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corsi e ricorsi

Barkley Marathons reprise

Visto che non ne avevamo scritto nulla (vedi la mia sorpresa qui) aggiungo un paio di informazioni su Barkley.

Il rinvio alla
pagina, ufficiosa, ma più completa che esista, sull’argomento, con i risultati degli ultimi anni e link a vari racconti dei partecipanti.

Sono racconti in genere lunghi e sofferti. D’altra parte, per chi finisce, sono oltre 50 ore, che in cifre fa più di due giorni nella foresta.

E poi un
rinvio al video di un allenamento di Jared Campbell, giunto secondo quest’anno. Per chi non avesse tempo di vedersi tutti i nove minuti della sintesi consiglio di saltare al minuto 05:48 dove inizia la discesa sulla neve. Merita.
(nota geografica: l’allenamento è su un terreno ben diverso dal Tennessee di Barkley, ma mi sembra valido per altri aspetti.
nota tecnica: per motivi che mi sono oscuri non mi consente di inserirlo in questa pagina, da cui il link esterno a youtube).

Edit: altri due link interessanti al sito del fotografo Geoffrey Baker:
Bad Things Happen: una serie di foto dell’ambiente e dei personaggi
Out There: un progetto in cui vengono affiancate una foto fatta il giorno prima della gara e una appena terminata.
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Barkley Marathons

In questi giorni si corre la Barkley Marathons.

Ho cercato negli archivi di rualan.com per fornire un rinvio documentante, e, con mia somma sorpresa, non vi ho trovato che un breve cenno di rimbalzo.

Strano.

E’ sempre stata una delle gare che più mi hanno affascinato, perché strutturata per essere sfidante in assoluto. E la sfida è riuscire ad arrivare in fondo.

Alla Barkley quasi tutti vanno per vedere quante miglia riescono a fare prima di arrendersi, e non in quanto tempo riescono a completarla.

In venticinque anni di storia solo dieci persone sono riuscite a completare le 100 miglia (un circuito da 20 miglia da ripetere 5 volte) entro le 60 ore di tempo massimo.

Per dire, un mio conoscente, che si è fatto Hardrock e il percorso della Western States in inverno, alla Barkley va per completare un giro, due se proprio è in giornata.

Quest’anno c’è anche il progetto di girare un documentario finanziato dal popolo tramite
kickstarter: che siate interessati o meno a finanziare il progetto, il trailer nella pagina di presentazione merita una visione, fa un po’ di storia e un po’ di filosofia.
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33ma Correndo Lungo il Piave - Maserada (TV)

Non so se sia una mia impressione ma specialmente quest’anno mi sembra di notare un maggior numero di persone sui percorsi di quelle “marcette”.

Che avranno anche umili natali, costi ridotti e premi che a volte fanno sorridere di tenerezza, ma sono quanto di più vero ci sia in campo podistico. Si attraversa un territorio senza tante sofisticazioni, che ci sia polvere, fango o cemento, e, più spesso che no, ci sono tutti.

La specializzazione è un lusso da primo mondo, in fondo.
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38ma Panoramica di Savassa - Vittorio Veneto (TV)

Ci si dimentica sempre che il ritrovo per questa manifestazione è in una specie di canalone, che converge con forza l’aria frizzante che precipita dalle Dolomiti.

Complice uno scampolo di primavera che invitava a pantaloncini corti e maglietta (in pianura) non sono mancati i brividi di sorpresa una volta scesi dalla macchina in parcheggio.

Al di là dello shock iniziale il clima era però ideale per la corsa, fresco e coperto.

Con l’aiuto dell’ormai collaudato percorso, un paradiso della propriocezione, la giornata è scorsa piacevolmente. Non che se ne dubitasse prima, ma è sempre bello averne conferma.

Ennesima conferma, inoltre, che un lavoro serio sulla tecnica di corsa può rendere divertenti anche uscite per le quali non si è completamente preparati.
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18ma Marcia dei castelli - Susegana (TV)

4444 iscritti, proclamava lo speaker alla fine.

E a giudicare dalla polvere sollevata nei tratti sterrati direi che c’erano tutti. Non è facile gestire un assalto del genere, e tutto considerato le strutture mi sembra abbiano tenuto.

Il tempo, di una primavera da pubblicità, ha aiutato un percorso bello di suo, il Collalto, le cui ondulazioni ricordano momenti facili e difficili, ascese impervie e declivi dolci, e viceversa.

Un affascinante promemoria della varietà della vita, ché a volte sembra vada sempre tutto male.
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Treviso Marathon

Chilometro tre, la lepre Ugandese, e i due Kenyani favoriti della gara, Chemchir e Kwalia. Si viaggia sui 3’05”/3’06”.

Kwalia però non è che viaggi confortevole, il passo è pesante e assomiglia tanto a uno che sia alla fine di una ripetuta sui tremila. Respirazione affannosa, occhio che tradisce un pensiero al tepore delle mura domestiche.

Infatti si stacca poco dopo, e pian piano diventa un puntino lontano nel rettilineo.

Verso il decimo chilometro le condizioni di Kwalia destano preoccupazione, si teme non arriverà nemmeno alla macchina di supporto delle lepri, in attesa al quindicesimo.

Chilometro dodici, qualcosa è cambiato, Kwalia sembra più sciolto, l’andatura più allegra e dà l’impressione di aver aumentato il ritmo. I battistrada non sono in vista, è il centro di Conegliano, e hanno almeno due o tre minuti di vantaggio.

Ritornati sulla Pontebbana, complici i rettilinei che dominano il percorso, Chemchir e collega tornano in vista, le canottiere gialle sempre più visibili. Metro per metro la distanza si accorcia, percettibilmente

Poco dopo Ponte Della Priula, intorno al diciannovesimo chilometro, il ricongiungimento.

Da lì proseguono appaiati, anche dopo che la lepre termina il suo compito.

Un regista romantico a questo punto spingerebbe con la forza del giusto Kwalia sul gradino più alto del podio.

Ma questa è la vita vera, l’impresa è già stata compiuta, il prezzo pagato sarà l’incapacità di reagire all’attacco finale di Chemchir, che si invola nei pressi dell’arrivo, guadagnando pochi secondi cruciali per vincere in solitaria.

Ma sarà poi l’unico ad aver vinto?

Chiunque abbia mai corso per più di qualche metro conosce quella sensazione cupa di sconfitta. La Crisi. Il corpo protesta, la mente comincia a vacillare, si vorrebbe continuare, all’inizio, poi neppure quello. Viene messa in discussione la stessa presenza fisica in quel luogo “ma chi me lo fa fare?”.

Magari un atleta professionista lo sa chi glielo fa fare, ma nulla toglie (anzi forse peggiora) al senso di disperazione nel vedere, al terzo chilometro di una maratona, gli avversari allontanarsi, ancora freschi, come dovrebbe essere per tutti a quel punto.

Se lo sport prepara alla vita, è in quello spazio tra il terzo e il diciannovesimo che si è imparato qualcosa: a reagire, ché la strada è lunga e “non va mai sempre peggio”.

Grazie Kwalia, una bella lezione.
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Corsi e ricorsi

Il 13 ottobre 2004 iniziava questo sito, raccolta di impressioni sulla corsa, a futura memoria.

Il futuro è arrivato più volte, e spesso ho tratto vantaggio dalle note passate.

L’estate appena trascorsa è stata piagata da infortuni di varie specie e dimensioni, fisici e mentali (ma saranno poi tanto diversi?).

Non ho mai smesso di pensare alla corsa e cercare di capire, pur avendo corso meno e scrittone ancora meno.

Poi ho pensato che dovrei correre senza pensare ed è cominciata ad andare molto meglio.
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Mareno di Piave, 12ma passeggiata alla scoperta del territorio

E siccome è alla scoperta del territorio ogni anno cercano di cambiare percorso, e ogni anno mi stupiscono, perché ci sono nato e cresciuto a Mareno di Piave, e ogni volta trovano angoli di campagna che non ricordo di aver mai visto.

Mi scuso con il paese e plaudo agli organizzatori.

Questa è una manifestazione un po’ diversa dalle solite, i tempi sono più rilassati, si parte qualche minuto dopo, perché c’è sempre la ressa di chi si iscrive all’ultimo, e anche i primi non la fanno alla morte ma se la godono, fermandosi ai ristori e a qualche bivio in cui non sono sicuri di dove andare. Nonostante la certosina segnalazione del percorso in un paio di punti il dubbio c’era in effetti.

Comunque mancanze veniali per una corsa con un piacevole percorso, ideale per un periodo in cui comunque non si potrebbe aspirare a tempi d’eccellenza.
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Il punto della situazione

Il punto più importante è, senz’altro, la proiezione a terra del baricentro.

Per stare in piedi deve cadere entro la zona che i piedi tracciano a terra, tutti ne sono più o meno consapevoli e la cosa è data per scontata.

Al mondo però di statico c’è sempre molto poco. In termini dinamici le cose cambiano un po’, per stare in piedi sempre lì deve cadere, il baricentro. Ma, importante, nel momento in cui lo spostiamo in avanti o indietro abbiamo un effetto caduta (in avanti) o seduta (indietro) che può essere sfruttato a nostro favore.

Siccome la proiezione a terra è difficile da vedere, e ci serve un riferimento pratico e di facile localizzazione, fissiamolo nell’ombelico. Proviamo a spostarlo mentre corriamo un po’ avanti rispetto al solito, e vediamo che succede. Si può provare anche indietro, sempre per vedere l’effetto che fa.

Non dico altro, le parole hanno poca presa su aspetti pratici come questo.

Altro punto riguarda il fatto che questa settimana si conclude il ciclo di trasmissioni intitolato “ai nastri di partenza”, andato in onda su Radio Conegliano da metà marzo, in cui si è parlato di corsa e dintorni e in cui ho fatto l’ospite tecnico.

L’ho fatto perché di corsa parlo volentieri a chi voglia ascoltare, ma ancora di più perché la radio impone ritmi e modi che mi sono estranei. Non ho grossi problemi a parlare in pubblico, perché posso valutarne reazione e gestirmi i tempi. In radio hai sezioni da 8/10 minuti in cui parli non si sa a chi, e se ti impaperi devi andare avanti comunque. Inoltre bisogna essere molto più bravi per dire una cosa in due minuti, che senza limiti di tempo.

Di incertezze e prestazioni inferiori alle, perlomeno mie, aspettative, ne ho prodotte più o meno ogni puntata. Ma ho fatto esercizio di ristrutturazione cognitiva (leggete sull’argomento
“Resisto Dunque Sono” di Pietro Trabucchi, se non lo conoscete, conoscetelo. Leggete qualsiasi cosa abbia scritto Pietro, foss’anche la lista della spesa. Di sicuro c’è qualcosa da imparare) dicendomi che l’importante non era tanto quello che è successo ma la mia reazione all’evento e quello che potevo imparare dall’esperienza.

Non avessi fatto questo sarei a terra dondolante in posizione fetale, rimuginando sulle figuracce che ho fatto. Di queste mi scuso, ma ho cercato di non ripeterle e di rendere un servizio migliore agli ascoltatori la volta successiva. Se non ci sono riuscito mi scuso ancora, ma oltre certi limiti non dipende da me, l’ascoltatore deve riuscire a tirar fuori qualcosa di intelleggibile da quello che ho balbettato nei miei otto minuti della rubrica “punto della situazione”.

Non mi sto giustificando, è solo per far passare il concetto che l’unico modo per andare avanti in modo più o meno sereno è prendersi la responsabilità di quello che ci succede, perché se la deleghiamo ad altri saremo sempre in balìa di quello che fanno loro.

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Marcia dei Laghetti di Savassa - Vittorio Veneto TV

Una rapida scorsa all’archivio mi ha ricordato che l’anno scorso non ho partecipato a questa manifestazione, senza dirmi però perché, né mi vengono in mente giustificazioni plausibili, visto che è tra le mie preferite del calendario.

Fatta la salitona iniziale si procede per boschi e valli principalmente scendendo. Quest’anno, complice un inverno passato per lo più in pianura, ho fatto la 12, che manca dei pezzi più godibili, che sono nella 20km, ma è comunque un divertimento che istruisce. Insegna a muoversi nei terreni più vari, ed immancabilmente mi ricorda di una gioventù sconsiderata in cui non amavo quei luoghi.

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sarà

Per chi abbia confidenza con l’Inglese mi permetto di rinviare all’audio di una intervista ad Alberto Salazar.

Sarà che quando cominciavo a correre Salazar era all’apice della carriera. Sarà che fu una breve carriera, e i motivi della brevità mi hanno sempre affascinato (e vengono in parte spiegati nell’intervista*). Sarà che Salazar adesso è un apprezzato allenatore che cerca di non far ripetere i suoi errori agli atleti che allena. Sarà che è spigliato e piacevole da ascoltare.

Insomma, val la pena.

In una riflessione a parte, ma comunque collegata, ho sempre constatato che le parole che popolano queste pagine sono in genere proporzionali, sia in termini di qualità che di quantitià, ai chilometri che corro.

In questo periodo sembrerebbe che non corra tanto, quindi, e in effetti non sto facendo molto di più di una serie di uscite regolari tra la mezz’ora e l’ora e mezza. Nessuna gara in vista a breve. Giusto giusto la quiete della passeggiata. E non c’è nulla di male in tutto ciò, solo che non mi fornisce molto materiale per racconti degni di condivisione.

Non aiuta poi che con Piero Faganello si allena il gruppo amatori della Silca Ultralite, e quindi un paio di volte la settimana corro in gruppo e sfogo lì molte necessità di espressione legate alla corsa.

Sono comunque periodi di transizione importanti, non si può sempre caricare, e viceversa. La fortuna del praticare la corsa è che ha numerose modalità di espressione e si adatta flessibilmente alle esigenze del podista, che voglia massacrarsi di ripetute e medi o corricchiare godendosi il panorama. E c’è un tempo per entrambi.

Il fine settimana sarà dedicato alla Treviso Marathon, visto che sono uno dei duemila volontari. Inboccallupo ai maratoneti.

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* ha caricato, caricato, caricato. Le sue settimane di recupero erano un paio, da 100km, e poi sotto di nuovo a 170 e più. Ricordo anche
il libro Duel In The Sun, di cui ho già parlato in queste pagine, che approfondisce la questione. Quella gara fu il simbolo del gettare cuore e organi tutti oltre l’ostacolo.
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25ma Marcia Dei Tre Mulini - Vazzola TV

Che io, affettuosamente, chiamo anche “la cinque mulini meno due”, è sempre superbamente organizzata con l’aiuto degli Alpini, forza della natura che non si tira mai indietro, ci sia da smuovere macerie di un disastro o versare the caldo per degli scalmanati che decidano di correre una domenica mattina di inizio gennaio.

Solo per il fatto che ci sono loro uno ci pensa due volte prima di abbandonare la sfida e rimanere sottocoperta. Il clima infatti è in genere una delle variabili meno invitanti della giornata. Oggi la temperatura era buona per il periodo e l’umidità/foschia era quasi romantica nel dipingere un paesaggio vagamente sognante (inserire imprecazione a caso per i portatori di occhiali, che in quanto a paesaggio alterato hanno avuto di che sperimentare).

Il fatto poi che parta a 2,5 chilometri da casa e mi permetta di evitare di muovere la macchina dal garage aggiunge al fascino della manifestazione in una maniera che non riesco neanche a descrivere.

In definitiva una bella giornata. Il percorso completamente pianeggiante si snoda per la gran parte su asfalto, con vista sui vigneti, molti in via di rifacimento, con brevi tratti di sterrato e qualche passaggio erboso col giusto grado di fango (questo lo dico io, gli Americani direbbero che il vostro chilometraggio potrebbe variare, sull’argomento).

Per restare in tema di corsa è anche venuto alla luce il figlio di mio cognato, che forse centra poco quì, ma han deciso di chiamarlo Forrest, e per buona parte della sua infanzia è probabile che verrà incitato al grido di “Corri Forrest! Corri!”. Noi lo facciamo già.

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Per chi suona la campanella



campana

Nel tempo ho sviluppato una mia routine per la prevenzione degli infortuni.

Qualsiasi dolore localizzato, che duri più di qualche decina di secondi, viene trattato sul posto. Vale a dire che mi metto a camminare per una cinquantina di metri e poi riprendo.

Per buona parte dei fastidi è terapia sufficiente.

In qualche caso, sia l’età, o qualche altro fattore di stress, la cosa non si risolve, o magari è presente per motivi estranei alla corsa, per cui posso anche rinunciare del tutto all’uscita e fare trattamenti localizzati in relazione all’entità del danno (dalla palla da tennis per l’automassaggio locale, al fisioterapista per le cose che non riesco a risolvere).

In tutti i casi ho notato che l’infortunio tende a fare il suo corso, che ha uno sviluppo classico a campana, come nel disegnetto sopra. E non importa quanto presto lo prendi, tende a percorrere il suo tragitto, aumentando fino al picco, anche se non stai facendo nulla in attesa che passi, per poi diminuire gradualmente.

Ecco, tutto questo per dire che a volte serve quell’attimo di pazienza, ed astensione dal panico, quando, nonostante il riposo, il problema sembra non passare.

Ed ancora prima, che rinunciare ad un allenamento può essere una decisione che salva dal saltarne molti altri in seguito.

Ho anche notato che una volta superato il picco si può riprendere pian piano anche prima che la curva sia discesa a livello iniziale, salvo ovviamente fermarsi se si nota che la linea cambia orientamento e riprende a salire.

NB: tutto questo in termini di esperienza personale, che nessuno può considerare sostituto di consiglio professionale da parte di persona abilitata all’uopo. Cosa che io non sono.

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New Balance, modello sconosciuto, circa 1980

New Balance, Model Unknown, Circa 1980 (extended view)

E visto che siamo sulla strada dei ricordi ci mettiamo anche queste, che risalgono alla fine degli anni settanta, inizio anni ottanta.

Mi furono regalate dal mio allenatore, che a sua volta le aveva ricevute da qualcuno, ma non siamo riusciti a ricostruire chi. Non era infrequente ai Meeting di Atletica chiedere del materiale agli atleti sponsorizzati, che ne avevano sempre oltre il necessario.

In ogni caso, New Balance, made in USA, che non si vede più molto spesso in quel mercato. Nate in un priodo in cui le scarpe da corsa erano solo scarpe che servivano per correre, e non si sapeva nulla di iperpronazione, supporto o minimalismo.

Essendo un regalo non volevo rovinarle e ci ho corso solo poche volte. Me le ricordo reattive con il giusto tocco di ammortizzazione.

Si stanno lentamente dissolvendo, ma ogni tanto le recupero e ci dò un’occhiata. Portano alla luce bei ricordi.

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La Staffetta

Relay

Ci sono scarpe che hanno grandi storie da raccontare, conquiste, una ‘prima’ gara, una gara tosta, una memorabile.

Alcune non ne hanno, ma non sono per questo meno importanti.

Quelle Saucony Ride 2 mi sono state a fianco, per modo di dire, in un periodo di tendini doloranti e morale in discesa. Mai si sono lamentate per il ritmo lento o le frequenti soste. Hanno fatto semplicemente il loro lavoro, a malapena si notavano, ma era l’unico paio che potevo indossare senza soffrire.

Adesso sono stanche, pronte ad essere rimpiazzate dalle loro gemelle, che sanno di dover portare avanti una eredità di supporto e confort.

