chi voglia cimentarsi nella corsa.

In effetti credo sarà un librò più appetibile per i principianti in cerca di consigli ed ispirazione che non per i veterani. Ciò non toglie che, in particolare negli aspetti mentali, un ripasso e nuovi stimoli sono sempre utili a tutti. Ricordiamoci che Matt Fitzgerald è anche autore di quel "
Brain Training for Runners" che mi appresto a rileggere con entusiamo.

Per completezza è giusto ricordare anche che qualche polemica è sorta ad opera dei "veterani" sulla figura di Dean, uno scambio di opinioni recente (in Inglese) che ho letto volentieri e presenta varie tesi interessanti, senza scadere nella inutilmente animata e sterile discussione da bar, si trova su
uno dei forum di Runner's world.
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Libro: "Brain Training for Runners" di Matt Fitzgerald

Arrivo a dire che è un libro per cui varrebbe la pena di imparare l'Inglese, se uno non lo conosce già, e se non lo traducono in Italiano.

Matt Fitzgerald, che già mi aveva colpito per alcuni articoli sulla corsa letti nella rivista
Triathlete, sforna questo lavoro che riprende molti concetti che ci sono cari, quali gli stretti rapporti e reciproche influenze tra mente e corpo.

Fitzgerald va oltre cercando di spiegare che la mente, non quella cosciente, controlla il corpo per mantenere un equilibrio, e quindi invia segnali di stanchezza ben prima che si esauriscano i substrati energetici. Oltretutto la mente può essere allenata a sfruttare meglio la muscolatura e quindi "risparmiare". Questo mette in dubbio qualcuno dei precetti fondamentali che finora ci hanno guidato, quali la centralità delle soglie nella determinazione dei ritmi di allenamento.

Ma anche non volendo bere alla fontana dei substrati energetici, i capitoli sulla tecnica di corsa, sull'accettazione della fatica e sulla programmazione dell'allenamento valgono i soldi dell'acquisto del libro.

Sembra un tomo corposo, in realtà la seconda metà è occupata da tabelle, che non ho mai amato, ma vengono presentate nella forma corretta, una base di lavoro che va adeguata alle condizioni esterne ed interne all'atleta, ogni giorno.

E' uno di quei testi che poi si tengono nello scaffale più accessibile per rileggerli periodicamente.
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Libro: "God On The Starting Line" di Marc Bloom

Sottotitolo: "The triumph of a catholic school running team and its jewish coach".

Marc Bloom, attivo nell'ambito del giornalismo che riguarda l'atletica leggera, qualche hanno fa ha accettato l'incarico di allenatore di una squadra di campestre di una scuola cattolica privata.

Pensava non lo prendessero, in quanto ebreo, in realtà pare fosse solo un problema suo.

Ha poi raccolto in questo libro le sue esperienze di allenatore alle prime armi che cerca di entrare nel misterioso mondo che sono le menti degli adolescenti.

La squadra parte con i classici atleti scapestrati, che dell'allenamento e della
'coscienza superiore ottenibile attraverso il sacrificio' non sanno proprio che farsene (a lato viene spontaneo chiedersi come Bloom potesse pensare che dei quindici/sedicenni medi fossero automaticamente portatori di valori, come la purificazione attraverso la sofferenza, per il semplice fatto di frequentare una scuola cattolica).

E di cose normali che accadono e sorprendono il buon Bloom ne è pieno il libro. Ma nonostante la seriosità e perenne ingenuità di Marc, i ragazzi reagiscono al suo impegno, onestà intellettuale e cuore oltre l'ostacolo, tanto che, dopo i necessari conflitti e problemi, diventano una squadra, e mi fermo per non dar via il finale.

Da queste parti si è accennato a qualche libro riguardante il mondo delle campestri delle superiori/università negli Stati Uniti, dagli
Harriers, scritto dagli atleti, ai Buffaloes, scritto da un esterno, a Pain, romanzo scritto da un ex atleta. "God on the starting line" è scritto dall'allenatore e completa un po' il quadro dei diversi punti di vista.

Quello scritto dagli atleti è stato il più coinvolgente ed interessante, per me. Pain, bello, ma cinico e disilluso. Buffaloes troppo tecnicistico.

Questo di Marc Bloom ha i suoi lati interessanti, vi si apprezza l'evoluzione degli atleti come singoli e come squadra. I riferimenti alla religione sono ottimi spunti, indipendentemente dalle credenze, o meno, che si abbiano. La ricerca di un nutrimento spirituale, consciamente o inconsciamente fa parte della natura umana. Bloom è molto coinvolto nel suo essere ebreo, e cerca di non turbare le coscienze 'cattoliche' dei suoi allievi, che a mio avviso sono nella scuola cattolica privata semplicemente perché ce li hanno messi i genitori, e fa dei paralleli tra corsa, filosofia e religione che danno dà pensare. E ciò è sempre buona cosa per un libro.

Dal punto di vista umano rende bene le ansie dell'allenatore con una squadra misurata che non può permettersi infortuni o passi falsi. Si resta un po' spiazzati quando tutta la vita di Bloom sembra dipendere dal fatto che una gara vada come previsto o meno, nel campionato parrocchiale B dello stato, quando il padre è all'ospedale a causa di un infarto. Ma chi siamo per giudicare le reazioni di una persona, e chiunque s'impegni, foss'anche per fare il giro dell'isolato, è degno del massimo rispetto.

Infatti il grande messaggio, alla fine, non sono i risultati tecnici ma la crescita interiore di allenati e, soprattutto, allenatore, che impara a mettere gli eventi in prospettiva e comprende meglio sé stesso grazie a questa esperienza.

Onestamente, però, non lo consiglierei, anche se è un libro che alla fine sono contento di aver letto.
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Libro: "Running With The Buffaloes" di Chris Leary

Nel 1998 Leary, podista a sua volta, si è preso qualche mese di libertà e ha seguito passo passo la squadra di Cross Country dell'università del Colorado, per gli amici i Buffaloes.

E quando dico passo passo intendo che il libro è una specie di diario di ogni allenamento che quei ragazzi hanno fatto per prepararsi ai campionati nazionali.

Non rivelerò il piazzamento finale né altre sorprese che si incontrano lungo il percorso.

Ho fatto un po' di fatica a procedere, per problemi miei nei confronti dei diari e delle raccolte di storie, il racconto spezzettato non mi fa entrare in temperatura.

Per il resto è anche piuttosto tecnico ed in misure statunitensi, quindi gran dettagli dei tempi sul miglio per i quali non ho sensibilità. Mi dici quattro al chilometro ed ho un riferimento anche sensoriale, mi dici 6'26" a miglio e sono solo numeri. Stessa cosa per venti miglia in due ore.

Al lettore metrico decimale mancherà dunque quel sottile piacere di capire immediatamente quello che succede, senza doverlo tradurre mentalmente, o con la calcolatrice. Peccato perché per il resto riesce a dare un bello spaccato di quella che è la vita degli agonisti. Con utili incursioni nei loro pensieri, motivazioni e paure.

Ci sono inoltre molti spunti di riflessione in merito all'allenamento e alle strategie di gestione della stagione e della singola gara.

C'è anche una perplessità da parte mia. Parliamo di una università che ha una squadra costantemente nei primi cinque nazionali, che offre qualche borsa di studio, che ha un tecnico che crede in settimane da 160km in allenamenti singoli (niente bigiornalieri), eppure manca di un massaggiatore/fisioterapista convenzionato. E a fine stagione l'allenatore si siede alla scrivania cercando di capire perché ci siano stati così tanti infortuni, praticamente ogni atleta ha avuto problemi più o meno gravi.

Direi non tra i testi fondamentali, ma sono contento di averlo letto.
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Libro: "Resisto Dunque Sono" di Pietro Trabucchi

Si dice che la corsa sia metafora della vita, anche il blog può essere metafora della vita (l'importante è che non ne sia surrogato, ma questo è altro discorso).