Gare più veloci arriveranno, si spera, grazie anche alla loro accettazione del ruolo avuto nella mia storia.
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Avere il polso della situazione

il polso della situazione

Fermo restando che uno può correre più o meno senza nulla, fatti salvi i limiti legali della decenza e quelli fisici della preparazione, questi sono due utensili che nelle mie corse di questi tempi non mancano mai.

Un
Garmin 110, che è tra le versioni più semplici della gamma, ti dà la distanza percorsa, sopra, il tempo totale trascorso, in mezzo, e il ritmo medio del giro, sotto. Per giro si intende dall’ultima volta che è stato premuto il pulsante “lap”. Si può anche automatizzare la cosa, io ad esempio ho fissato l’autolap ad un chilometro.

Chiaramente chi si alleni con tabelle che richiedono lavori intervallati complessi, o sia un appassionato di dati, si troverà meglio con modelli più completi, che raccolgono e forniscono maggiori informazioni. Viceversa anche un’occhiata all’orologio in cucina all’uscita ed al rientro può essere sufficiente.

L’altro è un braccialetto
roadID su cui sono stati incisi il mio nome e cognome, anno di nascita e numeri telefonici di riferimento. Si toccano tutti i metalli possibili ma può capitare un’emergenza quando si è fuori, ed in genere non si hanno con sé documenti identificativi. Grazie al braccialetto si potrà facilmente risalire all’identità del malcapitato ed avvisare i familiari.

Anche qua, un bigliettino in tasca con i numeri svolge la stessa funzione, per quanto sia meno immediatamente visibile ed il braccialetto bilanci il peso dell’orologio (di nuovo, poca cosa, lo so).

Del resto non sono consigli per gli acquisti, ma solo inviti alla riflessione.

O neanche.

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Pista!


45
Dal 1980 sono passati 30 anni, durante la maggior parte dei quali ho speso alcuni giorni alla settimana nei pressi di, o sopra una, pista di atletica. Correndo o facendo correre.

Non l’ho sempre amata, anzi, all’inizio proprio non mi piaceva, per la sofferenza che pensavo rappresentasse.

Ma adesso è un’altra storia, ho cambiato idea sulla sofferenza.

E c’è qualcosa di confortevole in una pista, hai dei riferimenti precisi, e se ti ci sai muovere hai tutte le distanze che ti servono già misurate.

Oppure nessuna, e ci puoi correre intorno finché ne hai voglia, in genere nell’anello di erba che sta tra lei e l’immancabile campo di calcio.

Ci puoi stare con un gruppo disomogeneo, tanto nessuno resterà indietro, e alla fine ti fermi nei pressi della buca delle siepi, a fare quattro chiacchiere.

E dopo tutto questo sono arrivato anche alla conclusione, che forse è solo un inizio, che se ti piace correre, in fondo, dove lo fai non sia poi così importante.

Chissà cosa imparerò nei prossimi 45 anni.

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Il grosso paradosso della corsa di resistenza.

Perché alla fine, della corsa si può dire tanto, e se ne dice, ma, tolti tutti gli extra, alla base c'è la sopportazione del disagio, del dolore, della fatica.

Chi corre conosce i sintomi e sviluppa una corteccia più o meno grossa per sopportarli. O smette. Perché, di nuovo, è quello che la corsa è, per la maggior parte del tempo.

Il problema in tutto questo è che il dolore è un segnale di pericolo che il corpo ci invia. Un bel sistema di protezione che avvisa "ehi, se continui così potremmo avere dei problemi".

E la vita di chi si allena è segnata dalla costante ricerca di andare un po' oltre quei limiti percepiti, sperando che siano solo tali, e non reali.

Oltre al disagio/sofferenza per il cercare di andare un po' più forte o lontano della volta precedente c'è anche il segnale di qualcosa che è sulla via della rottura.

Il segnale è chiaro e inequivocabile, "fermati, c’è qualcosa che non va”.

Il tutto in una persona normale avrebbe la conseguenza logica dello stop e attesa che il problema si risolva.

Nel corridore di resistenza, però, la mentalità, l'esercizio, lo scopo ultimo è proprio superare quelli che sono i segnali di disagio. E quindi, spesso, il segnale preinfortunio viene ignorato, perché fa parte della cultura della corsa.

E trovare quell’equilibrio non è facile.

E’ di pochi giorni fa la notizia del ritiro dalle corse di Gebrselassie. Alla conferenza stampa della Maratona di New York (dove si è fermato per un problema al ginocchio) ha detto in lacrime che è il momento di fermarsi. “No more complain”. “Basta lamentarsi”. Non si ferma perché ha problemi fisici, ma perché non vuole più lamentarsene. Una scelta comprensibile per chi abbia fatto una carriera della sopportazione del disagio.
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Novembre

Novembre è un mese che ho sempre tollerato solo perché ci cade il mio compleanno.

Da piccoli, si sa, il compleanno è una cosa grossa. E da grandi si resta attaccati alle sensazioni di bambino, quell’imprinting emotivo che ci fa amare luoghi solo perché ci abbiamo trascorso del tempo negli anni della formazione.

Tra piogge a catinelle e impegni extracurricolari si è saltato più di qualche domenica ufficiale, di quelle che di solito vengono riportate quì.

La corsa no, quella è una sorta di seconda pelle, ogni tanto si fa una piccola muta, ma alla fine è sempre lì, una definizione girovaga di un insieme di cose: resistenza, passione, riflessione, evasione, sofferenza, sollievo.

Che alla fine si sintetizzano in un sé percepito: runner.

Non importa se stai correndo o no.

Spesso la corsa è fonte di emozioni che esigono di essere pubblicizzate, altre volte è semplicemente ricettacolo di sfogo o di quieta deambulazione, per cui magari se ne salta il dettaglio su queste pagine.

Così, giusto per fare il punto, in un mese in cui il grosso dell’aspettativa è in genere che passi in fretta.
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"Itinerario dei Castelli" - Orsago (TV)

Orsago fu l’inizio di un’avventura che dura tutt’ora, e quindi ogni anno la si festeggia con chi c’era, con chi l’avviò, e con chiunque, alla fine.

Appuntamento imperdibile per molti, che attrae podisti di tutte le estrazioni sociali e familiari, bimbi, nonni, e solito muro umano, impenetrabile, all’ultimo ristoro (mi dicono ci sia roba buona, ma non si vedeva neanche il tavolo).

Percorso misto e piacevole, così come la compagnia.

Ce ne torniamo a casa con una media al chilometro di almeno trenta secondi inferiore a quella (media o puntuale) degli ultimi quattro mesi. Senza che abbia pesato per nulla sul fisico o sulla psiche.

Rispettare le tradizioni paga.
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Non va mai sempre peggio

In una recente intervista che ho ascoltato è stato chiesto ad uno scrittore professionista se gli venisse il ‘blocco dello scrittore’.

Lui serafico ha risposto “sì, mi viene regolarmente, ma non credo esista”.

Nel senso che, anche se per una giornata fissi il muro senza apparentemente produrre nulla, quando ti verrà la ‘grande idea’ uno dei motivi sarà proprio che hai trascorso del tempo ruminando sull’argomento, in modo più o meno inconscio.

Io non ho scritto quì per un po’, e ho corso malvolentieri ancora più a lungo, ma non è che sia stato fermo. Ho continuato ad imparare.

Sembra incredibile come un gesto semplice e ripetitivo come la corsa sia fonte di soprese e apprendimento anche dopo trent’anni.

Uno degli insegnamenti classici della corsa di resistenza è che ha volte non hai grosse alternative al tenere duro e continuare ad andare avanti. Non va mai sempre peggio. E dopo un po’, quasi miracolosamente, il mondo che sembrava brutto e cattivo, ridiventa gravido di promesse e auspici.

Non ho mai corso con mp3 e cuffie, lo consideravo impuro, almeno per me, non avevo problemi se lo facevano gli altri.

A mali estremi ho dovuto cedere, e visto che l’alternativa era uscire per venti minuti e tornare a casa intrattabile, ho caricato un paio di podcast, che di solito ascolto mentre sbrigo faccende di casa o passeggio, e sono uscito a correre.

Al di là del fatto che ho finalmente potuto andare oltre quei pochi minuti che riuscivo a fare di solito, ho finalmente afferrato una cosa che sapevo da tempo, ma che non avevo mai completamente realizzato.

Io tendo ad andare molto più forte in gara che in allenamento. Sapevo anche che in gara tendo ad ascoltare le gambe, mentre in allenamento tendo ad ascoltare il respiro, e regolarmi di conseguenza. Non avevo mai fatto due più due, realizzando che, anche in allenamento, con la gente che mi parla nelle orecchie, non posso sentire il respiro, sposto quindi l’attenzione sulle gambe, e vado a ritmi nettamente più forti.

Bum.

Mi son portato il lettore mp3 anche in una recente maratona su strada, ma non ho avuto tempo di accenderlo.

Correvo, come di frequente mi accade, su una base di allenamento equivalente al ghiaccio sottile e già acquoso di un laghetto montano all’inizio di primavera. Ogni movimento sbagliato, ogni distrazione, avrebbe potuto essere fatale, e quindi mi son tenuto le cuffie nelle orecchie ma il suono era quello interno dei check up di sistema.

E devo dire che la prestazione mi ha soddisfatto, con una corrispondenza marcata tra il mio valore relativo del momento ed il tempo finale. Anzi, pure un po’ meglio.

Ho avuto il ‘blocco del podista’ quindi, ma neanch’io credo che esista, si finisce sempre per avanzare.

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Marcia Parco Bolda - Santa Lucia di Piave (TV)

Piazzata in un mese meno estiveggiante sarebbe una gara da considerare per abbattere il proprio personale sui 10.000, per due motivi principali: è lunga effettivamente 10 chilometri, misurati con vari strumenti per avere una distanza corretta e rotonda, ed è piatta e scorrevole, in gran parte asfalto.

Alla partenza quindi si spengano le luci, si ruotino le percezioni all’interno e giù il piede sull’acceleratore. Non ci sono panorami a distrarre o superfici tecniche insidiose, solo un lungo nastro sul quale inseguire un nostro io migliore o tentare di sfuggire a paure e tentazioni.
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"Raduno dei Gruppi Podistici della Provincia di Treviso" FIASP Trevisando CPT - Sernaglia della Battaglia (TV)

Non me lo ricordavo proprio che a Sernaglia c’è un parco con fiumi che scorrono, piante che ombreggiano e sentieri che si snodano.

Proprio una bella sorpresa, a volte fa bene non avere una grande memoria a medio termine.

La gara da fare sarebbe comunque la 12, o la 6, perché la 22 (in realtà poco più di 20) dopo il bivio si inoltra in aperta campagna, che all’inizio di giugno in pieno sole può essere un problema. Sempre bella, per carità, ma dopo il bosco è difficile appassionarsi ad altro.
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Su e zo par el Montegan - Lutrano di Fontanelle

Quella cosa dell’imprinting mi è rimasta impressa. Ogni volta che corro al caldo in piena campagna vengo ribaltato indietro di una quarantina d’anni, quando, bambino, spendevo le mie estati tra vigne e prati. E in questo percorso se ne incontrano.

Gara veloce, nel senso di corsa a ritmi ben superiori a quelli di allenamento, anche quelli veloci, e quindi poca attenzione al panorama o a i ristori. Del resto li conoscevo già entrambi dalle
esperienze passate, sempre buone, e oggi ci sono state solo conferme.
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Marcia del donatore e della solidarietà - Conegliano Tv loc. Colnù

Per la prima volta, complice un gruppo coinvolgente, si è corsa la 21km. L’asfalto predomina, salvo un paio di chilometri sterrati, così come paesaggi collinari gravidi di vitigni e panorami appaganti.

Una corsa in cui continui a guardarti intorno e pensare che, sì, in quella casa asrebbe proprio picevole viverci.

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Per me si va nella città dolente

Ti guardi in giro ed è un fioccare di articoli e ricerche.

Sembra che le soglie fisiologiche, quelle che per tanti anni abbiamo temuto e rispettato, il cui varcare significava peccato mortale che avrebbe portato al fallimento degli obiettivi podistici, esistano, ma non siano il vero limite della prestazione.

Pare che quello stare sulla soglia, con la paura di quello che c’era oltre, fosse proprio quello. Paura.

E la mente previdente impediva di andare oltre limiti temuti, presunti, subodorati, sospettati.

Prima di finire il glicogeno, prima che scorie dai nomi importanti rendano le nostre fibre vischiose, la mente intercede e ci fa fermare o rallentare.

Marcora, Trabucchi, Fitzgerald, è tutta gente che ne parla, e quello che dicono sembra ragionevole.

In fondo i quattro minuti del miglio sembravano un limite invalicabile, ma non appena Bannister abbatté il muro altri passarono per la breccia. Non avevano a quel punto più o meno lo stesso massimo consumo d’ossigeno di qualche settimana o mese prima?

E tutte quelle volte che non possiamo andare un po’ più forte e poi leggiamo il cartello dell’ultimo chilometro e riusciamo ad aumentare. O quando l’Avversario si avvicina, o quel dannato pastore tedesco sbucato dal nulla. Fosse tutto fisiologico non avremmo speranza, il destino segnato da quattro molecole di ATP e una tonnellata di acidi grassi da frazionare in fretta, ma non c’è mai ossigeno abbastanza.

Solo a Salazar io credevo, uno che passava l’arrivo e da lì lo dovevano portare direttamente in ospedale per rianimarlo. Tutti gli altri, io per primo, la soglia, la mettono dove pensano che sia, e adesso gli scienziati stanno pian piano scoprendo quel velo pietoso.
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Marcia del Torchiato - Fregona TV

La pedemontana Vittoriese oggi mi è parsa più gloriosa di sempre.

Un percorso ondulato e boscoso al punto giusto, con aperture improvvise su valli e pianure, una giornata splendida, anche se il caldo alla fine ha chiesto il suo pedaggio e mi ha lasciato un po’ instupidito, ma forse non è proprio colpa/merito del clima.

Nel complesso una prima parte più scorrevole e una seconda con qualche erta più ripida che rallenta il corpo ma lascia comunque correre i pensieri, come è giusto che sia.
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28ma Marcia del Refrontolo Passito DOC - Refrontolo TV

E se all’arrivo vedi gente che fino a cinque minuti prima correva in California, Colorado e Nuova Zelanda, terminare con un sorrisone a tutta faccia e gli occhi lucidi di emozione vera, ti rendi conto che vivi in un bel posto.

La pioggia dei giorni e della notte precedenti ha reso il terreno un po’ scivoloso nei tratti campestri, ma quì si apprezza la propriocettività della corsa fangosa tanto quanto la reattività di una superficie omogenea, o la precisione di una piatta e biliardata 10km.

Son sempre i miracoli del corpo in movimento che ci meravigliano, che siano lenti o veloci poco importa, quel che conta è che siano consapevoli, frutto di impegno o forieri di maggiore comprensione di sé stessi e del mondo.

Ed in questo Refrontolo c’è, come si suol dire, e ci accompagna nella fruttuosa campagna, quella che arricchisce le nostre tavole di bevande di spirito e il nostro spirito di serenità.
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Marcia dei Brac, Valmareno di Follina TV

Decisamente non una corsa da principianti. I primi chilometri sono un susseguirsi di erte tecniche che mettono alla prova quadricipiti e coordinazione.

Ma se vi si sopravvive, tra l’ottavo e decimo c’è un sentiero in leggero falsopiano che vale tutti gli sforzi fatti per arrivare sin lì, compresi gli anni precedenti di preparazione.

Scorrevole e morbido, una gioia per i sensi.

Quest’anno i soccorritori all’arrivo apparivano anche rilassati e senza grossi impegni, a differenza di anni scorsi in cui sembrava che ogni concorrente arrivasse con una escoriazione.
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Campidoglio

La storia del Campidoglio è vera.

Ne ho avuta conferma verso la fine del primo giro del Lago Morto, poco sopra Vittorio Veneto.

Tre oche occupavano la sede stradale e non sono state felici di vedermi, una in particolare mi si è scagliata contro a becco spalancato e aria minacciosa. Nessun segno di timore. Ferocia allo stato puro.

Fortunatamente ho scorto a sinistra il provvidenziale sentierino che porta alla spiaggia, per cui ho evitato un confronto diretto che mi avrebbe probabilmente lasciato spennato.
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31ma Correndo Lungo il Piave - Maserada TV

Una delle corse più affollate, a ragione, eppure la prima da tanto tempo in cui ho corso da solo. Negli ultimi mesi tutti le corse un po’ più lunghe sono state in compagnia, mentre in solitaria riuscivo a trascinarmi per mezz’ora, o poco più.

L’equilibrio è sempre importante, e riuscire a correre sia in compagnia che da soli è una forma di equilibrio, sociale e personale.

Gli ultimi 16 km e passa sono scorsi volentieri, tra la certezza di correre a ritmi impensabili in allenamento, qualche apprensione di non riuscire ad arrivare a quella velocità, i tentativi non riusciti di rallentare, il pezzo sempre memorabile nel bosco in mezzo al Piave.

Sarà stata la primavera, il sole, le piante, o semplicemente che se si hanno pazienza e tenacia sufficienti passano anche le crisi più dure
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tristezza

Eppure un po’ di tristezza ti assale a leggere un articolo, sulla rivista Correre, che fornisce consigli per passare dalla strada al trail.

Presuppone che ci sia gente che è sempre stata da una parte (che c’è, e forse è la parte ancora più triste). Non ne sto facendo una questione contro Correre, rivista che apprezzavo anche prima degli ultimi, sostanziali, miglioramenti.

Sarà la fortuna di essere cresciuto podisticamente nella sinistra Piave Trevigiana, dove ad ogni garetta domenicale ti trovi fango, asfalto, colline e tutto quello che può esserci tra te e il pianeta su cui vivi, ma io non riesco neanche ad immaginare che qualcuno abbia corso tutta la sua vita sempre sull’asfalto, o sempre fuori.

E, per carità, a uno può piacere più la velocità, sicurezza, omogeneità dell’asfalto, la precisione della pista, la libertà e il contatto con la natura dei sentieri. Son gusti, non si discutono.

Ma per migliorare (che può voler dire andare più veloci, ma anche solo gustare meglio il passatempo che è la corsa) non si può prescindere dal differenziare gli stimoli.

E allora mi va bene che ci si genufletta di fronte alle tabelle che religiosamente forniscono le giuste dosi di veloce, medio e lungo, ma suggerisco anche un po’ di rispetto per i nostri propriocettori, indispensabili lettori ed interpreti di quello che viene a contatto con noi.

Qualche metro sul fango, sulla sabbia, in pista, sull’asfalto, l’erba, la roccia, il cemento migliorano la capacità di sfruttare poi al meglio la nostra superficie preferita.


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19ma corsa di Santa Caterina - Barbisano TV

Alla faccia del non ci sono più le mezze stagioni.

In un novembre umido e caldiccio, in cui il bosco dà il meglio di sé, ecco che arriva Barbisano, uno degli appuntamenti da non mancare. Lo conferma il numero di persone alla partenza, nonostante il tempo incerto.

Da non mancare, si diceva, perché è una di quelle marce alla scoperta del territorio, collinare, agricolo, boscoso, colorato ed operoso, morbido e inclinato in varie angolazioni. Asfalto, sentiero, sterrato, campi, ti tirano dietro un po’ di tutto e tu restituisci un sorriso soddisfatto.
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Tra la piadina e lo zen

Il Giro della Piana Sernagliese (giunto, non a caso, alla 35ma edizione) si svolge tradizionalmente poche decine di minuti dopo la diretta australiana della motoGP. Questo garantisce menti e gambe già sveglie, e tempi più rapidi del solito, dopo aver accompagnato, sul divano, pieghe e derapate.