In ogni caso basta distrarsi un attimo ed ecco che passano oltre due mesi senza che nulla, di voluto dal protagonista, accada. Questo non significa che non accade nulla, ma che semplicemente si perde l'iniziativa. E quando perdi l'iniziativa, con una metafora bellica, hai già perso mezza battaglia.

Nel frattempo però ho letto vari libri, tra questi "Resisto Dunque Sono" di Pietro Trabucchi, già citato più volte su queste pagine e senz'altro uno degli autori preferiti dal sottoscritto.

Ero restìo a scriverne, perché immagino che chi sia appassionato di corsa di resistenza lo abbia già letto e quindi non aggiungo nulla che non si sappia già. Ma può essere che a qualcuno sia sfuggito e quindi qualcosa dico.

Trabucchi parla della "resilienza", quella caratteristica psicologica che ti consente di mantenere l'attenzione sull'obiettivo, nonostante le difficoltà ed eventi negativi che si incontano sul cammino.

E questo non riguarda solo la corsa o le altre discipline di resistenza, riguarda la vita in genere. Gli stress legati al lavoro, la famiglia, le piccole e grandi sconfitte, anche le vittorie.

E un libro che parla della vita, in tono realistico, senza messaggi roboanti, ma con un quieto invito a farsi carico delle proprie miserie perché siamo gli unici che possiamo farlo. A dar la colpa agli altri o al destino non si fa molta strada.

Oltre a fornire, in maniera scientifica ma con tono divulgativo, una base di riflessione, cita esempi di chi chi ha saputo superare grandi difficoltà e dà anche strumenti per allenarla e nutrirla, 'sta benedetta resilienza.

Un libro, a mio avviso, utile a chiunque sappia leggere. Agli altri dovrebbe essere raccontato.
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Consigli per la lettura


meb



su
Marathon & Beyond di luglio/agosto 2007 c'è un pezzo dal titolo "Ecomaratona" che direi non è il caso di perdere, è a firma Serena Richardson, che i più astuti di voi conosceranno, e parla dell'ecomaratona dei Marsi, in Abruzzo, una di quelle gare che prima o poi andrebbero corse.

Per chi non lo conosce, Marathon & Beyond è un po' rivista e un po' libro, orientato a raccontare storie sulla corsa, privilegiando il lato umano più che quello tecnico.

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L'ultra maratona - allenamento, alimentazione, aspetti mentali

di Luca Speciani.

Con il consueto stile divulgativo, che ti fa leggere anche le pagine dove si parla di biologia come fossero quelle di un romanzo, Luca affronta la questione ultramaratona. Sviscera la questione energetica, tecnica e mentale, sottolineandone la stretta connessione.
Direi molto bene, in particolare per il, mai pubblicizzato a sufficienza, legame tra corpo e mente,
e viceversa. Ma anche il capitolo alimentazione è affascinante.

Ci sono anche dei contributi di altri autori: Trabucchi (imperdibile, come sempre), Massini (un po' frammentario), Massa (l'uomo fuori strada. Utili suggerimenti per chi intende lasciare l'asfalto), De Ponti (il triste capitolo sugli infortuni), e storie di alcuni atleti, tra cui il Mitico Deuoll, Gianluigi Zuccardi Merli, alla sei ore di Mareno di Piave.
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ChiWalking

Danny, Danny, Danny (Dreyer),

ti ho sostenuto col ChiRunning, perché ritenevo, e continuo a farlo, che ci fossero delle idee interessanti.

Con questo ChiWalking invece mi pare si voglia solo cavalcare l'onda di un successo. Perdìo, farà anche bene, ma non puoi fare un intero libro dicendo ogni tre per due che camminare, se fatto con i crismi ChiWalking (r), è la miglior cosa che possa capitarci per cardiocircolazione, flessibilità, muscoli e quant'altro si possa mettere su un marciapiede a deambulare.

Sei un signor venditore. Ti mandassero in Alaska in gennaio con un cubo di ghiaccio torneresti a casa con la valigetta piena di ordini.
E, ripeto, il ChiRunning, ha qualcosa da dire, ma 'sta storia del camminare per oltre 200 pagine non l'ho proprio mandata giù, perché ci stava comodamente tutto in un articolo da 3/4mila parole.