Senza eccezioni il tempo finale è risultato più breve di ogni previsione. Anche il percorso. La 12 chilometri (sostantivo) era lunga 10,750, a detta di GPS consultati all’arrivo. Ma, quel che più interessa, o può interessare, è che il percorso è leggermente variato, aggiungendo ulteriore sottobosco e colori autunnali.

Una piacevole sorpresa che non ho potuto apprezzare del tutto, in un periodo in cui dopo poche centinaia di metri comincio già a cercare affannosamente segni di traguardo.

Il desiderio di esserci non era dei più forti, ma sono rimasto, perché a volte è quello che devi fare. Durante la settimana infatti sono incappato nei
consigli di Chuckie V, valente triathleta di un tempo e attualmente allenatore.

Mi ha opportunamente ricordato che ci si dovrebbe allenare con l’idea di prepararsi ad una giornata difficile, non alla migliore della propria vita. E se alla fine il motivo principale per cui corro e perché mi diverte, capita che ha volte si debbano serrare le mascelle e portare a casa il risultato comunque, che se ne trarrà beneficio a tempo debito.

Forte di queste idee ho lasciato che le gambe facessero il loro lavoro, godendone la semplice ed efficace azione, libera di condizionamenti intellettuali, di desideri e paure. E, alla fine, mi sono perfino goduto lo spettacolo.
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aver voglia di aver voglia di correre

Ieri, dopo mesi, mi è venuta voglia di aver voglia di correre.

Già, c’ero così lontano che non ero neanche sulla soglia, ma ancora al cancello di fuori.

Comunque, per quei mesi, si è tenuta botta, contenendo le perdite, coccolando il tendine arrabbiato, e camminando come non mai. Ché siam corridori di lunga lena, e non va sempre peggio. Prima o poi...

Oggi.

Oggi, nel circuito del Lago Morto, il sacro, vitale, fuoco è ricomparso. Quello che ti fa sorridere senza apparente ragione, e sentire leggero a dispetto della gravità del peso.

Ma, soprattutto, quello che ti fa godere di quello che stai facendo in quel preciso istante.

Descrizione da vocabolario della felicità.
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Motivazione, perseveranza e semplicità

L’anno scorso avevo scritto di Jasper Halekas, e di come mi aveva impressionato per essere andato, la sera prima, in bici alla partenza di una 50km, averla vinta in 4h16’, e dopo poche decine di minuti essere partito per pedalare i 170km del ritorno.

Quest’anno Jasper è arrivato quarto alla
Western States, la 100 miglia più famosa, in 16h56’.

Potrei dire che mi ha colpito per questo, ma non sarebbe del tutto vero. Ha anche corso quelle 100 miglia stanco dall’inizio, e senza aver tanta voglia di correrle.

Ma, ancora, la cosa che mi ha impressionato di più alla fine è stato vederlo stamane in una gara locale, distribuendo pettorali prima della partenza, e magliette dopo l’arrivo.
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Una Storia di Viaggi

Una storia di viaggi che avevo scritto qualche tempo fa e che, ironia della sorte, non è andata da nessuna parte:

“Tu corri? ”
“Sì”
“Hai fatto la Maratona di New York? ”
“No, tu hai mai fatto l’allenamento di gruppo del sabato mattina? ”

La frase finale non l’ho mai pronunciata, fino ad oggi, mentre le altre due domande mi sono state poste molte volte.

Con quel misto di entusiasmo genuino e capacità imprenditoriali, che caratterizzano la cultura americana, la Maratona di New York è diventata il simbolo della Corsa per chi non la pratichi, e anche per molti che la praticano, ed ha anche fatto da motore ad un fenomento che non esisteva fino ad alcuni anni fa: il turismo con il pretesto della corsa, o viceversa.

Ma non è di questo che volevo parlare (come sempre, quando mi chiedono se ho mai corso la Maratona di New York), volevo parlare del mio allenamento di gruppo del sabato mattina, “al campo”, perché è il viaggio più lungo che faccio durante una settimana qualsiasi.

O dovrei dire, i viaggi.

Serena, mia moglie, mi deposita fisicamente all’ingresso della pista di atletica verso le nove e trenta, e lì si inizia il riscaldamento, in genere tra i trenta e i quarantacinque minuti di corsa lenta. Sembrano tanti, ma chi li conta se stai chiacchierando del più e del meno, e creando quei legami che solo lo svolgere un’attività faticosa assieme cementa. E il correre in tondo? Non è noioso? No, a me piace correre, mi piace il gesto semplice e allo stesso tempo complesso, devi curare l’appoggio del piede, l’assetto del corpo, la respirazione, persino la contrazione dei muscoli facciali.

E se ti ci metti ne hai di strada da fare. Finché si parla di appoggio del piede e assetto, si hanno tutto sommato dei riferimenti fisici cui appoggiarsi. Ma quando si entra nel rilassarsi iniziano i dubbi e le difficoltà. Come ti rendi conto che hai le spalle rigide? o la caviglia della gamba libera non abbastanza sciolta? Dopo un bel po’ di chilometri cominci a capire, ma tante volte devi lavorare al contrario, contraendo le spalle, per poi poterle rilassare, chiudendo i pugni per poi lasciar andare le mani, e, perché no, improvvisando qualche smorfia con la faccia prima di liberarla dal giogo dello sguardo corrucciato da duro, utile magari al lavoro, ma non molto efficiente quando si cerchi di risparmiare ogni molecola di carburante disponibile.

Il tutto mentre stai commentando i recenti exploit podistici degli atleti d’elite, o semplicemente scambiando aneddoti sulla settimana appena trascorsa. Il tutto in un luogo in cui hai cominciato a correre, quasi trent’anni fa.

Probabilmente non è classificabile come viaggio esotico, decisamente potresti correrci ad occhi chiusi, il tombino alla curva dei trecento sul giro interno, la barriera delle siepi che restringe il passaggio, le due panchine del calcio, e di nuovo. Ma chi l’ha detto che il viaggio debba per forza essere esotico, o debba per forza comportare uno spostamento fisico di una certa entità. E il tempo? la memoria? Le centinaia di persone che sono passate di lì e hanno condiviso con te uno o più giri all’interno della pista? Periodicamente qualcuno ricompare, e via ad aggiornarti su quello che è successo nei mesi, a volte anni, di assenza. Il campo è sempre lì, un centro culturale e umano.

Mi ricorda quel vecchietto, citato da un mio amico, che ogni mattina scivolava dentro un’area di sosta autostradale in Francia, con la sua sedia pieghevole. Si accomodava lì e chiacchierava con tutti quelli che si fermavano. Non era mai andato più in là del suo paesello e di quel parcheggio, ma conosceva un po’ tutto il mondo, perché aveva la curiosità e l’anima del viaggiatore.

Ma la corsa del sabato mattina è anche Allenamento, per cui, finito il riscaldamento si sospende la socializzazione, l’occhio si fessura e inizia il lavoro specifico, magari delle variazioni, in pista.

Si varcano soglie, si entra in mondo dove non si riesce a pronunciare più di qualche parola alla volta, neanche consecutivamente. Ma se si può si evita pure quello. Capita di fare venti minuti silenziosi in pista, senza contare i giri, chi ne ha voglia quando tutto il tuo corpo, la volontà, e lo spirito, sono uniti per uno scopo: avanzare.

E, di nuovo, nell’ovale rosso e bianco, parti e arrivi più o meno nello stesso punto, ma quanta strada si può fare dentro di noi, attingendo a riserve che non si sapeva di avere, o alleggerendo il passo per limitare il consumo, una volta che si vede il fondo buio di quei serbatoi. E che dire di quando si scava per trovare qualche risorsa in più, girando a destra e manca, dentro e fuori stanze che spaventa aprire.

Un’altra volta, in un tremila, si parte coscienti che il ritmo richiesto è troppo veloce per le nostre possibilità. Ma si parte, siamo quì, anche, per esplorare i nostri limiti, e quindi può capitare di trovarli. Uno, due, tre giri. Qualcuno parla, un soffio veloce, “mancano due giri”. Ti stizzisci, non siamo neanche a metà, e non vuoi realizzare quanto manchi, ma solo completare la più piccola unità di lavoro cui riesci a pensare. All’inizio è un giro, poi si passa a mezzo, all’angolo da raggiungere, il singolo passo. Quando non puoi più ridurre sai che hai finito, ma questa volta non accade, anzi, riesci ad aumentare leggermente e finire in progressione. Poi i soliti primi metri del dopo, in cui cerchi tutta l’aria che puoi, ma già alla fine della curva trovi che la corsetta del recupero sembra quasi confortevole, fino alla prossima ripetuta.

E passa anche il lavoro duro, passa sempre, e si torna alla corsa lenta finale per scaricare, togliersi le scorie, pagare i debiti di pochi minuti prima. Il fiato è tornato, qualcuno magari parla, ma è più un condividere in silenzio uno sforzo comune.

L’allenamento è finito, ma la pista è a dieci chilometri da casa, ricordate? Mi avevano depositato lì all'inizio, e quando posso torno a piedi. Nostalgia di un passato mai stato. Molti dei fondisti di grande livello infatti hanno in comune una infanzia di povertà e di scuole lontane da casa, raggiunte spesso a piedi, correndo. Un economico mezzo di locomozione, l'unico che potevano permettersi.

Io ho avuto un’infanzia felice e fortunata, mi portavano a scuola in pulmino. Ho un ricordo di mattinate invernali trascorse ad aspettare il mezzo di trasporto, giocando al “Campanon”: saltelli con un piede su un percorso disegnato a terra con il gesso, alla caccia di un sasso segnaposto lanciato poco prima. Una benedizione per la coordinazione occhio-mano, occhio-piede, generale. Aerobicamente: un disastro. Ma è troppo tardi per lamentarsi (non sarebbe mai il momento giusto per farlo, in realtà ), e quella coordinazione ha fatto comodo molte volte. Ciò non toglie che capiti di fantasticare di come sarebbe andata se il viaggio per il quotidiano impegno giovanile fosse avvenuto correndo, magari con qualche deviazione inattesa, in fondo era tutta campagna dove, adesso, ti diverti a disegnare complicate evoluzioni per raggiungere il chilometraggio prefissato dalla tabella.

Tornando ai miei viaggi del sabato mattina, si diceva del ritorno, che è quello più letterale. Novello bambino, cresciuto e, volontariamente, senza altro mezzo di trasporto, mi avvio verso casa. Il percorso è quasi tutto lungo l’argine erboso di un fiume di pianura. E su quelle anse cambia proprio la visione della corsa, non è più una preparazione, un qualcosa che stia facendo per scelta in vista di un obiettivo. Sto semplicemente andando a casa, utilizzando le mie gambe, se rallento troppo ci metto due ore, ma non lo sento come una costrizione, le lascio andare e pian piano trovo il punto di equilibrio, che quarda caso assomiglia al ritmo delle gare lunghe.

Il respiro è profondo ma non affannoso. I pensieri sono liberi di spostarsi, andando a sistemare un paio dubbi su una relazione di lavoro, perdendosi nell’immancabile curva del fiume dove l’acqua rallenta per poi continuare la sua, di corsa, scrivendo una storia tipo questa, con le parole che arrivano e ripartono in un viaggio continuo di cui a volte sono solo un passeggero.

Ponderi quanto sarebbe aumentato il tuo massimo consumo di ossigeno se l’avessi fatto ogni giorno dai 6 ai 15 anni, realizzi che probabilmente avresti odiato ogni minuto di quella cosa che ti impediva di giocare con i tuoi amici, mentre aspettavi il minibus.

Forse non avresti capito allora, e ti saresti giocato la comprensione di oggi. Forse. E’ un altro viaggio, in fondo, in un mondo parallelo e più aerobico, chi lo sa.

Intanto, senza metterci la mia fantasia, un tempo sufficientemente lungo di corsa scatena reazioni chimiche che somigliano agli effetti della droga, un “trip”, che poi è Inglese per viaggio, e che sembra solo recentemente siano riusciti a dimostrare scientificamente. Che noi podisti era da anni che glielo dicevamo. Le Endorfine, le sentivamo in circolo. E migliaia di mogli, mariti, mamme, compagni e compagne di vita possono testimoniare di sbalzi d’umore, nervosismi, e vere e proprie crisi di astinenza causa infortunio. Quando la dose quotidiana non è stata ottenuta. Che un po’ ti fa pensare, ma poi vai a fare una corsa e ti rilassi, in fondo è meglio una dipendenza da fondo medio che una, ben più costosa, da “speed”.

Ma prima di accorgersene, o prima che svaniscano gli effetti, si torna agli affari, gli ultimi due chilometri sono su asfalto, la casa è vicina (sembra che i cavalli da corsa accelerino quando si avvicina la stalla) e poi è sempre una buona politica finire in progressione, alla rotonda sono cinquecento, il mio asilo, trecento, duecento, cento, la mano destra va inconsciamente a fermare il cronometro. L’arrivo l’ho fissato ad un centinaio di metri da casa, così dò un’occhiata alle caprette del vicino (come vanno in salita, loro. Un po’ d’invidia. Ogni volta), cammino piano per gli ultimi passi, e torno gradualmente alla realtà.

I viaggi sono finiti, per oggi.
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Il Sacro Fuoco e le traversie del focolare domestico

Chi corre in genere non si infortuna in un momento. Per la maggior parte di noi l’infortunio è cosa che nasce come un fastidio, e, se non viene fermato da piccolo, cresce in una spirale di violenza che porta al fermo del podista per un tempo indeterminato.

Nessuno vuole vivere vicino ad un podista infortunato, è proprio un’esistenza misera. Ma succede.

Anche quando l’infortunio è traumatico, come una distorsione alla caviglia a Pasqua, succede che al rientro affrettato (ma lo si scoprirà solo dopo) le strutture prima e dopo la caviglia lavorino per compensare la mancata collaborazione della collega sofferente, e via ti si infiamma il tendine d’achille.

Corri sempre più piano e sempre meno, e a poco a poco il sacro fuoco, quell’energia che ti spinge a soffrire e a cercare quel qualcosa che non sempre sai cos’è, si affievola.

Il mio ormai era una fiamma pilota. Una decina di giorni fa l’idea di correre per più di trenta metri consecutivi mi sembrava inimmaginabile.

Siccome il podista è anche testardo, in una giornata, di trenta metri, intervallati da camminate più o meno lunghe, me ne facevo a decine. Giusto perché il naso fuori lo teniamo, e prima o poi riemergiamo.

Ma mi mancava quel po’ di velocità, quell’aria in faccia e ossigeno nei polmoni che alimentano, guarda te, proprio il fuoco sacro.

Però il lavoro sotto tono e controllato ha pagato. Ho cominciato a poter correre in discesa per qualche minuto consecutivo la scorsa setimana, e oggi ho partecipato ad una gara di 21km con quelle discese né ripide né piatte, in mezzo al bosco, con i tratti pieni di eucalipti, che ti sembra di stare dentro una caramella balsamica gigante.

E, per la prima volta da Pasqua, mi sono sentito normale.

I familiari, sentitamente, ringraziano.
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Maratona di Scandiano RE

Rimando al racconto dell’anno scorso per alcune riflessioni sull’allenamento in generale, perché mi erano uscite bene, credo.

Quest’anno la maratona a staffetta (6 persone per 7 km a testa) mi ha confermato che la formula del lavoro di squadra è spettacolare, divertente e istruttiva.

Ci vorrebbero più staffette a questo mondo. Il Cross Country universitario negli Stati Uniti ha un feeling simile. Conta il gruppo più che il talento del singolo più forte. Anzi, è spesso l’anello debole quello più importante per portare a casa il risultato agonistico.

Quello del divertimento, invece, è garantito.
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4a marcia amici del parco Bolda - Santa Lucia TV

Gli Amici del Parco Bolda, che organizzano, sono anche amici nostri, e quindi non si può mancare a questa manifestazione.

Il percorso sarà apprezzato specialmente da quelli che vogliono roba scorrevole e compatta, per limare qualche secondo sul tempo dei 10km. Quasi tutto asfalto, infatti, e misurazioni accurate.

Ma anche chi si voglia semplicemente divertire troverà pane per i suoi denti, anzi, spiedo, alla fine, nella cornice del parco, dove le piante hanno un cartellino con nome e caratteristiche. Un toccasana per me, che non ho mai superato il trauma di non saper distinguere un larice da un abete, e la cui terminologia forestale non va molto oltre: albero, tronco, rami, foglie, lanceolato.
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10ma passeggiata alla scoperta del territorio - Mareno di Piave

Avrò corso cinque edizioni di questa manifestazione, e non credo di aver fatto lo stesso percorso una volta. Questo in genere mi infastidisce, ma non quì.

Sarà che si sconfina sempre in molti dei miei percorsi abituali, è casa mia, in fondo, sarà che ogni volta mi tirano fuori un pezzo di vigneto o una stradina sterrata che non avevo esplorato, ma immancabilmente mi diverto e non vedo l’ora di sperimentare i nuovi percorsi.

L’organizzazione è familiare e un po’ fuori dal circuito. Lo si nota dai molti dei partecipanti locali che si vogliono solo fare una passeggiata nel proprio paese e dal fatto che lo speaker si sorprenda dei partenti anticipati.

Vorrei, anch’io, sorprendermi di questo
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Su e zo par el Montegan - Lutrano di Fontanelle

Per descrizioni della manifestazioni rimando alle cronache del 2007 e del 2008, che coprivano sbalzi di temperatura e umidità non indifferenti.

Quest’anno, immersi in un clima simile a quello del 2007, ho visto con piacere che, finalmente, la partecipazione ha premiato gli sforzi degli organizzatori, con, mi dicono, oltre mile persone al via.

Mentre correvo mi sono ricordato di quanto sia stato fortunato a crescere nella Sinistra Piave della Provincia di Treviso.

La struttura del territorio, tra pianura e collina, e una particolare mentalità degli organizzatori, ha fatto si che le manifestazioni di corsa, già dai primi anni 80, quando ho iniziato, fossero dei viaggi alla scoperta del territorio, senza tante fisime di terreni. Il trail running non esisteva, come fenomeno e termine, eppure si viaggiava tra campi e sentieri nei boschi, oppure negli asfalti secondari che univano, e uniscono, i paesetti che ospitano queste manifestazioni.

Ti abitui ad affrontare tutto quello che ti tirano dietro. Si tratta di un esercizio di tolleranza e una educazione a sopportare, elementi imprescindibili nel bagaglio di un podista.

Noto sempre con piacere che, tutt’ora, molti dei corridori locali, dopo aver affrontato i rettilinei infiniti della Treviso Marathon, non hanno problemi a prepararsi per la TransCivetta, o altre corse che non potrebbero essere più lontane come ambiente e caratteristiche.

Eppure li vedi lì, senza tanti problemi, una domenica trascinando scarpe appesantite di fango su erte ai limiti del ribaltamento e l’altra a limare traiettorie su asfalti scorrevoli. Senza disdegnare, in settimana, di inanellare giri dentro o nelle vicinanze della locale pista di atletica. Mi auguro sia lo stesso nelle altre realtà locali che non conosco.