E ti avrei detto bravo e pure sparso il verbo.

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PAIN di Dan Middleman

E secondo me ha ragione Erica Jong quando dice che nei romanzi puoi dire cose che non ti è permesso dire nelle autobiografie.

In questo romanzo Middelman traccia un ritratto di mezzofondisti quasi d'elite, gente ai vertici delle classifiche universitarie e in lotta per una qualificazione ai trials olimpici.

Con contorno di feste, birra, e una storia d'amore sofferta.

Ne escono delle riflessioni piuttosto amare sulla vita degli atleti da parte di un autore che ha partecipato ai 10.000 olimpici nel 1996.

Un libro altamente avvincente e deprimente.
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HARRIERS - The making of a championship cross country team

di Joseph Shivers & Paul Shivers

La storia, raccontata da due dei protagonisti, di un paio di stagioni della squadra di corsa campestre di una scuola superiore dell'Ohio.

Avvincente come un romanzo, bella descrizione dei personaggi e delle competizioni. Mi ha riportato a situazioni vissute in prima persona come atleta e come allenatore.

Era un po' che cercavo un libro che parlasse di corsa senza essere un manuale tecnico. Pare ce ne siano, là fuori, e questo è senz'altro uno di quelli buoni.
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Pipe Dreams: a surfer's journey di Kelly Slater

Per chi non lo conoscesse, Kelly Slater ha vinto 7 campionati del mondo di Surf, di cui 5 consecutivi e 1 al rientro dopo il ritiro dalle competizioni. Ha vinto il primo a 20 anni.

La differenza rispetto agli altri, a volte con più talento, o semplicemente più bravi, è la dedizione, la capacità di gestire la gara, e l'agonismo (guai a perdere, e la colpa, nell'eventualità, era sempre sua, mai di terzi incomodi).

Nel surf i punteggi vengono attribuiti dai giudici e si procede per eliminatorie dirette. Tra i suoi punti di forza va senz'altro citata la lettura nei minimi dettagli (stato delle onde, avversari, valutazioni dei giudici, regolamento) del quadro agonistico in cui operava.

Quello che mi ha in qualche modo sorpreso di più è stato leggere che nel 1996 (dopo aver vinto 3 titoli mondiali, ed in corsa per il quarto), per una serie di coincidenze "ho iniziato a rendermi conto che non potevo vivere di Doritos e Oreo e aspettarmi di essere in salute.(...) Mi resi conto che avrei potuto prevenire molte malattie se solo mi fossi nutrito correttamente. Così ho cambiato la mia dieta e notato immediatamente miglioramenti nella pelle e nel livello di energia"

Un infanzia e 3 titoli mondiali a patatine e biscotti. Sì, sì, poi è migliorato, ma intanto.
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Duel in the Sun : Alberto Salazar, Dick Beardsley, and America's Greatest Marathon

di John Brant

Boston 1982. Una della gare che ha fatto storia.
Per la competizione, che Salazar e Beardsley corsero fianco a fianco dall'inizio alla fine.
Per l'epilogo, che vide Salazar prevalere di un soffio, ma con il dubbio, a causa di un finale, in cui sia il bus dei giornalisti che alcuni motociclisti di scorta "distrassero" Beardsley giusto a pochi metri dall'arrivo
Per il pedaggio richiesto, specialmente per Salazar, portato all'ospedale dopo l'arrivo per disidratazione, che non si risollevò più fisicamente e dopo quel 1982 non fu più lo stesso.
Beardsley ebbe altri problemi, prima ad un tendine e poi a causa di un incidente quasi letale, che ne causò poi la caduta nella dipendenza da antidolorifici.

Il libro alterna fasi della gara ad escursioni nella storia dei due prima e dopo quel giorno.

Il ritmo è sostenuto ma consente delle riflessioni interessanti fino a giungere all'arrivo, i giorni nostri, in cui i due hanno finalmente trovato una sorta di pace con se stessi e con il destino, dopo vent'anni di lotte e sofferenze. La loro vera maratona.