E a proposito di atteggiamenti positivi segnalo, per chi si destreggi con l’Inglese,
questo racconto di Suzanne, una mia amica che ha corso la sua prima 100 km, e che mi ha colpito per lo spirito con cui ha affrontato le difficoltà della prova.
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35ma Marcia Delle Lumache - Montaner TV

Dopo le prime erte ti viene il dubbio che le lumache del titolo della manifestazione siano un riferimento, neanche tanto velato, alla velocità dei concorrenti.

Del resto Montaner è drappeggiata in zona prealpina, le poche aree piatte sono occupate da coltivazioni o parcheggi, il resto è inclinato, molto inclinato.

E ogni volta che ci passo mi dò mentalmente qualche scapaccione, perché non mi ricordo mai di quanto sia piacevole e di quanto tutto sommato si trovi vicino a casa mia.

E vabbé, dovessi crucciarmi per ogni errore che faccio sarei tutto corrugato.

Tornando a noi, mi sono goduto i sentieri tecnici e le salite. Un po’ meno le discese cementate, ma non si può aver tutto.

Ristori e organizzazione familiare, nel senso di roba buona e senso di essere accuditi. Insomma di quelle da tornarci, del resto non stai 35 anni sul mercato se il prodotto non è valido.
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Distrazioni

Basta una piccola buca sull’asfalto, e una mente propensa a viaggiare in altre dimensioni, per trovarsi orizzontali, e perdere un bel po’ di tempo e di preparazione faticosamente accumulata.

Tutto può servire per imparare e quindi facciamo nostra anche questa lezione, e continuiamo ad avanzare, seppur più lentamente e faticosamente.

Però oggi, a Refrontolo, si è viaggiato con piacere, tra sottoboschi della giusta consistenza e vigneti che stanno facendo i loro lunghi in preparazione della gara autunnale.

Problemi di traffico ai ristori, specie quelli predisposti all’interno delle cantine locali. Del resto non è gara dove si possa puntare al personale, che non sia quello del divertimento.

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Viaggi nel tempo 2

correre1981

Si parlava di viaggi nel tempo ed ecco che una soffitta bisognosa di ordine e tranquillità spara fuori un Correre del settembre 1981, in cifre 27 anni fa.

C’è un articolo su Mariano Scartezzini, di cui ammiravo la condotta di gara. Sorniona e disinteressata fino ad un paio di giri dalla fine, quando si portava sul gruppetto di testa per poi fulminarlo con uno sprint lungo sostenibile (termine che allora non esisteva in riferimento alle varie attività che svolgiamo più o meno quotidianamente) solo da lui.

Si parla del mitico Giro dell’Umbria, la prima corsa a tappe famosa, in Italia. Ricordo che mi incuriosiva questa strana formula di manifestazione cui non ho mai partecipato.

La grafica è più semplice di quella attuale e le pubblicità più ingenue ed anche strane, con scarpe tipo le Patrick (?) o le Valsport. O le mitiche adidas “Los Angeles Trainer” con gli inserti in gomma di diversa durezza da inserire nella zona del tallone. Quasi tutta roba italiana comunque, il che mi ricorda che internet non esisteva e quello che succedeva nel mondo ci arrivava attraverso i telegiornali, qualche amico più fortunato che andava a correre all’estero, oppure la pazienza di attendere qualche anno per i prodotti più famosi.

Poi ci sono i gemelli Gennari, che correvano i 100 chilometri, che era una cosa neanche immaginabile per me, in un periodo in cui pensavo che prima di smettere (probabilmente “appena” prima) avrei voluto correre una maratona come coronamento della carriera podistica.

E poi la Silvana Cruciata, Maria Pia D’Orlando, Paola Pigni, chissà che fine avranno fatto.

E poi le maratone nel mondo. Come quella di Montreal “famosa in tutto il mondo per i suoi 10.000 partecipanti”. E Berlino, ricordando che Berlino Ovest è “come un’isola nel cuore della Germania dell’Est”. Per non parlare di New York “divenuta ormai così famosa e il cui numero di partecipanti è stato da quest’anno limitato a non più di 16.000, fatto è che le 225 iscrizioni che il comitato organizzatore di Fred Lebow aveva garantito all’Italia sono risultate praticamente insufficienti”.

E’ utile ogni tanto incappare in qualche reperto storico, che ci ricordi quanto abbiamo guadagnato, e quello che possiamo aver perso da allora.

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Viaggi nel Tempo

Le coincidenze esistono nella misura in cui ce ne accorgiamo, e viceversa, ci accorgiamo delle coincidenze in quanto siamo sintonizzati su una determinata lunghezza d'onda attentiva (acrobazia lessicale, passatemela).

Per esempio io ho sempre subito il fascino dei viaggi nel tempo, da
Ritorno al Futuro, a Peggy Sue Si è Sposata a Non Ci Resta Che Piangere a Lost a Life On Mars a The Lake House a Kate & Leopold e perfino a Hancock e Highlander che trattano il tema da un punto di vista diverso.

Il tutto per ambientare il mio stato d'animo durante un lungo nelle colline toscane, gia ricche di storia per conto loro, passando per Corella: quattro case, una chiesa e una cabina telefonica. Da quanto tempo non ne vedete una? Perché io non ci avevo fatto caso ma è proprio da tanto. Non che ne senta la mancanza, intendiamoci. Certo che vederla lì, in una ambientazione improbabile (togli i fili dell’elettricità e potresti comodamente pensare di essere finito nel milleqquattro, quasi millecinque), ti fa pensare a quando una cosa del genere era vista come una conquista della civiltà. Adesso c’è gente che si secca se le email arrivano sul telefono dopo quindici minuti, invece che immediatamente.

Poi ti reimmergi nelle colline montagnose di questa zona a nord della toscana, ai limiti del Mugello, e vieni investito da una Tempesta di neve, il 21 marzo, primo giorno di primavera. Neve orizzontale, vento, e guancia destra che in pochi secondi perde sensibilità. Fortunatamente ero coperto a sufficienza per completare questo mini viaggio nel tempo, anche, interstagionale. Ma torni contento ad una casa calda, con l’acqua corrente per una doccia calda e il caminetto.

La corsa alcune volte ti porta in posti che ti ricordano quanto sei fortunato a vivere dove vivi, in questo tempo di opportunità e comodità.

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Savassa è sempre Savassa

E’ mentre si cominciava a far strada l’idea che la primavera non fosse un concetto astratto, destinato a sciogliersi sotto la pioggia che ci ha tenuto compagnia per gran parte dell’inverno, ecco che l’uscita dall’auto, nel parcheggio a nord di Vittorio Veneto, ha raffreddato le nostre speranze ed il nostro corpo avvolto in un abbigliamento evidentemente troppo leggero.

Improvvisate felpe, recuperate dal bagaglio dove risiedevano per emergenze, cappucci, tutto quello che serviva a proteggere da un vento settentrionale, che scendeva dalle montagne con la rincorsa, ci hanno accompagnato verso le iscrizioni.

Passati i primi momenti di sgomento, e lasciato che il sole scollinasse, la temperatura si è fatta più mite, e complice la salitona iniziale da due chilometri si è potuto anche spargere qualche goccia di sudore.

Giunti in cima al nastro d’asfalto inclinato, per qualcuno insopportabilmente, inizia quello che fa di questa manifestazione (in particolare la 20km, che poi sono poco meno di 19) la mia preferita del calendario: una lunga discesa gentile interrotta da brevi salite, ad esplorare boschi e lungo laghi.

Con quei tratti tecnici (=sassosi ed infidi) che ti diplomano con lode per qualsiasi altro terreno. Se passi.
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Traslochi prima della Marcia dei Castelli a Susegana

Quando vivi per tre anni con un computer impari a conoscere i suoi piccoli tic, ma soprattutto ci metti una serie di programmi, programmini e utilità che ti rendono il lavoro di tutti i giorni più semplice e rapido.

L’arrivo di un nuovo portatile comporta la grossa opportunità di partire pulito, liberandoti anche di tanta fuffa che avevi provato senza successo, ma ti mette di fronte a programmi che non funzionano più sul nuovo sistema operativo, o semplicemente a programmi, o icone, che non ti ricordavi neanche di aver installato, figurarsi poi se si tratta di ritrovarne l’origine.

Il tutto per dire che il sito dovrebbe funzionare come prima, se non lo dovesse fare (tipo immagini che compaiono in luoghi strani o altre amenità ) vi prego di segnalarmelo. Il nostro obiettivo è la soddisfazione del lettore, quanto meno in termini formali.

Esaurita la premessa tecnologica si passa a questioni più tecniche, e umane.

La Marcia dei Castelli è una manifestazione ben organizzata che di sviluppa in una zona piacevole alla vista e al tatto. Colline, boschi, campagne. Spesso tra cacciatori fuori stagione, che si ritrovano lo stesso per fare quattro chiacchiere e una sgambata al cane.

Non stupisce quindi che, complice il clima improvvisamente tardo primaverile, i parcheggi fossero già affollati ben prima del solito, e che per tutto il percorso, questa volta abbiamo scelto i 21km, non ci si sentisse mai soli soli. Oddìo, dopo il bivio con la 12km, c’è stato molto più spazio per gomiti e deviazioni improvvise, ma sempre con la sensazione di non trovarsi abbandonati a noi stessi, come in tante gare lunghe accade.

Alla fine portati a casa un bel po’ di chilometri sinuosi su vari piani, verticale e orizzontale.

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Settimana Soleggiata

Come al solito ti distrai un attimo e il gruppo guadagna subito metri che poi non riesci a ricucire, se non con grosse fatiche.

Un gennaio di passione tra mente e fisico poco inclini a collaborre per il bene comune. Poi esce il sole e domenica sono sceso sotto l'ora e dodici nel giro del Collalto, che da ottobre non mi vedeva sotto l'ora e ventidue.

Si corre con qualsiasi tempo, su questo non ci piove, ma col sole e qualche grado sopra lo zero si va più volentieri, e pure più veloci.

Così, un paio di luoghi comuni e qualche numero, giusto per riallacciare un discorso che si era perso nel buio dell'inverno, come sempre.
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Marcia dei tre mulini - Vazzola TV

Come si suol dire: imperdibile.

Un equilibrato mix di terreni, alla scoperta di un territorio che è più che altro agricolo, con l'occasionale piccola area industriale o residenziale.

Trattamento familiare con ristori "non agonistici" (si è intravisto un barbecue fumante alle cui lusinghe non abbiamo ceduto).

E abbondanza di volontari (Dio benedica gli Alpini).

Insomma la gara che tradizionalmente avvia l'anno sotto i migliori auspici.
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E la prima corsa è stata divertente

primo gennaio duemilanove
foto di Serena

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Marcia Natalizia - Tezze di Piave TV

Una gara improntata alla rettitudine.

Rettilinei, e angoli retti dominano infatti il percorso. Così come l'asfalto, ad eccezione di un miglio d'argine, anche lui retto, del Piave.

Rischio noia, anche se c'è chi le curve se le porta appresso con eleganza, siano esse reali o di fantasia.

Per il resto la corsa è una disciplina di resistenza, e non capisco perché ci sia gente che ci si lamenti, per qualsiasi motivo.
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Riserve Inesplorate

Mi stavo godendo una foresta stile Oregon, con l'odore dell'umidità di una domenica mattina di tardo autunno, quando il suono di uno scampanellìo ha attirato la mia attenzione per un attimo, ma subito mi sono rassicurato al pensiero 'ah, un gregge'. Poi, nel mondo di sensi che circonda le corse nella natura, la vista di un cane esploratore (ma non lo sono tutti?) mi ha fatto pensare 'ah, qualcuno che porta a spasso il cane'.

Il cane, però, era di una particolare categoria, da caccia, la quale di solito non è oggetto di attenzioni medio borghesi quali la passeggiata (fine a sé stessa).

Dopo qualche centinaio di metri altro scampanellìo, due cani questa volta, e due umani in completo mimetico. Armati.

Quella che pensavo una riserva di ripopolamento si è rivelata una riserva di caccia. Affollata. In condizioni di visibilità ridotta.

Incredibile come un ambiente si possa trasformare in pochi secondi da accogliente e fucina di pacifiche riflessioni, a ostile ma culla di una intensa acutezza sensoriale e consapevolezza del presente (roba che c'è gente che paga fior di soldi per raggiungere).

Con passo leggero e rapido cerco di portarmi fuori dalla zona calda e sbuco sulla strada sterrata dove mi trovo faccia a faccia con un cacciatore in carne, ossa e sovrapposto. Faccio la cosa più sensata che si possa fare di fronte ad una persona armata: cerco di non irritarla. Mi scuso con un 'credevo fosse una zona non di caccia'.

Il cacciatore, con mia sorpresa, si sorprende a sua volta e mi chiede perché mi scusi. Io dico che non volevo disturbare e lui si lanci in una filippica sulla libertà di tutti di andarsene a spasso. Che carne in tavola ce n'è comunque, e che la caccia è un passatempo per cui anche se non prendono nulla non è cosa grave.

Si allontana borbottando e io entro finalmente in zona protetta, che non è detto che tutti la pensino come il mio interlocutore. Un po' mi solleva ma poi mi distraggo in fantasticherie sul futuro, e quel bel momento vigile di totale presenza è passato.

Ritornerà, per qualche minuto, in una discesa ripida e insidiosa, dove un passo falso potrebbe portare a un infortunio reale.

Per poi lasciare il posto ad una quieta sgroppata finale.
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11ma marcia dell'Immacolata - Solighetto TV

Come si diceva alla fine, ci vuole dell'impegno per sbagliare un percorso nelle colline dietro Pieve di Soligo. Ed infatti non è stato sbagliato, per gli amanti della campagna e di qualche brivido su sentieri tecnici, ma non impossibili.

In una giornata dove il sole l'ha fatta da padrone, un sacco di persone si sono messe al suo servizio, sbuffando e sudando in salita, e catapultandosi a vita persa in discesa. Almeno questa è stata l'impressione che ho avuto dato il mio ritmo uniforme pressoché ovunque, con numerosi sorpassi collezionati andando in su e altrettante sverniciate subite scendendo.
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Tra la Valsana e il West

E mentre Kami Semick vinceva la finale della TheNorthFace 50 miles Endurance Challenge, nei pressi di San Francisco, io e Serena ce ne andavamo in giro per la Valsana.

Avendo dei limiti di autonomia abbiamo camminato un'ora per salire all'attacco del sentiero su cui volevamo correre, e quindi siamo di lì scesi.

L'interesse generale in tutto questo è che a volte può capitare che uno non possa/voglia correre per il tutto, o un tratto, ma vorrebbe farlo per una parte. Nulla di male nel camminare prima, dopo, o in mezzo, si aggiunge comunque tempo sulle gambe, che non fa mai male, e ci si diverte nel tratto in cui si corre.

Serena oggi ha esibito un pregevole lavoro di piedi sui sentieri tecnici che caratterizzano la pedemontana trevigiana. Del resto lei è la trailrunner di famiglia.

serena1028a

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Marcia di Santa Caterina - Barbisano TV

Quando sei ad un passo dalle colline del Collalto, e incontri alla partenza più di un personaggio eccellente di Spirito Trail, sai già che sei capitato in una di quelle gare genuine, alla scoperta del territorio.

Che vuol dire che ti tirano dietro più o meno tutto quello che le campagne dei dintorni possono offrire, saliscendi, asfalto, sterrato, sentieri, campi, e fango in quantità industriale, che forse non si potrà neanche dire.

Però è stato oltremodo divertente fluttuare su terreni instabili e godersi una mattinata che poteva anche essere molto più bagnata. La pioggia è stata sospesa, da poco prima dell'avvio sino ai momenti immediatamente precedenti all'arrivo, da chiunque ne aveva il potere.

Una manifestazione curata, di quelle che dopo la deviazione tra la sei, la dodici e la diciannove ti mettono il cartello "sei sul percorso x", e prima dei tratti pericolosi trovi "rallentare tratto scivoloso" o "rallentare sentiero stretto", che non è che poi uno rallenti, però ti senti benvoluto.
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Panoramica Della Salute - Vittorio Veneto TV

La 12km è in realtà una sei più sei. Il traffico umano e il sentiero stretto rendono infatti i primi sei chilometri una camminata che consente viste abbondanti a destra e a manca. Quando si scollina si può iniziare a correre, anche perché inizia pure la discesa. Il passaggio dentro alle grotte del Caglieron è sempre emozionante, l'asfalto della seconda parte un po' meno ma, ehi, è giusto far contenti un po' tutti.

Con una riflessione a parte notavo come, in genere, l'ispirazione che ha sostenuto questo posto sia sempre stata legata a doppio filo alla voglia di correre.

In questo periodo invece mi trovo a voler correre più di quanto riesca a scrivere.

Una corsa spesso spensierata, ovvero quella degli atleti forti (non necessariamente agli stessi ritmi), senza pensieri se non quelli funzionali all'avanzare.

Non è male neanche così. Ci sto facendo delle riflessioni da fermo che spero di riuscire a mettere nero su bianco, o qualsiasi altra coppia di colori contrastati che occupi lo schermo di chi legga in questo momento.

Nel frattempo si sappia che, ieri, ho fatto anche un lavoro di 20 (venti) minuti continui su pista con delle variazioni di velocità. Cose inimmaginabili fino a solo pochi mesi fa.

Il tutto proprio mentre negli ultimi giorni, come mi giro, trovo riferimenti ad una asserita noiosità delle gare di lunga distanza.

Da persone che corrono brevi distanze, e temono i tempi lunghi delle ultramaratone, ad ultramaratoneti, che temono la ripetitività delle gare in circuito, a molti altri, che non correrebbero neanche, se non esistessero gli iPod.

Poi leggo di una strategia di gara di Paula Radcliffe, contare lentamente fino a 100 (fatto per tre volte al suo ritmo gara equivale ad un miglio), che mi rendo conto non sia decisamente il passatempo ideale dell'individuo medio.

Mah.

Se parliamo di gare il problema non dovrebbe porsi minimamente. Con l'obiettivo di dare il meglio di se la mente non può staccarsi dall'obiettivo di avanzare più velocemente possibile, e quindi dev'essere presente al momento, senza possibilità di escursioni nel passato, nel futuro, o nelle miserie della condizione umana.

E' il motivo per cui intervistare un o una atleta d'elite al termine di una gara potrebbe risultare frustrante (questa mi sembra di averla già scritta). O la ragione per cui i siti degi stessi atleti d'elite non siano in genere fonte di filosofeggiamenti sofisticati.

Se parliamo di allenamenti posso in parte capire. Anch'io, senza un obiettivo preciso difficilmente uscirei per un lungo di oltre due ore. Ma più per pigrizia, che non per paura di non saper come passare il tempo.

Quello che mi inquieta, e affascina allo stesso tempo, è che, dopo qualche ora di corsa, in genere quattro per me, capita di intavolare delle conversazioni piuttosto basilari con sé stessi, e non sempre se ne esce vincitori.

Ecco che vedrei questo come motivo di preoccupazione in merito alle gare lunghe, stare da soli con sé stessi, roba che non si fa di frequente al giorno d'oggi.

La noia diciamocelo, non è tutta questa minaccia. E' anche una delle poche sensazioni che hanno come accessorio una percezione di rallentamento del passaggio del tempo, eterno cruccio, soprattutto in età adulta.