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riporto libri

questa è la pagina che andava sotto il nome di "libri", adesso li dovrei aggiungere quì e dopo si possono trovare sotto la categoria "libri".
Stessa cosa, un po' più facile da aggiornare per me, e quindi ci sono maggiori possibilità che lo faccia.


"Suffer in silence" di David Reid. Un romanzo, però basato sull'esperienza reale dell'autore, ambientato nella prima fase del corso per l'ammissione ai reparti speciali della marina statunitense, i SEAL. Una fase in cui il compito primo degli istruttori è scremare i meno resistenti, e ce la mettono tutta, gli istruttori. L'ultima settimana, chiamata "hell week", prevede la quasi totale privazione del sonno, e frequenti immersioni senza muta nell'oceano. Dopo tre giorni di hell week volevo mollare, io, che stavo solo leggendo, fra l'altro steso in spiaggia, nel torpore di una mattinata agostana. Un  viaggio nel mondo della "resistenza", in senso lato ed estremo, che lascia esausti.

"Every second counts" di lance Armstrong. E' il seguito del libro precedente, riprende da dopo la guarigione e passa per i tour de France vinti, assieme alla vita che ci girava intorno. Impressiona la professionalità con cui affronta ogni aspetto del suo lavoro, allenamento, alimentazione, materiali. Tutto, per limare anche solo qualche secondo, in fondo la gara si decide nell'ambito di pochi minuti di distacco, dopo tre settimane di corsa. Ma sono importanti tutti i secondi, Lance se ne rende conto avendo dovuto affrontare una situazione in cui sembrava non gliene restassero molti.

"Dick Beardsley - Staying the course: a runner's toughest race" di Dick Beardsley e Maureen Anderson. La storia di un atleta noto per essere arrivato secondo in una delle più famose sfide di maratona:Boston, 1982. La gara venne vinta da Salazar per un paio di secondi dopo una lotta allo stremo. Dick ha però anche dovuto superare molte altre traversie che racconta ora con la semplicità del ragazzo di campagna che è sempre stato. Dall'incidente nella fattoria alla successiva dipendenza dai "painkillers", al recupero, come ogni buon runner. Se qualcuno pensa di essere sfortunato dovrebbe leggere questo libro.

"Hills, hawgs & Ho Chi Minh" di Don Kardong. Una raccolta di racconti sulla corsa scritti con il consueto umorismo che contraddistingue l'autore. Sono tutti già stati pubblicati, generalmente su Runner's World, ma più di qualche anno fa. Le riflessioni non perdono comunque di attualità, una lettura scorrevole mai priva di un "eh già" o "però" di ammirazione.

"Ultramarathon man - confessions of an all-night runner" di Dean Karnazes Ed ecco un ultramaratoneta un po' discusso nell'ambiente. Forse perché in genere mantengono un basso profilo, forse la gelosia, ma più di un sopracciglio si solleva al sentire il suo nome. Non è il più "veloce", forse è il più resistente, in ogni caso è riuscito a gestire bene la situazione a livello di immagine. Il libro parla della sua maturazione attraverso principalmente quattro gare (Western states, badwater, la maratona al polo sud e la "staffetta" da 200 miglia). Interessanti le reazioni fisiche alle condizioni estreme cui si sottopone. Dal punto di vista tecnico non c'è molto, è un "marziano".

"Kelly Holmes - my olympic ten days" di Kelly Holmes vincitrice di 800 e 1500 ad Atene. Questo libro non vincerà di certo un premio letterario ma è utile per dare una visione dal di dentro di come un'atleta di vertice vive un appuntamento come le Olimpiadi.

"Paula- my story so far" di Paula Radcliffe. Biografia dell'atleta britannica fino ad oggi (poche settimane dopo Atene 2004 ndr). Alcune parti possono risultare poco interessanti (la fase dell'adolescenza e la storia con l'attuale marito, per me) ma il racconto delle settimane prima e dopo Atene è assolutamente emozionante. Ci porta su quella strada infuocata vista da dentro di lei e non da sterili telecamere.

"Raising the bar - integrity and passion in life and business - the story of Clif Bar inc. - a journey toward sustaining your business, brand, people, community and the planet" di Gary Erickson con Lois Lorentzen. Storia di una passione diventata business, storia di un business rimasto, lottando con le unghie e con i denti, passione. Clif bar non è conosciuta in Italia ma negli Stati Uniti è uno dei principali attori nel campo delle "barrette" energetiche. Il proprietario racconta la storia dalla nascita dell'idea, agli inizi nella cucina di mamma, alla crescita vertiginosa, alla quasi vendita ad un grossa società, alle difficoltà quotidiane. Molto spazio viene dato alla questione della sostenibilità: del brand e del business, perché se non si fanno soldi non si sopravvive. Delle persone che lavorano in azienda, il cui benessere influisce sull'azienda. Della comunità che vive intorno all'azienda. Del pianeta in cui vive l'azienda.  L'autore, appassionato di jazz, di vita all'aria aperta, di ciclismo, di arrampicata, fa dei paralleli tra la sua vita e quella di un'azienda, racconta dei suoi viaggi in bici in giro per il mondo. Imperdibile per chi creda che il mondo degli affari sia solo cinico calcolo, e anche per tutti gli altri.

"Aspro e dolce" di Mauro Corona. Il racconto di una vita vista attr averso il vetro spesso di un bicchiere, di vino. Spesso triste.

"La ragazza dai capelli strani" di David Foster Wallace. Una raccolta di racconti di un Grande Scrittore. Non parla della corsa, ma mica si può sempre correre. E mica si può sapere a priori da dove arriveranno ispirazioni e idee che potrebbero esserci utili.

"Prisoner's dilemma" di William Poundstone. Un libro un po' tecnico, un po' storico, riguardo la teoria dei giochi, John Von Neumann e varie amenità che l'umanità è riuscita ad imbastire nel secolo scorso (non esclusa la guerra fredda e la bomba atomica).

"Le regole dell'avventura" di Laurence Gonzales. L'autore analizza molti episodi di sopravvivenza (o mancata sopravvivenza) cercando di trovare un filo comune che non sia la fortuna. Esplora con divizia di particolari le connessioni e reciproche influenze tra mente e corpo(ricorda niente?) e gli atteggiamenti tipici di vittime e sopravvissuti. Spiega anche di come sia perfettamente normale comportarsi da stupidi, a volte. Così la prossima volta forse non lo farete o, forse, vi sentirete solo meno stupidi. Non si limita a condizioni estreme, ci sono applicazioni anche nella vita di tutti i giorni, per esempio un'azienda e il mercato in cui opera (che non è detto non sia una condizione stile giungla, in ogni caso). E, a voler ben guardare, la corsa lunga è una situazione da sopravvivenza. L'elenco di regole finali si adatta perfettamente a chi voglia sopravvivere ad una maratona. Un libro imperdibile, in estrema sintesi.

"L'arte dell'inganno" di Kevin D. Mitnick. Il più famoso hacker della storia svela molti dei suoi segreti che, forse a sorpresa, si rivelano poco tecnici e molto personali. Molti esempi pratici di come, ancora una volta, siano sempre  le persone la maggior risorsa cui possiamo attingere. Imperdibile per tutti quelli che si interessano di comunicazione (cioè chiunque?).

"Il metodo Alexander" di Sarah Barker. (ri)educazione posturale e gestione delle tensioni muscolari. Pensiamoci prima di ricorrere a soluzioni esterne o anche solo ad aumentare i carichi di lavoro. "Ripensare lo sport" di Pietro Trabucchi. Cos'è stato, cos'è e cosa potrebbe essere lo sport per la crescita di una persona. Tanto. Eccezionale, senza voler sminuire il resto del testo, la post-fazione di Brunod.

"La corsa dolce, secondo il metodo Feldenkrais" di Wim Luijpers e Rudolf Nagiller. Riflessioni sulla corsa in generale e sulla tecnica in particolare. Molto tranquillo e colloquiale. Belli i capitoli su postura e tecnica di corsa.