In ogni caso mi rendo conto anche che la mia mente è in grado di autoprodurre prorammi di intrattenimento per un periodo ben superiore alle mie capacità fisiche di corsa, e quindi quanto ho appena detto proviene da un piedistallo dal quale farei meglio a scendere.

Mah, di nuovo.

Venerdì, di ritorno da una delle mie salite preferite (da Valmareno a Praderadego, sulla strada asfaltata) mi sono anche fatto un autoritratto, che coglie alcuni aspetti della mia personalità non spumeggiante di questi giorni:
self portrait
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Marcia lungo il Codolo (mica tanto), a San Fior di Sotto TV

Sembra per motivi di sicurezza,

il percorso che si snodava amabilmente lungo le rive del pacifico fiume(tto) Codolo dall'anno scorso si sviluppa nella ben più veloce e asfaltata periferia residenziale di San Fior di Sotto. Parecchi Personali, ho sentito, forse perché non vedevano l'ora di finire.

Noi tranquilli, a riflettere sui ritmi di gara per l'anno prossimo.

Nel frattempo Paula Radcliffe ha vinto per la terza volta la maratona di New York, Kara Goucher ha fatto il più veloce esordio di una americana in maratona,
Kami Semick è arrivata seconda nella coppa del mondo della 100km e Susanna Messaggio ha fatto il suo primo allenamento sotto la pioggia.

Ti distrai un attimo e il mondo fa il personale senza di te.
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Ecomaratona del Chianti, ma anche del fatto che arte, sport, spiritualità e tagliatelle ai porcini non siano necessariamente mondi separati

La distribuzione dello sforzo in una gara lunga puo' essere una cacofonia di troppo allegro e troppo adagio nei punti sbagliati dello spartito.

Domenica è stata un'armonia che mi ha emozionato.

Il cartello dell'ultimo chilometro che mi vedeva provato ma non vinto, ha anche scorto una lacrima, non trattenuta, perche' aveva le sue ragioni.

Il tempo può essere dei numeri a caso su un display oppure una espressione compiuta di un periodo trascorso a far coincidere talento e risultato.

Poco importa il punto di partenza e di arrivo, è quella sovrapposizione che ne esprime il valore.
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Itinerario dei Castelli - Orsago TV

Manifestazione rodata che attrae numerosi appassionati, molti del percorso, che attraversa in buona parte una campagna collinare sempre piacevole (specialmente nei percorsi 13km e 24km, un po' meno nella 7km, che non ha mai tempo di svilupparsi come si vorrebbe), e molti altri del ristoro a tre chilometri dall'arrivo.
Mi dicono negli anni scorsi ci fosse della zuppa di fagioli e altre specialità. Oggi una coltre di persone spessa almeno 4 individui impediva persino la visione le cibo, lasciamo stare se uno pensasse di fermarsi a prendere qualcosa.

A parte queste note di colore, e quelle della fanfara dei bersaglieri che segnala la partenza, dal punto di vista personale nulla di eclatante da segnalare. Era una gara che doveva essere tranquilla, in vista dell'impegno della prossima settimana, e così è stato. I soliti controlli in volo che ormai sono entrati stabilmente nel mondo degli automatismi e via a scorrere.
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Delle gare e delle corse, contro il tempo

Ci sono corse a cui si partecipa e altre in cui si gareggia.

Visto l'impegno richiesto per le seconde io non riesco a correrne più di tre o quattro all'anno. Mi richiedono settimane di preparazione fisica con un sottile ronzio in sottofondo che mi ricorda che dovrò faticare sonoramente (e non sempre è il mio forte) ed in genere la settimana prima divento difficile da trattare, o quasi intrattabile, e mi chiudo in una sorta di circolo virtuoso (in vista della gara) ma vizioso (dal punto di vista sociale).

Se gareggiassi ogni settimana sarei probabilmente un eremita evitato come gli untori manzoniani.

Il tutto non è un problema se uno conosce le sue soglie di attivazione ed i percorsi di avvicinamento ad una competizione.

Domenica scorsa, per esempio, ho partecipato alla
Ecomaratona dei Cimbri, che si sviluppa sull'altopiano del Cansiglio, con un avvio ed un ritorno da Fregona, vicino a Vittorio Veneto.

Parentesi* per ricordare a chi sia appassionato di trail running che si tratta di un evento imperdibile per caratteristiche del percorso e qualità dell'organizzaione, gestita da Stefano e Gianni, che di fango ne han scrollato dalle scarpe.

Tornando a noi, io sono facile al perdono ma non dimentico facilmente. E il ricordo della prima edizione, corsa nel 2004, in cui alla fine della salita principale (=km 11) si erano spente le luci e poi mi ero semplicemente trascinato all'arrivo in 6h43', era ben vivo, pur nella foschia dell'appannamento da fatica.

Quest'anno quindi, i Cimbri non erano nel mio calendario delle gare da tirare, ma ritenevo di dovermi un tentativo di cancellare quel sei iniziale.

La strategia disegnata era piuttosto semplice, sulla carta: di fatto una gara di 30km con 12km, la prima salita appunto, di avvicinamento.

Tutto bene per l'avvicinamento, gestito con professionalità, ma giunto allo scollinamento, a 1500m slm, dopo 11 km, le gambe erano pronte alla sfida ma la testa mancava all'appello. L'idea di fare i successivi 30km tirati, pur senza forzare, proprio non c'era e ho impiegato qualche chilometro per entrare nel personaggio.

Fortunatamente c'era discesa per una decina di chilometri, e fortunatamente qualche chilometro in più corso in allenamento quest'anno ha creato quella sorta di inerzia per cui posso avanzare anche se la mente cosciente non è pronta a spingere.

Fatta una rapida ristrutturazione mi sono quindi rimesso in carreggiata per l'obiettivo di giornata e alla mezza avevo un ampio margine. Complice questa scoperta, unitamente ad una insidiosa salita verso il trentesimo, mi sono distratto e trovato a 10 chilometri dall'arrivo con un margine ben più ridotto, e la consapevolezza che avrei dovuto tirare per stare sotto le sei ore.

Un paio di imprecazioni perché in effetti è sempre così, mai che ti trovi così in anticipo da poter passeggiare senza problemi, oppure sei così fuori dall'obiettivo da doverti rassegnare e quindi passeggiare senza problemi. No, sempre sul filo del rasoio. Ma il passato è passato, e passato lo sfogo via con lo sguardo al futuro e, soprattutto, all'insidioso terreno che è la discesa verso Fregona. Uno sterrato roccioso (si potrà dire?) come solo nella pedemontana vittoriese sanno preparare.

Quasi tutte le risorse sono state impiegate per mantenere la massima velocità compatibile con la rischiosità del declivio, le poche libere erano costantemente a calcolare medie al chilometro, tempo mancante e approssimazioni sulla distanza coperta e da coprire.

La vista dell'arco gonfiabile è stato un bel sollievo, ho rallentato un po' per non passare all'ultimo un altro concorrente, e mi sono fermato di fronte ad una sorridente ragazza, con un costume tipico che a questo punto immagino Cimbro, e ho ricevuto la medaglia.

Il cronometro mi ha dato l'altro riconoscimento: 5h50'. Che non vuol dire nulla in assoluto, ma ha un significato relativo importante.
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* ovviamente il cronista sceglie un taglio da dare alla storia e segue il filo di un ragionamento. In questo caso mi interessava riflettere sulla lotta contro il tempo.
In realtà in quelle, quasi, sei ore ci sono state persone, panorami, momenti di meraviglia, di disperazione e di dialogo interiore, che mancano quì, ma non nell'esperienza dell'evento.
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2a Maratonina Della Speranza - San Fior Treviso

E mentre il grosso della truppa si girava dall'altra parte al suono della sveglia, complice un abbassamento di temperature a doppia cifra, condito di venti abbondanti e spruzzato di pioggia, pochi indomiti hanno onorato questa manifestazione, organizzata nelle colline tra San Fior e Colle Umberto.

Il percorso, in massima parte asfaltato, non ha risentito delle condizioni atmosferiche, e così noi che abbiamo sfoderato una prestazione in progressione.

La famiglia è pure salita sul podio, con una vittoria nella 6 km di
Serena, piu' sorpresa che orgogliosa. Era alla sua prima uscita in una gara piovosa.

Ma leggiamo le impressioni dalla tastiera della protagonista:
"Back in Italy. Six-thirty Sunday morning was cold, grey, blustery and raining here in Mareno. Rats. Normally on days like these I choose to stay in bed instead of going out to run in one of our weekly local races. But I was hoping a 6K (4 mile) run might help me shake this jet lag. So off we went and holding my head down to keep my hat from blowing away, I ran out into the rain as Luciano took off on his 12K. The course took us through the usual narrow cobblestone streets, past your standard villa, along the rain swollen river and through a soggy forest. As usual, I was running alone, except for a man who was wearing short shorts, heavy cologne and carrying an umbrella. I kept passing him to get away from the cologne, but he caught up at the downhills (he had pretty long legs) and I felt like I was stuck in his perfume turbulence way too long.

Head down, I doggedly trotted along through the grey morning.

As I neared the end I had lost track of cologne guy and was running alone again, but noticed that it was strangely deserted at the finish line. Thinking all the finishers had hustled on home to get out of the cold, thoughts went through my mind to just stop at the car and call it a day. But I felt pretty good, so I kept on going. Suddenly a woman's voice came over the loudspeaker, "Attention! We have the first woman finisher of the 6K arriving now!" I was shocked as heads turned my way and almost stopped to see who they were talking about. I was alone. I crossed the line, winning my first race, ever. A little 6K race.

Abruptly I was surrounded by race officials asking for my name and registration.
"You are kidding me, right?" I said.
"No, you won. Congratulations!"

I think it is because all my competition slept in that morning, not the least of which the three other women in our running group who are super fast. But as Luciano said,
I got out of bed and that made all the difference."

san fior 6k
(foto cortesia di Erik)

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Il profumo del mosto addomesticato

Una volta quì era tutta campagna, e adesso ce n'è ancora tanta. L'odore dell'uva è riuscito a penetrare con decisione tra i residui che una sosta prolungata in aereo lascia nelle cavità nasali.

Dopo le circa 21 ore, da porta a porta, e lo spacchettamento dei bagagli, si è infatti colta l'occasione per una sgambata attorno casa.

Ricollegandoci ai temi della
battaglia dei sensi citata qualche giorno fa, oltre agli odori diversi e conosciuti, non ho notato variazioni nella temperatura quanto nella consistenza dell'aria, decisamente più difficile da fendere a Mareno di Piave, Italia, che non a Berkeley, California.

L'erba e l'asfalto sono piu' morbidi, le zanzare e i cani più aggressivi.

Così, giusto per una riflessione su quanto siamo fortunati come podisti, a poter uscire e prenderci qualche ora d'aria, anche se non si muove e si può quasi toccare.
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Addio ai monti

E oggi per l'ultima corsa prima del ritorno in Italia si è scelto il familiare Tilden Park.

Familiare neanche tanto visto che non più tardi di sabato vi ho scoperto un sentiero nuovo. Uno di quelli che chiamo sentieri da bob. Un paio di chilometri in leggera discesa, con i tornanti dalle curve sopraelevate. Ma si può? Lo farei ogni cinque minuti.

Ho scelto gran parte dei miei passaggi preferiti, il giro della fattoria su sterrato tranquillo, la salita del Laurel canyon, spezzacuore e volontà un paio di mesi fa, ma adesso quasi amica, Nimitz Way con le foglie cadute dagli eucaliptus a formare un tappeto accogliente, si ha l'impressione di correre in una caramella balsamica. Poi il peak trail con la salita gaussiana, che fa sempre impressione dirlo, anche se non c'entra, e il sentiero da bob, volato con un sorriso stampato, che neanche il Celentano dei tempi d'oro. Il finire sullo sterrato di rientro dal Wild Cat Creek canyon, pianuroso al punto giusto per l'ultima progressione.

Tre quarti d'ora, il minimo per un saluto come si deve. Mi mancherà.
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Redwood Park 30k - Oakland

Un agosto senza lunghi, lunghi, mi aveva messo un po' di preoccupazione per l'ecomaratona dei Cimbri, prevista tra due settimane.

Del resto con la politica del "non si corre su un dolore localizzato", se qualcosa fa male, il chilometraggio a breve termine ne risente. Non così quello a lungo, ma è un altro discorso.

Con la creatività che contraddistingue il podista non professionista, ho piazzato un collinare di 2h45' il giorno prima di questa 30 chilometri, e poi mi sono seduto in una poltroncina di prima fila per assistere allo spettacolo delle mie reazioni.

Tutto quello che serviva è venuto fuori, nessun risentimento prima, durante e dopo la gara, stanchezza ragionevole superata, con piacevole sopresa, grazie ad una mente motivata e non remissiva. Lieve errore di valutazione sull'acqua, terminata una decina di minuti prima del dovuto.

Per il resto, giornatona, il percorso si snoda tra sequoie, altissime e ombreggianti, e sterrati polverosi e simil desertici. Il tutto scorrevole e senza tratti tecnici con difficoltà particolari.

La stanchezza mi ha penalizzato soprattutto sulle salite ripide, ma le discese sono state una poesia.

Vista la natura del terreno, collinare e con pochi tratti rettilinei, gli avversari non erano visibili che all'ultimo. Ben prima però si cominciava percepire un odore di terra, poi si iniziava a vedere la polvere che si stava adagiando, e così via in un crescendo di stimoli sensoriali fino a che arrivava la visione fisica di chi mi precedeva e quindi il sorpasso. E via di nuovo ad annusare l'aria. Una battaglia dei sensi.

In salita/pianura invece tutta una famiglia, con tempi di sorpasso che consentivano uno scambio dei dati anagrafici essenziali e qualche battuta sul curriculum gare, sulla bellezza dei dintorni, o sulla temperatura insolitamente alta per la zona.
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Considerazioni tecniche su Sequoia 50k

Si diceva 6h32', distribuite discretamente. Direi controllato e bene fino a 4h/4h30, poi il calo, che però non è stato un crollo come al GRPTV, ma un rallentamento, specialmente in piano e nelle salite ripide. Tutto sommato ho tenuto in discesa e nelle salite medie.

E questo lo attribuisco ai lavori più sostanziosi che hanno preparato questo evento. Un paio di lunghi da 6 ore, inframezzati da uno da due ore in piano, abbastanza sostenuto. Un chilometraggio settimanale in graduale ascesa spesso oltre i 60 km, con una punta di 76km. In più maggiore convinzione nei lavori più corti, soprattutto nelle salite.

Nessuna conseguenza nei giorni successivi. Giusto giusto un po' di indolenzimento ai quadricipiti se provo a correre in discesa.

E questo, non mi stancherò di ripeterlo, lo attribuisco ai lavori tecnici, in particolare in discesa dove cerco sempre di mantenere l'appoggio leggero e la frequenza alta. Con lavori specifici di allunghi a mente e corpo freschi.

Non sono uno che si scapicolla, in genere sono sempre controllato, ma con questo sistema anche in questa gara ho visto che in genere ero più veloce dei miei compagni di viaggio proprio in discesa.

Guardando al futuro direi che è una strada da continuare, graduale aumento del chilometraggio settimanale, con lavori di fartlek bello lungo e più corse vicine alla soglia.

Dal punto di vista meteo era una gara prevedibile e quindi non ci sono stati grossi problemi in merito all'abbigliamento. Per l'acqua mi sono affidato al marsupio amphipod con la borraccia da mezzo litro che è bastata tra un ristoro e l'altro. Mi sono alimentato regolarmente con Clifshot blocks, jelly beans e trail mix. Sempre acqua nella borraccia, mentre ai ristori qualche bicchiere di cocacola me lo sono buttato giù, con conseguente ruttino liberatore dopo qualche centinaio di metri.
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Sequoia 50k - Oakland California

Questi gli obiettivi scritti la sera prima della gara:
1) finire entro il tempo limite (9ore)
2) finire entro le 7ore (personale sulla 50km 7h05')
3) saldo positivo sorpassi fatti/subiti nel secondo giro (ultimi 20km)

Questo il consuntivo:
1+2) chiuso in 6h32'
3) saldo più tre, quattro fatti e uno subito.

L'ultimo obiettivo è stato ideato in quanto ho la perniciosa tendenza a partire troppo forte. Forzandomi ad andare piano il primo dei due giri del percorso (il giro era da 20km, ma nel primo bisognava fare anche uno "sperone" da 5+5km di andata e ritorno) speravo di avere così una distribuzione equilibrata dello sforzo.

Così è stato, anche se il calo è stato comunque sensibile. Forse si può partire ancora un po' più piano, e decisamente allenarsi di più, cosa che stiamo gradualmente implementando, come si suol dire.

Per il resto un percorso in gran parte ombreggiato su sentieri morbidi e accoglienti. Lo dimostra il fatto che, al riveglio del mattino dopo, il tratto letto-bagno non differisce dal solito, con doloretti da avvio assolutamente nella norma.

In questo periodo la zona ad Est della Baia di San Francisco ha un clima quasi ideale per la corsa. Coperto più o meno fino alle undici con temperature ben sotto ai venti gradi centigradi, e poi un sole caldo e asciutto che può essere fastidioso allo scoperto. Nel caso della gara in questione, corsa tra i parchi Joaquin Miller e Redwood, l'abbondante vegetazione ha fatto sì che si sia corso quasi sempre all'ombra.

Organizzazione della
Pacific Coast Trail Run come sempre familiare e professionale allo stesso tempo.
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Prospettiva

Negli ultimi giorni ero tutto preoccupato per l'idratazione del lungo di fine settimana. Alla fine, non senza patemi, ho scelto il percorso, la tempistica e la strategia in modo da risolvere il problema.

Partito alle 06:20, come previsto, dopo 45 minuti sono arrivato all'attacco del sentiero, in realtà una strada sterrata, che però mi piace tanto perché scorre ondeggiando senza grossi dislivelli. Quella era la parte che pregustavo, prima della salita ripida che mi avrebbe portato sulle terre alte e ventose.

Con la coda dell'occhio ho scorto un cartello che mi sembrava non aver mai notato, mi sono fermato, et voilà, il problema dell'idratazione non sembrava più così centrale nella mia vita.

Il cartello informava infatti che "recentemente c'è stato un avvistamento di un puma e di un cucciolo" proprio sul MIO sentiero preferito.

Si tranquillizzava il pubblico, sono animali che in genere non attaccano gli umani, a meno che costretti (per esempio, dico io, dalla necessità di nutrire i propri picccoli in un momento di ristrettezze generali). E via con i consigli distribuiti in 8 punti.

Quelli che mi ricordo: fare rumore, cantare, fischiare, battere le mani (fattibile), girare in gruppo (al momento non fattibile), in caso di incontro non mettersi a correre ma con calma alzare le braccia per sembrare più grandi possibile, e indietreggiare lentamente per offrirgli una possibilità di fuga (fattibile, da me, per la fuga sua non so).

E l'ottavo, il mio preferito: se vi attacca, combattete.

Grazie.

Si diceva, quindi, l'acqua passava in secondo piano, mentre riflettevo sulle abitudini di caccia dei predatori. Tramonto e alba. L'alba era già passata per cui potevo sperare in un gattone intorpidito da una lauta colazione. O un felino maldisposto per un inaspettato ed irritante digiuno?

Il mondo ha cominciato a funzionare al contrario, le zone ombreggiate, di solito rifugio dalla canicola, erano diventate perfetti luoghi per un'imboscata.