"A step beyond: a definitive guide to ultrarunning" di autori vari. Una corposa raccolta di notizie, suggerimenti, letture per chi è interessato ad andare oltre la maratona. Una guida completa e ben fatta.

"Non ho problemi di comunicazione" di Walter Fontana, autore, tra l'altro, della battuta: "Era un bambino presuntuoso e saccente. Quando la maestra di prima elementare gli chiese: "Ma tu credi in Dio?", lui rispose: "Be', credere è una parola grossa. Diciamo che lo stimo". Il libro, splendido. Ironico, amaro, divertente. Non dovrebbe essere ignorato da chiunque si interessi di comunicazione, cioè chiunque.

"The runner and the path" di Dean Ottati. Riflessioni sulla vita originate dalla corsa e dai vari personaggi incontrati dall'autore. Piuttosto didascalico, la corsa è più che altro un pretesto per scrivere dei colloqui che avvengono durante. Buono il capitolo sull'attenzione. Si può perdere.

"Soul surfer" di Bethany Hamilton. Tredicenne hawaiana, promessa del surf, viene attaccata da uno squalo cui lascia l'intero braccio sinistro, dalla spalla praticamente. Il suo primo pensiero, una volta ripresa dal comprensibile shock, è di come fare a tornarci, sulle amate onde. Non un capolavoro letterario ma il racconto dell'episodio è straziante. Interessanti osservazioni sul vivere da celebrità e sul come gestire una nuova realtà di questo tipo. I riferimenti a Dio e alla fede sono continui.

"Mente e Maratona" di Speciani e Trabucchi . Collegamento corpo e mente sviscerato con pazienza e dovizia di particolari. Per me come trovare un vecchio amico. La parte dedicata alla gestione di fatica e dolore l'ho letta come un thriller, non riuscivo a distogliere l'attenzione. Molto dettagliati e stimolanti i diversi mezzi di allenamento suggeriti. Direi che entra di prepotenza tra quelli da tenere a portata di mano per rileggere alla bisogna.

"No need for speed" di John Bingham. Un libro che parla di amore per la corsa e di come farne una relazione per la vita. Niente tabelle, solo scrittura scorrevole e piacevoli osservazioni.

"La preparazione mentale agli sport di resistenza" di Piero Trabucchi. Mi verrebbe da dire un testo basilare per chi sia interessato all'argomento. Scrittura semplice ma tecnica, e che va a bersaglio. Non solo per lo sport ma anche per la vita di tutti i giorni. Perché si debba poi considerarli separati non lo so.

"Long distance" di Bill McKibben. Uno scrittore giornalista decide di prendersi un anno sabbatico, assumere un allenatore e provare ad allenarsi come un atleta professionista. Divertente e profondo nell'analizzare la vita dell'atleta. Ambientato nel mondo dello sci di fondo ma i concetti non cambiano per qualsiasi altro sport di resistenza.

"Lo zen e l'arte della corsa" di Luca Speciani. Principi dello zen applicati alla corsa. La mente che lavora insieme al corpo per sfruttare al meglio il proprio potenziale. Un bel libro per guardare oltre la solita siepe.

"Correre al meglio" di  Joe Henderson. Impostazione americana per questo libro. Meno tabellare dei corrispondenti italiani e più filosofo e pratico nei consigli.

"Il miracolo della presenza mentale" di Thich Nhat Hanh. L'autore, monaco vietnamita propone di far entrare la meditazione nella propria vita quotidiana. Accanto a quella classica da seduti suggerisce di affiancare la consapevolezza nell'esercizione delle faccende quotidiane. Lavare i piatti non è più stato lo stesso da quando ho letto questo testo.

"ChiRunning" di Danny Dreyer. Principi del tai chi, arte marziale cinese, applicati alla corsa. Sensata e condivisibile analisi della tecnica di corsa.  L'applicazione di quanto spiegato mi ha consentito di risolvere un fastidioso problema alla caviglia che mi perseguitava, nonché completare senza grossi danni una 50km trail con alle spalle una trentina di chilometri alla settimana. Non fa miracoli, intendiamoci, ma aiuta con buon senso.

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