All'erta per ogni rumore sospetto, le due o tre canzoni che ho improvvisato, oltre che farmi sentire più esposto, incidevano anche sulla mia autostima, per cui sono passato ad una corsa leggera e circospetta.

Alla fine ho incontrato solo decine di miniconiglietti, neanche tanto preoccupati. Uno dei casi in cui l'analfabetismo ha dei vantaggi.

Il resto del lungo si è svolto senza grossi inconvenienti, passeggiatori e ciclisti domenicali hanno cominciato ad affollare il parco, ampliando la scelta di potenziali prede, in molti casi, voglio pensare, più appetitose e senz'altro più semplici da catturare (elemento che non sfugge al predatore, che in genere è prono a spendere le minori energie possibili nella quotidina lotta per mettere il pane in tavola).

L'acqua mi è bastata. Come un orologio, mezzo litro ogni due ore.
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Al solito, se ti danno dei limoni facci una limonata, e il galateo della maglietta

Scott Dunlap rinvia a due interessanti articoli che riguardano il mondo della corsa:
1)
Gretchen Brugman parla della reazione alla recente cancellazione della Western States, gara di 100 miglia molto prestigiosa, a causa degli incendi che stanno devastando le zone vicine al percorso.
Per chi non abbia voglia e tempo di leggerselo la sintesi è che il corridore di lunghe distanze è allenato/abituato a trarre il meglio dalla situazione in cui si trova, e ad affrontare le difficoltà man mano che si presentano, senza lamentarsi, ma cercando di trovare la soluzione migliore. Se non si fa così difficilmente si porta a termine una ultramaratona, indipendentemente dall'allenamento.
Ovvio che la categoria penalizzata (si tratta di una gara per la quale bisogna qualificarsi e poi partecipare ad una lotteria in quanto le richieste eccedono di gran lunga i posti disponibili. C'è gente che ci prova per due o tre anni prima di esservi accettata) più di tanto non abbia protestato. Perché la situazione era di oggettivo pericolo, per loro e per le persone che avrebbero lavorato per l'organizzazione, perché in prospettiva i problemi erano ben più grossi di una gara persa, e perché han cominciato subito a pensare "ok, cosa ci faccio adesso con tutti i chilometri potenziali che ho nelle gambe". Ieri Scott Dunlap è arrivato secondo in una 50km, e il giorno prima ne aveva fatti altrettanti in allenamento.

2)
Bad Ben aggiorna sul galateo della maglietta.
Anche quì, in due parole, dice che si può indossare la maglietta di un evento solo se vi si è partecipato. Volontari e "altre metà del cielo" esentati dalla proibizione. Ma ci sono un sacco di altre regole curiose, da leggere con il dovuto sorriso.
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Col de Moi e la certezza della pena

Con il Col de Moi, "cima" a 1358m slm alle spalle di Valmareno, avevo un conto in sospeso, più d'uno in realtà, perché non l'ho mai conquistato senza penare nell'ultima parte.

Il clima ballerino mi ha allontanato dal coinvolgere amici da inzuppare e così l'ho affrontato in solitaria, non prima di aver
avvisato casa sulle mie intenzioni.

Ho provato la direttissima, su per la strada dietro Valmareno, e poi a destra sul 1072, troi val de foran, che non avevo mai percorso, l'equivalente sentieristico di una scala a pioli, o poco meno

Rassegnato alla pendenza ho innestato le ridotte e progredito fino alla cima, passando per tratti in cui l'erba era effettivamente alta.

Ma per la prima volta quell'ultima erta non è stata una via crucis, con tutte le stazioni e forse qualcuna in più.

Mi stavo quindi godendo da vincitore la discesa verso Praderadego quando dei rumori nella foresta mi hanno bloccato. E mi è venuto in mente di come la certezza della pena, e non la sua gravità, sia in effetti il deterrente più efficace.

La remota possibilità che una zecca mi assalisse, per poi forse trasmettermi una encefalite dagli esiti, forse, letali non mi aveva infatti minimamente rallentato in precedenza, avanzando nell'erba altezza vita.

Adesso, più di un quintale di cinghiale di traverso sul
mio sentiero mi stava congelando sul posto. Uno dei due in effetti se n'era andato subito grugnendo in un linguaggio incomprensibile, ma l'altro (la madre?), non sembrava intenzionato a cedere. Rischio di assalto, non quantificabile, ma perché rischiare? Rapido dietro front e ricerca di una via alternativa. Fortunatamente ero in zona piuttosto conosciuta e ho trovato una scorciatoia per riunirmi al sentiero un po' più in basso.

Il finale è stato di pura soddisfazione nella discesa sterrata che riporta a Valmareno, poche volte corsa così velocemente. Lo attribuisco alla forma del periodo, il cinghiale era ormai alle spalle, ma non vicino.
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22ma Corsa di Sant'Antonio - Gorgo al Monticano TV

Altro percorso, in pianura sì, ma vario e divertente. Passaggi dentro il ,mini, parco della Villa Foscarini, e quello del ristorante Revedin, più un sentiero dentro un tratto boscoso. Poi un sacco di campagna , argine e qualche tratto asfaltato.

Nel complesso comunque scorrevole, e con più ristori del solito, tre sicuri, se non quattro, nel percorso della 12km.

A livello personale, complice una lepre scatenata, ne è uscito una delle migliori prestazioni dell'ultimo anno. Corsa tutta cercando di non forzare, visto che in teoria sono ancora in recupero dai recenti impegni "agonistici".

Uno dei sistemi che ho applicato di più è quello della marionetta. Due fili mi guidavano, uno attaccato alla sommita della testa mi tirava verso l'alto-leggermente-avanti, e l'altro attaccato cinque centimetri sotto l'ombelico, mi tirava avanti.

Fili ideali, certo, ma il corpo e la mente faticano a distinguere una situazione vividamente immaginata da una reale.
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Maratona di Scandiano (RE)

Dai produttori della Maratona di Reggio Emilia (se non la conoscete significa che non vi occupate di Maratona e/o non siete Italiani) ecco che più o meno ogni primo venerdì sera di Giugno ci viene offerta questa simpatica manifestazione.

Trattasi di maratona normale cui viene affiancata la staffetta (6 atleti per 7km ciascuno, il primo fa 195 metri in più ) corsa su un circuito di 1400 metri che ruota attorno alla pista di Scandiano, cittadina sportiva, tra Modena e Reggio Emilia, ai piedi delle colline che preludono all'appennino emiliano.

Gli individuali erano una ventina a fronte di sessantasette squadre, alcune molto agguerrite.

Nota personale, venendo da un periodo in preparazione di un'ultra in montagna ero quanto di più lontano mentalmente e fisicamente da un 7km in piano misto pista/asfalto/sterrato, e si è visto.

Già alla partenza, ero in prima frazione, mi faceva strano non avere la borraccia e un po' di cibo di riserva, che sì, i ristori hanno detto che ci sono, ma non si sa mai.
Poi sono partiti tutti come dei fulmini, ero praticamente ultimo dopo cento metri, complice anche un riscaldamento approssimato per difetto.
I sorpassi: in montagna ti affianchi, scambi due parole, nella durata di un sorpasso in genere vieni a conoscere i dati anagrafici base del tuo 'avversario', a volte stringi anche una breve amicizia. In pista devi stare all'erta, per non creare intralcio, e perché lo spostamento d'aria rischia di farti del male.

Alla fine della serata, le frazioni corse saranno due, complice l'assenza di qualche compagno di squadra, e la consapevolezza una, se mai servisse ulteriore conferma: il nostro fisico si adatta in maniera estremamente specifica.

Lo dimostra il fatto che già la prima frazione mi ha causato doloretti che non avevo da tempo, e tre piccole vesciche a piedi che erano usciti intonsi da oltre 12 ore su sentieri di montagna.

Questo è la grande verità da cui spiccano il volo tutte le tabelle di allenamento, con un piccolo problema, il fisico si adatta velocemente, ma se lo stimolo resta uguale dopo un po' si stabilizza e non migliora più, anzi peggiora.

Chi inizia a correre può semplicemente uscire e per le prime settimane probabilmente riuscirà ogni seduta (ma perché una sessione di allenamento di corsa si chiama 'seduta'?) a correre più a lungo e più velocemente della precedente.

Poi però si raggiungerà un limite oltre il quale si comincerà addirittura a peggiorare, e quindi bisogna inventarsi una specie di variabilità nella specificità del lavoro.

Ma non è finita, perché se per esempio lasci le ripetute veloci, perché tanto non ti servono per fare il Passatore, dopo un po' le tue qualità muscolari, tecniche e aerobiche scadranno, e quindi correrai peggio, a rischio infortuni, facendo più fatica e andando più lentamente.

Un lavoro generale è quindi sempre consigliabile, anche perché, dovesse sorgere la necessità di una frazione veloce per una staffetta, si è pronti.
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Finesettimana del tre per dieci (chilometri)

Sabato, due giri del lago morto, e laghetti blu.
Sterrato tecnico da montagna e sentiero, su e giù tranquillo a parte tre strappetti cattivi.

Domenica,
3a marcia amici del parco Bolda, Santa Lucia di Piave.
Per gli amici dell'asfalto orizzontale, con solo una spruzzata di sterrato. Bella scorrevole, non c'è che dire.

Lunedì,
9a passeggiata alla scoperta del territorio, Soffratta di Mareno di Piave.
Argine, bordo campi e sterrato di campagna, erba e sconnesso soffice. Che bei posti che abbiamo quì in giro.

In genere preferisco, non solo io, anche il buon senso e buona parte degli allenatori, non fare due giorni consecutivi lo stesso lavoro. In realtà si è trattato di tre attività tutto sommato diverse (ma proprio tanto), che hanno sollecitato gruppi muscolari e abilità differenti.

Un motivo in più, al di là delle preferenze personali, per alternare superfici e inclinazioni su cui si corre. Un investimento in termini di capacità di adattamento e prevenzioni infortuni.
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Considerazioni tecniche su GRPTV

Sconfitte e vittorie servono a ben poco se non si impara qualcosa dall'esperienza, e quindi vediamo se ci riesco.

Si
parlava ieri del GRPTV con note di colore e riguardanti l'organizzazione.

Oggi ho fatto un'oretta e un quarto di camminata veloce alternata a dei piccoli tratti di corsa. Nel complesso sono a posto, fastidio alla testa dei femori specialmente correndo su asfalto, muscolarmente stanco ma pochissimi dolori, tendini a posto.

Primo pensiero: incredibile.

Secondo: la tecnica di corsa, su cui ho lavorato in particolare negli ultimi quattro anni, ha pagato.

Perché andiamo un attimo a vedere la preparazione, durata quattro mesi, partendo da una base di circa 35/40km settimanali, in tre sedute di corsa e due passeggiate in piano da un'ora, e con "lunghi" domenicali da 11/12km. Ci sono anche due sedute casalinghe di potenziamento della parte superiore del corpo.

Ho mantenuto le garette domenicali come una specie di medio. Ho aumentato gradualmente la durata delle passeggiate spostandole in collina e poi trasformandole in lunghi specifici, con uscita su terreno simile a quello di gara. Per motivi di tempo ho concentrato i lavori superiori alle due ore durante il fine settimana (vedi
ragionamento su back to back).

Di ripetute (che notoriamente non amo) ho fatto solo 3 sedute su una salita piuttosto ripida di circa 400mt. Sia con salita veloce e recupero in discesa, che salita camminando e discesa scavezzacollo, più per motivi tecnici quest'ultima.

I tre lavori grossi sono stati
- 3h di passeggiata in montagna il sabato seguita da 3h40' la domenica su parte del terreno di gara,
- 3h la domenica pomeriggio dopo una 12km della mattina
- ultimo lungo 6h fatto il sabato di due settimane prima della gara, seguito da una 11km "tirata" la domenica mattina.

Onestamente non un granché, forse ho superato i 50km complessivi solo nella settimana dell'ultimo lungo. Direi che è possibile migliorare ( :-O significa che hai intenzione di rifarla?) e che mi sono salvato solo grazie ai lavori di tecnica di corsa, che mi hanno consentito di non creare danni.

Conoscendomi so che in gara riesco a fare più o meno il doppio allo stesso ritmo dell'allenamento. Il lungo di sei ore, ma di più la corsa del giorno dopo mi avevano abbastanza tranquillizzato. Ciò non toglie che probabilmente sia partito un po' troppo veloce , non avendo la sensibilità su quanto potessi gestirmi per restare nel tempo limite.

A spanne direi che il periodo di lavoro specifico va allungato di almeno un mese, partendo da una base un po' più consistente. Qualche lungo in più, non necessariamente di durata superiore alle 6/7 ore, ma che preveda almeno due salite principali ripide. Incrementare le sedute tecniche su discese ripide, decisamente.

Abbigliamento ed accessori utilizzati*:
- Nike Structure triax 11+ molto bene**, i piedi sembrano nuovi di fabbrica. Forse pagano un po' rispetto alle scarpe da trail su terreni super tecnici, in particolare sentieri inclinati lateralmente e rocciosi, ma su cemento e asfalto riguadagnano il perduto, pereggiando nel mezzo. Siccome alla fine un po' di asfalto e cemento c'è sempre, continuo a posticipare l'acquisto di una scarpa da trail.
- calzini
sock guy personalizzati da PCTR;
- pantaloni da triathlon tipo ciclista sotto i pantaloni corti stile bermuda (nessuna frizione registrata);
- due
cerottini tondi Walgreens sui capezzoli (molto bene, nessun problema anche lì )
- zainetto
camelbak blowfish (quello che si può espandere se si porta tanta roba), modello fuori produzione;
- borraccia
amphipod da mezzo litro, forma eccezionale, da riempire ai ristori e poi godersi alla bisogna. Col sistema vescica integrata più cannuccia non mi trovo perché sono pigro e pulire quella cosa è un incubo, e poi non so mai quanta acqua mi è rimasta, e siccome è sempre a disposizione va a finire che la bevo tutta troppo presto.
- uno o due etti di trail mix casalingo, composto da arachidi salate, m&ms, mandorle, uvetta (un toccasana in cima alle due salite principali);
- due confezioni di
Clifbar shot blocks (un blocchetto ogni tanto)
- berretto con visiera Nike featherlight (leggero ed eccezionale, sia in caso di pioggia che di sole, è bianco ma la parte inferiore della visiera è nera antiriflesso)
- maglia di ricambio con manica lunga (messa quando ha iniziato a piovere. Non è comunque male indossare un capo asciutto dopo aver sudato sette ore nel precedente);
- giacca leggera stile kway (non utilizzata);
- cellulare e biglietto da 20 € in sacchetto da freezer (non utilizzati)
- 4/5 chewingum daygum protex (utilizzati due per un piccolo errore di valutazione sulla distanza di un ristoro, ero rimasto senz'acqua e avevo la bocca un po' secca);
- cerotti compeed per emergenze vesciche (non utilizzati);
- due o tre confezioni da self service di sale da cucina (non utilizzate)
- guanti leggeri in cotone (non utilizzati)
- guanti in pastica da settore verdure del supermercato (non utilizzati)
- borsa in plastica da supermercato (non utilizzata, in ogni caso è probabilmente meglio ritagliare una di quelle coperte termiche che danno agli arrivi delle maratone, per crearsi un corpetto di emergenza in caso di vento o freddo)
- orologio nike fissato alla spallina dello zaino (ottima visibilità quando serve, nessun disturbo, attenzione alle pressioni non intenzionali dei tasti togliendo e rimettendo lo zaino).
- spalmata di protezione solare SPF 15 al mattino. Mi sono salvato solo perché c'erano nuvole, credo che in caso di sole pieno servano fattori di protezione a livello del Kevlar.

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* disclaimer: non ho interessi economici in nessuno dei prodotti citati. Ho degli amici sia alla Clifbar che in PCTR. In ogni caso uso i loro prodotti perché mi ci trovo bene.

** Delle Nike structrure triax 10
non avevo parlato benissimo in quanto appesantite e hummerizzate rispetto alle 9, che invece avevo amato. Con le 11 sono tornati ad una struttura un po' più leggera, ma comunque protettiva. E' tornata purtroppo anche la linguetta che si sposta verso l'esterno.
Devo però dire che le 10 hanno lavorato senza lamentarsi fino praticamente all'altro ieri, e sono morte in silenzio dignitoso, come avevano vissuto, portandomi alla fine del lungo di sei ore prima di spirare tra le mie braccia.
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Grand Raid Delle Prealpi Trevigiane (GPRTV) - Segusino TV

Prima edizione, con scelta tra 34 e 59,7 chilometri.

Ho scelto la lunga, che oltre ai chilometri ha anche parecchi metri, 3445 per la precisione, di dislivello positivo. E c'erano tutti, in quattro dosi massicce, e altre di contorno.

C'era anche il dislivello negativo, perché si partiva ed arrivava più o meno alla stessa altezza. Quello si è percepito più alla fine, quando si precipitava da 1.700 a poco meno di 300 metri sul livello del mare in più o meno 8 chilometri.

Era un da quì a lì, da Segusino a Fadalto, seguendo quella linea di cresta che in genere serve a delineare confini e a rivelare panorami (e quì si parlerebbe di dolomiti e laguna veneta). Un percorso naturale, niente costrutti sintetici a fini agonistici o logistici, ideale per apprezzare la bellezza di questi luoghi, spesso dimenticati a favore di altri più rinomati.
Ma, intendiamoci, niente sconto sulle difficoltà. Di fatto le Prealpi non lo sanno che sono solo dei monti che preparano alle asperità vere, e si comportano da vere montagne, con pendii che si possono osservare da vicino, il suolo ce l'hai di fronte, più che sotto, in più di un tratto.

C'erano nuvole basse, che hanno nascosto le meraviglie intorno per rivelare le miserie interne. Viaggiare per ore con pochi metri di visibilità può essere un bell'esperimento di autocoscienza.

L'organizzazione si è prodigata con generosità nella segnalazione e assistenza sul percorso. C'era l'impressione che, dovesse sorgere un problema, sarebbe immediatamente comparso qualcuno della protezione Civile, o del Soccorso Alpino, per risolvere la situazione. Una sensazione confortante, che ha segnato la mia esperienza in modo positivo, mettendo in secondo piano qualsiasi altro aspetto. Vedere una solitaria figura intabarrata comparire nella nebbia, pronta ad aiutare, mi ha in più di un caso commosso.

Nella prima parte sembra che più d'un partecipante si aspettasse più cibo ai ristori. Memore di varie gare fuori strada io mi ero attrezzato per affrontare eventuali emergenze, compreso uno stomaco che digerisce meglio le cose che mangia di solito. Per cui non me ne sono neanche accorto.

In ben più di un luogo, fisico e virtuale, gli organizzatori stavano e stanno raccogliendo impressioni per migliorare (il vero segreto dell'eccellenza, fare domande) e quindi immagino che l'anno prossimo si potrà banchettare a piacere. Se ci sarò io continuerò comunque a portarmi il kit per le emergenze alimentari, che pesa poco e dà sollievo anche nei luoghi dove le macchine non arrivano, ma la fame sì.

Ognuno ha le sue priorità, per quanto mi riguarda non posso che complimentarmi con gli organizzatori per il già citato lavoro sul percorso, la messe di informazioni a disposizione prima della gara, la cortesia e disponibilità dimostrata in occasione di ogni richiesta.

Da segnalare anche il merito indiretto, che risiede nella scelta, di un percorso in cui ci si è dovuti confrontare con superfici tra le più disparate. Della corsa amo anche il contatto con il terreno, e le diverse risposte che si ottengono da un tappeto di foglie umide, un pascolo d'alta quota, uno sterrato roccioso, e, veramente, chi più ne ha più ne metta.

Il tempo limite era 13 ore, credo quasi fattibile camminando sempre di buon passo. Io ho chiuso in 12h10', correndo anche, ma camminando proprio piano in certi tratti.

Avendo dovuto lottare con una crisi più o meno dall'ora quattro di viaggio, dopo otto ore di corpo a corpo (o corpo a mente?) ero piuttosto incline a considerare l'esperienza come unica e non ripetibile. A distanza di due giorni però, vedo che già inzio a pensare a come potrei prepararmi meglio per limare qualche minuto alla prestazione di quest'anno. Non dovrebbe essere difficile.

Oggi ho guidato fino all'aeroporto di Venezia, 50 chilometri tondi, quasi tutti in piano, a parte qualche cavalcavia, e ho pensato che non era poi una grande distanza da coprire a piedi. Senza fretta.
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Su e zo par el Montegan - Lutrano di Fontanelle

L'anno scorso lamentavo che questa corsa era stata ingiustamente penalizzata dal periodo di rilassamento dopo le maratone primaverili. Il caldo aveva fatto il resto deviando molti verso il mare, probabilmente.

Problema quasi opposto quest'anno. L'ombra che in tante parti rinfrescava il percorso non era necessaria, in un fine settimana in cui sono caduti più millimetri di pioggia che in tutto il maggio 2007. Almeno così dicono i misuratori, e probabilmente chiunque sia dovuto stare all'aperto in qualche momento tra venerdì e domenica.

Dall'altra parte mi ero rassegnato ad affrontare fango in quantita' copiose, non che mi dispiacesse, pero' immagino che potesse essere un freno per molti altri.

E invece no, altra magia, sui poco più di 11km di percorso, quasi interamente tra sterrato e campi, le zone con fango non superavano un totale di cento (100) metri. E si trattava solo di dover fare un po' più di attenzione, tutto qua.

Io non so come facciano, ma se fossi un organizzatore andrei in pellegrinaggio a Lutrano per farmi passare qualche segreto. Che poi ti parlerebbero di passione e attenzione, ne sono sicuro.

E se andiamo al contorno, il trattamento è rimasto familiare, ricordiamoci che la parte ristori è gestita dalle mamme dei bambini della locale scuola elementare, non si sbaglia mai neanche lì.

Io insisto, se non siete maniaci dell'asfato biliardato e vi piacciono le corse in campagna, è una manifestazione da non perdere.
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30ma marcia Edilcementi - Sernaglia della Battaglia

Partenza e arrivo sono a poche centinaia di metri dalla cugina autunnale. Fino all'anno scorso il percorso aveva analogie che le rendevano piuttosto simili (se non ricordo male, ho una memoria mentale pessima per i tracciati di gara).

Da quest'anno hanno cambiato tutto e la corsa si è sviluppata da tutt'altra parte, sempre quasi tutta in piano, con sterrato, facile, a sufficienza, e 10,16km nel conteggio finale del Garmin che avevamo sguinzagliato sul percorso Happy

Il paesaggio non è dei più memorabili ma, hey, se sei lì che lavori sull'interno per mantenere fluidità e compostezza, il panorama passa in secondo piano.

Che dire, una prestazione che mi ha sorpreso in positivo visto il lungo del giorno precedente. Dopo un autonno/inverno in souplesse è piacevole essere in una programmazione in vista di una gara.

Poter dire che quello che si è fatto questo fine settimana sarebbe stato impossibile solo un mese fa è una bella soddisfazione. Alla fine, come mi scappa da dire ogni tanto, non si può sempre stare sulla soglia (aerobica), qualche volta si può star dentro al calduccio senza rischiare nulla e qualche volta si deve andare fuori a sfidare la tormenta.
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Back to back

Si chiamano cosi' gli allenamenti spezzati, letteralmente sarebbero consecutivi.

Esempio pratico: invece di un lungo di 30km, fare 20 km stasera e 20km domani mattina.

Sono la stessa cosa?

No.

Pero' il back to back ha il vantaggio di farti partire per i 20km con una situazione di affaticamento che simula la seconda parte di una maratona, per esempio, caricando meno giunture scricchiolanti per età e/o usura.

Io lo uso in fase di costruzione, quando non ho fondo per fare robe serie ma, perdinci, posso per esempio camminare 3 ore oggi e fare un collinare domani mattina. Mi consente di metter via chilometri più velocemente limitando il carico sugli arti inferiori.

In genere non faccio comunque due lavori uguali ma cerco di sollecitare la muscolatura in modo diverso. Per esempio con una uscita collinare e una in pianura. Oppure una in cui corro e l'altra in cui corro/cammino.

E' attività che in genere è utilizzata da ultramaratoneti, i cui lunghi sarebbero troppo lunghi, ma spezzati sono meno traumatici.

Per la vita normale è meglio optare per il riposo tra gli allenamenti al fine di permettere un adeguato recupero. Oppure metterci il nuoto, o la bici, o altre attività che stimolano ma non lavorano sugli stessi sistemi.

Però ci sono quei giorni, ogni tanto, in cui il back to back può tornare utile.
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36ma marcia del donatore e della solidarietà - Conegliano, loc. Colnù

Se disegni un percorso dietro le colline di Conegliano sai già che di tanto non puoi sbagliare: sono bei posti.

E una buona misura di questo è il fatto che molti si sono lamentati che la gara sia finita quasi subito. Un piccolo contributo l'ha dato anche la constatazione che il percorso medio, dichiarato di 13km, alla fine si è dimostrato superare di poco i 9km.

Quando ti derubano di un'emozione fa sempre male, e se te la scontano di oltre il 30% un po' di delusione è da mettere in conto.

Ma se il premio sono le merendine
Stefania, "senza grassi idrogenati aggiunti", un po' ti passa.

In ogni caso eran tutti con la testa al motoGP che stavano registrando a casa, e quindi non si poteva chiedere di più. Spero che l'anno prossimo tornino al classico, son zone che possono allietare una domenica mattina, a percorso completo.

Nel pomeriggio salita da Tovena al Monte Torresel (almeno credo), e ritorno. Quel
George Mallory aveva capito qualcosa.
Se mi chiedessero 'cosa vuoi fare da grande?' Adesso so che risponderei: lo
Scollinatore.

Quando arrivi sulla vetta di un colle, fosse anche alto poche centinaia di metri, ti rendi conto che provi una sensazione di soddisfazione fisica, non mediata. Non per niente arrampicare è considerato uno schema motorio di base.

Poi ti guardi intorno e realizzi che hai raggiunto il punto più alto che potevi in quel percorso di vita.

E' quando la realtà incontra le tue aspettative.

Qualcuno la chiama felicità.
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The Rob Hall Dilemma

Nel 1996 l'Everest chiese, ed ottenne, un tributo di vite consistente per una serie di circostanze sfavorevoli, ai donanti.

In particolare Rob Hall, una delle guide, stava ancora salendo ed aiutando suoi clienti ben oltre il llimite che era stato fissato per il ritorno.

Facile, seduti su una poltrona, con un bicchiere di tè ghiacciato sul tavolino, scuotere la testa al mancato rispetto di una così elementare norma di sicurezza.

Questa mattina, però, ero diretto con precisione verso la cima del Col de Moi (1358 mslm), niente che richiedesse sherpa o ossigeno, ma comunque un discreto impegno partendo da 250 m e cercando di arrivarci in meno di due ore, e con l'idea di tornare indietro ove non ci fossi arrivato entro quel tempo.

In palio non c'era la vita ma un possibile ritardo per pranzo (tutto in proporzione).

In ogni caso, complice un lieve errore di percorso, che mi ha portato su un sentiero che circumnavigava la base della cima, mi sono trovato ad affrontare il 'colle sud', una ripida erta, mentre le due ore stavano per scadere. Il cocuzzolo non si vedeva e mi è tornato in mente il povero Rob che avrebbe dovuto tornare indietro, ma il risultato di tanti sforzi era così vicino...

In ogni caso la mia storia si è dipanata in modo decisamente meno drammatico, alla fine del tratto ripido c'era la croce, piazzata proprio sulla cima, cui sono giunto solo pochi minuti dopo il previsto.

Al pranzo di famiglia sono arrivato puntuale ma mi è rimasto il pensiero di tanti confini che si tracciano e sembrano ragionevoli prima. Poi, quando sei lì, in realtà sono solo cinque minuti in più alla volta, per vedere cosa c'è oltre il dosso, o perché il traguardo sembra a portata di mano.

Non ho una soluzione.
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21ma corsa podistica "Città di Motta"

E mentre progetti di corsa si dipanano dietro le quinte ecco che ci ritroviamo a Motta, una delle gare classiche del circondario.

Una di quelle in cui sei quasi sicuro che troverai: un'organizzazione rodata, un percorso lungo fiume e/o canale, con qualche spunto di riflessione (l'acqua è sempre l'acqua, maestra di flessibilità e di adattamento alle circostanze), ristori forniti e vecchie amicizie.

Un po' piu' asfalto di quanto ci sarebbe piaciuto, ma non e' neanche facile disegnare percorsi che piacciano a tutti.

Per mia fortuna, dalle mie parti, li disegnano che piacciono a me, più spesso che no.

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Un inconveniente che non mi è mai capitato quand'ero un principiante

Da quando mi si è rotto il cinturino del timex, qualche mese fa, non porto l'orologio al polso. Vivo e corro, incoscientemente, senza cronometro, oppure con il contatempo menomato in tasca. Lo estraggo ogni tanto, per un aggiornamento.

La scorsa domenica però volevo fare delle variazioni a tempo e quindi ho riesumato un sinuoso nike, facendogli inserire una batteria non esaurita, e sono partito.

Dopo circa un'ora la piacevolezza della mia uscita è stata interrotta da un dolore fastidioso da sfregamento al polso sinistro.

Ho spostato l'orologio sul destro, ma mi sentivo sbilanciato, e così l'ho allacciato sopra la manica della maglia risolvendo brillantemente il problema, almeno per le corse invernali.

Il buon Gianni Agnelli forse aveva visto lungo, a suo tempo.
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Orsago 35mo Itinerario Dei Castelli

Ieri era il compleanno di questo luogo.

Che gli strumenti di comunicazione possano avere un compleanno è opinabile, che si possa ricordarne la nascita è innegabile.

In tre anni si è cercato di raccontare dei pensieri che nascono in corsa, e per me sono tanti.

Ieri ne parlavo con un amico appassionato di montain bike. Gli piacerebbe correre ma non sa a cosa pensare quando lo fa. Né io posso suggerirgli cosa fare.
Ieri ne ho anche parlato con
mia moglie, che mi proponeva di andare a correre con il lettore mp3, e le ho risposto che il giorno in cui dovessi ricorre al lettore per correre beh, smetterei. Non è vero. Però non ho mai avuto grossi problemi a passare il tempo mentre corro. Fantastico, programmo, scrivo mentalmente, invento discorsi, risolvo problemi, mi immedesimo nel mio corpo che si muove.
Potrei anche ascoltare qualcuno che canta o parla, in cuffia, o al fianco di un amico. Credo sarebbe sempre un'attività piacevole e istruttiva, anche in giorni come oggi, in cui magari di voglia di correre proprio non ce n'era molta.

A Orsago comunque eravamo in tanti, come sempre, è una gara ben organizzata, un bel percorso. Ognuno aveva le sue motivazioni, che fossero espresse in minuti al chilometro o minuti di divertimento. Tutti rispettabili, o comunque non criticabili dal sottoscritto.
Magari il tizio che premeva nervosamente sul clacson potrebbe pensarla in modo diverso.
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San Fior, 1ma edizione di una gara che beneficia l'Associazione Renzo e Pia Fiorot

C'è una memoria della ragione, e una memoria del corpo.

Lungo il percorso della gara odierna, sono stato riportato a più o meno 25 (venticinque) anni fa. Era un punto specifico, il luogo dove ho corso gli allenamenti più duri di tutta la mia vita.

La trama era abbastanza costante. Ci si trovava a casa di Piero, il mio allenatore, si partiva con lui per un collinare in progressione di circa un'ora (da 6'km a 4'km), qualche allungo e poi si andava con 10/12 ripetute su circa 300 metri di cui i primi 250 in leggera discesa-pianura, e gli ultimi 50mt in salita. Recupero correndo piano.
Finito il tutto si partiva per il defaticamento, circa 20' per rientrare al punto di partenza.

Stranamente il momento che più si è fissato in me è la partenza del defaticamento, quando, svuotato totalmente, e mentalmente arrivato, mi trovavo a dover affrontare ancora venti minuti, seppur lentissimi (in termini assoluti).
Ecco, sono passato di là e mi è tornato in mente, o forse è meglio dire in corpo, quel partire per il ritorno, quando volevo solo accasciarmi lì.

Mi è servito per reagire quando cominciavo a faticare, oggi. Voglio dire, nulla è paragonabile allo stato di affaticamento in cui ero in quei momenti, e quindi un po' di affanno non è certo la fine del mondo.

Come al solito
il corpo reagisce alla mente, che reagisce al corpo, e se ti sistemi la postura (cercando di essere il più alto possibile, leggermente inclinato avanti, petto aperto per accogliere l'indispensabile ossigeno, rilassandoti dove non serve essere tesi, frequenza elevata e appoggio leggero) ecco che la fatica, avversario subdolo e parassita che si nutre dei dubbi del suo ospitante, recede, lasciando spazio ad una sensazione di vittoria, non importa quanto piano o quanto indietro nella classifica tu sia arrivato.

La gara in sé è piacevole, su un percorso collinare e, per i miei gusti, un po' troppo asfaltato. Nonostante la pubblicità praticamente inesistente (motivo per cui non so il nome preciso della gara) ha raccolto un discreto numero di adesioni. E ben venga una seconda edizione.
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Redwood Park Trail Run

Juma Ikangaa probabilmente aveva in mente me mentre formulava la frase "la volontà di vincere è nulla senza la volontà di prepararsi".

Ma nelle ultime settimane, a dispetto della mia pessima attitudine nei confronti dell'allenamento, mi sono messo d'impegno, organizzando, e portanto a termine una serie di sedute (vagamente ispirate a
questo pensierino tecnico) che mi hanno messo in grado di completare la gara in un tempo che fino a due mesi fa mi sarebbe stato impossibile.

Non solo questo, vedere i risultati di un lavoro è sempre motivante, e, anche oggi, mentre salivo Spruce Street sorpassando un papà in bici che trascinava il figlioletto in uno di quei tandem dove quello dietro in genere non pedala, ho indossato la mia miglior Forma, allineato dalle caviglie in sù, petto aperto a respirare, braccia a collaborare e mente in sintonia, perché ricordiamoci quello che dice sempre Pietro Trabucchi: la fatica è un processo bidirezionale. I muscoli avvisano che sono stanchi e se la mente interpreta la cosa come devastante invierà segnali che li rendono ancora più stanchi. Se invece la fatica era già nel budget ci si limiterà ad una scrollata di spalle, se occorre mettendo in circolo una falcata ancora più rotonda.

Ah già, nel mio impeto ho dimenticato di dire che il percorso di Redwood è un piacevole, a parte un paio di salite quasi verticali, sù e giù all'ombra di conifere centenarie. Chi abbia corso su un sentiero morbido di aghi di pino o simili sa di cosa parlo, gli altri si rassegnino a rinunciare a calzini immacolati e si sporchino i piedi a provare. C'è un sentiero vicino ad ognuno di noi, fosse anche la banchina di una statale appena asfaltata.

Poi,
una volta creata la Visione, corpo e mente lavoreranno assieme per renderla concreta.
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Quanto veloce correrà, una mucca?

Per circa quattro anni ho guardato a Marin Avenue - a Berkeley, nel tratto che va dalla fontana degli orsetti a Spruce street - semplicemente come un segmento di strada che non valeva la pena di correre.

L'attacco e la fine sono così ripidi che in macchina hai il terrore di fermarti e di non riuscire più a ripartire.

Razionalmente conviene quindi camminarla, il rapporto velocità/economicità non ha paragoni.

Razionalmente.

Razionalmente.

In realtà la vita mi sembra più che altro un grande atto di fede. Fiducia nel fatto che per di qua, o per di là, il fatto di alzarci dal letto, andare al lavoro, farsi una famiglia, etc, abbia un significato ultimo, che magari al momento non comprendiamo.

Razionalmente.

E quindi, alla faccia dell'economia, sono partito dal fondo e l'ho corsa, non è stato neanche troppo duro. Mi sono sentito un po' meglio alla fine, come mi fossi tolto un peso.

Adesso ho la conferma, non la semplice confidenza, che posso correrla
se voglio, e questo mi dà l'idea di avere un certo controllo nella mia vita. Uno degli ansiolitici naturali più potenti.

E poi, però, correndo su al parco mi sono trovato le solite mucche al pascolo, giusto a fianco del
mio sentiero.

Che saranno vegetariane, saranno pacifiche, ma, primo, saranno tutte mucche? Le immagini dei tori a Pamplona emergono sempre prepotenti dal mio immaginario individuale.

E anche fossero pacifiche e vegetariane e tutte mucche, sono decisamente sovrappeso e si ti investono o ti si siedono sopra possono fare dei bei danni.

Ho camminato con cautela, simulando indifferenza e una certa preferenza per i bovini.

Mi hanno dato un paio di sguardi distratti e hanno continuato a ruminare. Si chiederanno mai della ricompensa eterna?

mucche al pascolo

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Intanto parti

Il vecchio trucco fuziona sempre, anche se non sai che lo stai usando.

Una giornata in cui ti pesa persino mettere i calzini, non parliamo delle scarpe. Un vento a tratti tagliente e una quasi pioggerellina.

Parti giusto perché ti sentiresti un pollo ad essere arrivato fin lì e a non essere neanche uscito dalla macchina. Almeno qualche minuto, ti dici.

Ma hai scelto una sterrato che dondola dolcemente e cominci ad andare, risolvi quei due problemi che ti stavano assillando, butti giù mentalmente una parte di questo messaggio, ti viene in mente come poter aiutare quelli che non hanno voglia, tempo o possibilità di leggere
le storie di Serena sullo schermo.

Ti prendi un'appunto mentale sulla tecnica di corsa: trovare periodicamente un terreno morbido, scivoloso o cedevole e cercare di passarci leggero senza creare scompigli alla sabbia, sparare indietro il brecciolino, flettere le assi di legno. E' un bell'esercizio, che ti aiuterà quando incontri il cemento, che di cambiare la sua struttura, anche momentaneamente, non ci pensa proprio.

Hai pure il tempo di goderti il vento a favore che ti spinge, e annusare l'aria pulita di bosco.

Senza accorgerti passa un'ora e un quarto, con qualche risvegliante variazione di velocità. Con l'orologio in tasca, perché qualche giorno fai hai rotto il cinturino.

E non sai ancora se prendere solo il cinturino nuovo o tutto l'orologio.

In realtà non sai se vuoi di nuovo un'orologio nella tua vita.
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Salt Point, CA - 29 luglio 2007

Salt Point

Ebbene sì, Salt Point, di cui parlo un po' in ritardo, e per di più con non molto da aggiungere rispetto a due anni fa, cui rimando perché fu un post ispirato, anche se forse non gradito, filosoficamente, a tutti.

Quest'anno c'era anche il sole, che ha reso l'esperienza ancora più piacevole.

Per me la più bella gara che c'è, specie la 26km, il resto è fuffa.

E la felicità non fa letteratura, stai lì con la tua faccia un po' assente, a bearti dell'esperienza e più di dire che sei contento non riesci.

Aggiornamento del 14 agosto: racconto più dettagliato e foto esplicative su Il Paletto

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"Il solito?"

Una domanda la cui risposta affermativa è quasi un interruttore rilassante qualora ci si trovi al bar in un sabato mattina qualunque.

Ci accomoda sul divanetto, si apre l'inserto della gazzetta e, mentre si guardano le foto della settimana, arriva un cappuccino con tanta schiuma e due cannoli alla crema.

Soddisfazione.

Il risultato è praticamente opposto qualora ci si trovi in un negozio sportivo alla ricerca di un paio di scarpe.

Chiunque corra da un po' di tempo avrà realizzato che ci sono scarpe con cui si corre bene e altre meno. Raggiunta questa consapevolezza parte la ricerca della scarpa perfetta che raggiunge risultati accettabili dopo alcuni tentativi.

A quel punto il podista ritiene di aver concluso la sua ricerca calzaturiera ed è pronto a passare alle "vere" sfide che riguardano le sue prestazioni: allenamento, ripetute, frequenze cardiache, progressivi, e via così.

Dopo qualche centinaio di chilometri però le scarpe perdono le loro caratteristiche (= muoiono) e quindi bisogna provvedere alla sostituzione. Libero dalle ansie della ricerca il povero podista si recherà fiducioso al negozio per scoprire che il suo "solito" è:
a) uscito di produzione
b) è stato aggiornato e quindi adesso è esteticamente e strutturalmente diverso.

Il caso a) era più frequente nel passato, quando il marketing la faceva da padrone ed i poveri corridori dovevano subire.

Brucia ancora in me il rimpianto per le Nike Yankee, scarpe che adoravo, ma che vennero prodotte in un breve periodo in cui non ebbi la necessità dell'acquisto.

Poi però i runner hanno puntato i piedi, appunto, dicendo che le scarpe dovevano rimanere in produzione, non era possibile che ad ogni cambio stagione uscissero modelli nuovi e quindi bisognava ripartire daccapo con la ricerca.

Quelli del marketing hanno fatto due riflessioni e hanno deciso di accontentare i clienti. Le scarpe non vanno più fuori produzione, mantengono lo stesso nome, ma vengono stravolte (caso b).

Esempio concreto: le Nike air structure triax 9 erano delle scarpe stabili ma tutto sommato leggere e con un inserto anti pronazione non invasivo. Le Nike air structure 10+ sono dei robusti carroarmatini che non farebbero pronare un elefante.

Però se hai l'accessorio per l'ipod lo puoi inserire.

E ti dirà di quanto sei peggiorato in modo scientifico, non solo basandoti sulle tue sensazioni di disagio.

Dove sarà la torretta con il M-60?
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Non c'è nulla di male

Non c'è nulla di male a voler correre 50' a 5' al km per 3/4 volte la settimana.

Il problema è che, così facendo, dopo non molto tempo, i 50' diventeranno più lunghi del solito e i 5' al km non più così facilmente gestibili.

Un giorno alla settimana con qualche variazione di velocità prolungata e un giorno ogni 10/15 in cui si corre più a lungo potrebbero mantenere intatto il piacere dei 50 a 5.

Poi, magari, vien voglia di fare qualcosa di più.

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Pacifica

deer

Della cittadina se ne è parlato l'anno scorso, della gara mia di quest'anno è meglio non parlarne, del cervo va detto che non c'era molta luce e questo è il meglio che sono riuscito a fare.

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La pista della scuola media Martin Luther King

mlk track

La pista della scuola media Martin Luther king, a Berkeley, California, è di una lunghezza indefinita - direi qualcosa tra i 350 e i 400 metri - in terra rossa e l'esterno combatte per non essere invaso dalla vegetazione.

Decisamente ha visto giorni migliori, ma più passano gli anni e più si impara ad apprezzare la storia ed altre caratteristiche che a prima vista vengono oscurate da glamour e perfezione del nuovo, recente, giovane.

E' la pista della comunità locale, alle sei e trenta del mattino, ora di punta per lei, pullula di corridori e camminatori di tutte le fogge e taglie.

Gente che, al di là delle capacità atletiche, accosta colori e materiali con grande coraggio, o incoscienza.

E' il luogo dove, veramente, in termine 'casual' assume un significato letterale.

Tornando alla pista, poi durante il giorno si attesta su ritmi più quieti, accogliendo qualche prestante atleta dedito a ripetute, ma più spesso uomini e donne alla ricerca di uno sfogo, di qualche grammo in meno sulla bilancia, o semplicemente di farsi una chiacchierata camminando.

A me è particolarmente cara perché è stato il mio rifugio di due stagioni difficili, ci ho preparato una maratona quando non potevo correre per più di duecento metri di fila causa un tendine irritato. Ed è stata poi una maratona che mi ha dato grande soddisfazione, perché completata al massimo dei ritmi che in quel momento mi erano consentiti, e senza alcun risentimento fisico.

E' stata anche la pista in cui ho corso scalzo, nell'anello interno in erba, quando indossare le scarpe mi creava problemi.

Mi ha sempre accettato per com'ero.

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35^ marcia del donatore e della solidarietà - Conegliano

Ultima domenica Italiana prima dell'estate,

si gioca quasi in casa, sui colli di Conegliano sono nato e cresciuto atleticamente e quindi ogni giudizio non può essere che parziale.

I grossi numeri ormai si sono spostati al mare, più sul lettino che alla notturna di Jesolo, ma in ogni caso alle nove è un bel gruppetto quello che prende il via di questa manifestazione.

Le temperature invitano subito ad una sudorazione adeguata e gli atleti rispondono copiosi. I premurosi organizzatori piazzano due ristori nella 12km (scarsi) e parecchi tratti sono in ombra per cui si soffre nei limiti del giusto (argomento tutto da discutere).

Io ho quasi sempre chiacchierato e quindi non mi sono accorto di molto, altre due chiacchiere fra amici dopo l'arrivo e fine della festa.

Percorso: solito bel mix di erba, asfalto e sterrato. In collina. Una bella lezione per i propriocettori.
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Circo Massimo

Mentre la Città Eterna si riprende da una ordinaria giornata di manifestazioni, il Circo Massimo, con uno splendente passato di competizioni equestri, accetta un modesto podista a calcarne lo sterrato, invero piuttosto scalcagnato.

Le dimensioni incutono rispetto, e anche il clima, in fondo è un catino dove la temperatura sembra raccogliersi pronta a scattare al collo degli affannati avventori.

Pochi giri, qualche allungo sollevando sbuffi di pietrisco di un qualche valore archeologico, probabilmente.

Per il resto uno sguardo nostalgico alle vestigia di una civiltà scomparsa, come testimoniano le bottiglie vuote ed i resti di altre consumazioni sparsi qua e là.

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Attorno a Casa

In una giornata in cui non ci sono gare nelle vicinanze, e la motivazione non è delle più alte, si fa la cosa più sensata: si parte.

Ci pensa il corpo a reagire, la mente un po' recalcitrante dopo un po' entra in sintonia, e alla fine capita di immaginare che il signore davanti in bici sia il Da Silva di Atene, e il ritmo si fà più frizzante, alla caccia di una medaglia virtuale.

Guardando poi indietro ci si trova ad aver corso per quasi un'ora e mezza, senza tante fisime.
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E luce fu

Sì, l'inverno, con i suoi fiocchi di neve, il Natale, il caminetto acceso.

Molto bello, molto accogliente.

Ma uscire alle sei di mattina di un ventiquattro maggio qualsiasi, in una giornata già luminosa ma ancora fresca. Con un sole tenue ma già vivificante.

Dài, non c'è paragone.
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2^ "su e zo par el Montegan"

A Lutrano di Fontanelle (TV) le mamme dei bambini della locale scuola elementare hanno curato i ristori, e già si capisce che andiamo sul sicuro (spiedini di frutta al terzo ristoro, per dire).

Non so chi, ma comunque bravo, ha tracciato il percorso.

Ha fatto stare, in poco meno di 12km, almeno 10km di erba o sterrato e almeno 6km all'ombra. Un mago.

Per me uno dei migliori percorsi che ricordi, è stato veramente piacevole viaggiare tra le vigne. In certi punti sembrava di essere tornati indietro di una trentina d'anni (quando quì era, in effetti, tutta campagna).

Ho fatto degli esercizi di scorrevolezza, cercando di stare leggero e di assecondare le variazioni di consistenza del terreno, e ce n'erano. Tutta roba che poi ti aiuta quando sei stanco e l'incedere si fa pesante, anche se stai viaggiando sull'asfalto levigato del circuito di Monza.

Peccato che molti in questo periodo abbiano già rallentato l'attività e quindi la partecipazione fosse inferiore a quella di altre gare locali più blasonate, o che si svolgono in periodi più favorevoli. Ma se siete all'ascolto e vi capita, l'anno prossimo andateci. Le mamme sono sempre una sicurezza.
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Gara in Trasferta

E su Prata di Pordenone ci mettiamo la x, fissa.

Per carità non è stata una sconfitta, e di certo neanche una vittoria, ma per me è cancellata dal calendario gare, dalla cartina stradale, da Googlemaps, dal TomTom, da Autoroute, da qualsiasi riferimento che possa consentirmi di tornare.

Già le gare parcheggia e parti, ognuno per conto suo, mi mettono tristezza. Riuscire poi, in un'area residenziale di campagna, a far svolgere il percorso prevalentemente su asfalto mi sembra proprio una cattiveria.

Il tutto senza aneliti campanilistici e con il massimo rispetto per una cittadina che mi è parsa piacevole e popolata di persone cordiali.

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Dieci Parole Che Non Vorresti Mai Sentire Mentre Stai Correndo

[Auto che rallenta, finestrino che si abbassa. Probabilmente la solita richiesta di informazioni. Rallenti. Mano che sporge dal finestrino indicando un'altezza approssimativa di 90cm.]

"Per caso ha visto due grossi cani quì in giro?"
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Cambio di Stagione

Il pastore tedesco,

che ha speso l'inverno a latrare, ringhiare, correre su e giù nel suo piccolo recinto, prima ancora che tu arrivassi e fino a ben dopo che eri sparito all'orizzonte.

Era encomiabile la tragedia che metteva in atto, quasi che il tuo passaggio da podista costituisse l'estremo pericolo per il suo piccolo eremo, che si dichiarava rumorosamente pronto a difendere a costo della vita.

Oggi alza lentamente la testa dal giaciglio, schiude impercettibilmente l'occhio e decide che non vali lo sforzo di un secondo sguardo.

E' estate.
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Agonismo Democratico

Fregona - 4^ marcia del torchiato (di cui una bottiglietta viene data in premio ai partecipanti)

E oggi l'afflato agonistico ha permeato la mia gara. Il bello è che non serve lottare con i primi per fare dell'agonismo, basta scegliere uno o più avversari nella tua categoria di "peso" e via.

I primi chilometri passano in una fase di studio, sono decisamente inferiore alla persona contro cui ho scelto di competere nei tratti ripidi, dove mi mangia metri su metri, sia in salita che in discesa. Chi conosca Fregona sa già che il ripido non è una evenienza remota. Ecco quindi che ho dovuto prendere qualche rischio in più nei tratti dove invece ero più forte, e lavorare di fino sulle traiettorie.

Per i primi 8 chilometri ero comunque almeno 100 metri indietro, se non addirittura fuori vista. Poi il miracolo, complice anche un appianamento del percorso, mi sono ricongiunto e poi ho passato involandomi in solitaria verso l'arrivo, girandomi qualche volta per controllare la posizione.

Come cambia il mondo quando gareggi, diventa più specifico. Niente panorami e distrazioni con gli amici. Un lungo tunnel con la lucina alla fine.

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Ladri di Emozioni

In una gara come quella di Valmareno, con almeno il 50% del percorso su sentiero tecnico, dove i sorpassi sono difficili, i partenti anticipati hanno creato l'impossibilità di correre a chi ne aveva il desiderio.

Se la strada è larga, e volete partire anche la sera prima, non me ne frega proprio niente. Ma se sul percorso ci sono sentieri stretti, partire prima è una mancanza di rispetto nei confronti degli altri.

Per il resto, come si suol dire, il bosco è sempre il bosco, con le sue ombre rinfrescanti, l'amosfera rilassante, e le radici e sassi esposti traditori (specie quando ci si rilassa troppo).
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la posa del podista

posa del podista

Ne ho molte anch'io, di foto nella posa del podista, quella classica, con la mano destra sul polso sinistro. Anche all'arrivo di una maratona col chip, con i giudici, con l'orologione sopra l'arrivo, con le classifiche in tempo reale sul sito della manifestazione

Non c'è niente da fare, tutt'ora mi devo sforzare di non schiacciare il cronometro giusto sopra (sotto?) l'arrivo.

John Bingham, The Penguin, il profeta di quelli che corrono per arrivare entro il tempo massimo (anzi lui chiede quant'è per arrivarci vicino, perché gli piace correre e quindi sostiene non abbia senso cercare di arrivare prima possibile), uno che dichiaratamente si porta un armamentario di cose per una maratona, "perchè sto la fuori tutto il giorno ed il clima può cambiare più volte" dice che ha un sacco di foto nella posa del podista.

Fateci caso, quante ne avete?

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Motta di Livenza 6,3 10 e 21km

Il percorso di Motta di dipana quietamente lungo l'argine del Livenza e in mezzo a campagne ugualmente tranquille. Non altrettanto noi, che abbiamo abbattuto uno di quei muri che i podisti amano costruirsi internamente, per poi avere la soddisfazione di buttare giù.

Macerie a parte le corse lungo l'acqua, non so perché, sono sempre le più rilassanti, sarà quella capacità di adattamento che i liquidi hanno, sarà che siamo fatti quasi interamente d'acqua, sarà che ogni filosofia degna di rispetto la cita come esempio da seguire.

E dopo aver visto in piazza il monumento che ricorda l'alluvione del '66 (a me, da ignorante, ha ricordato una parata di Zenga, resti tra noi) rimane comunque in sottofondo la consapevolezza che l'acqua è anche fonte di insegnamento per gli uomini, spesso dopo che hanno pensato di essere capaci di dominarla.

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Scarpette bianche

Lo scorso fine settimana, a Treviso, ho visto molti maratoneti, quasi tutti con le scarpe pulite.

E' un'immagine che mi ha colpito, forse perché da molto tempo sorrido alle prove delle scarpe con l'indicazione del peso in grammi, e mentalmente raddoppio quest'ultimo per stimare quello delle mie, comprese di fango incrostato. Per il colore è lo stesso, dopo un paio di uscite è intuibile, ma non determinabile con certezza.

Ma non è dell'aspetto che volevo parlare, quanto del significato di quelle scarpette cariche di chilometri eppure intonse. Significano asfalto o pista, medi, ripetute, prove alla soglia e sopra, un programma, un obiettivo, sacrifici, tenacia.

Tutte cose che mi mancano in questo periodo e che probabilmente farei bene a pensare di reintrodurre.

Equilibrio è sempre stata la nostra parola d'ordine.

E la ricerca dei propri limiti, ogni tanto, fa parte di un percorso indispensabile per apprezzare il viaggio "normale" di ogni giorno.
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Panoramica di Savassa - Vittorio Veneto

Con tutti a rifinire la preparazione per la Treviso Marathon, probabilmente su qualche tavolo da biliardo, oppure a Maserada, Savassa ha sofferto quest'anno.

Il parcheggio, che di solito strabordava già alle otto e un quarto, era semideserto anche poco prima delle nove.

Peccato, perché, pur nella sua durezza, e pur coi partenti anticipati che ostacolano sui sentieri, resta una gara varia ed affascinante. Asfalto, sentieri tecnici, salite e discese ben mescolate.

Ma non ha sofferto solo Savassa, oggi. E' evidente che nel vittoriese c'era una distorsione del campo gravitazionale questa mattina. Non si spiegherebbe altrimenti la pesantezza percepita nell'avanzare.

Costante, opprimente, rallentante.

Cronometricamente una delle peggiori prestazioni di sempre, ma non è tanto quello quanto la sensazione di non andare da nessuna parte, men che meno avanti.

Decisamente,
doveva esserci qualche alterazione nella forza di gravità.

Pazienza, almeno si è fatta una bella chiacchierata. L'impegno sul sociale è sempre fonte di levità del morale.
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Marcia dei Castelli - Susegana

Ragazza con la maglietta rossa, scusami.

Per anni ti ho considerata un'avversaria. Quel tuo procedere costante, salita, discesa, non importa, contrapposto alle mie variazioni faceva sì che ci incontrassimo più volte in una competizione. Tu passandomi concentrata in salita, io, in genere, risuperandoti spensierato in discesa, con sufficienza.

Non mi ero mai accorto che in realtà eri una metafora della vita, una delle tante che si incontrano correndo e camminando per il mondo. Ma questo non toglie nulla alla tua importanza. Quel tuo ricordarmi che la vita avanza sempre, e tu sei lì che magari arranchi in salita o di fronte ad un ostacolo è fondamentale. Oppure in discesa, quando tutto ti va bene, e ti sembra di essere padrone del mondo e la passi con un mezzo sorriso, per reincontrarla poco dopo sul primo dosso.

Grazie per la tua costanza, non ti combatterò più come un'estranea, cercherò di viaggiare più o meno assieme, sfruttando i mei punti forti e cercando di non lasciarti tanto terreno in quelli dove pecco. Sempre con umiltà, però, perché alla prima asperità so che sarai lì, inesorabile.

Per il resto, il Collalto non ce lo invidia il mondo intero per il semplice motivo che non sanno che ce l'abbiamo. Ma il giorno che lo scoprono...
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Marcia di San Valentino, Santa Maria di Campagna Cessalto

Credo che se mi presentassi oggi ad un convegno sulla potenza aerobica mi accompagnerebbero, gentilmente, ma senza mezzi termini, alla soglia.

E' da un bel po' che non corro sui miei limiti, se si esclude il tentativo di percorrere i 12km di una gara senza mai smettere di chiacchierare. Ma non credo che valga, se non umanamente.

Per il resto i dintorni di Cessalto hanno il loro fascino, con i canali tranquilli e iponti spesso a misura d'uomo, nel senso che ne passa uno solo.

Il ristoro finale è massiccio, io ho frequentato la sezione delle torte fatte in casa, ma ho scorso persino un maialino intero nella zona salata.
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basito

Nel secondo mistero glorioso della corsa si celebrano le prestazioni (in meglio) che non hanno riscontro nell'effettiva preparazione.

Eh, sì, perché oggi non c'era un motivo al mondo per cui fosse giustificabile il ritmo che ho tenuto nel giro del "Monticano" per un'ora e un minuto.

Nelle ultime settimane ho avuto uscite in cui mi pesava anche fare un minuto correndo e uno camminando per un'ora.

Eppure, non ci sono spiegazioni plausibili, né a livello fisico, né mentale, né motivazionale.

Così, non ci si annoia mai con la corsa. Esci dalla porta e non hai idea di quello che succederà (anche se il collie che mi si è precipitato contro per poi cambiare idea all'ultimo me lo sarei risparmiato volentieri).
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Lunga e Diritta Correva la Strada

Potrebbe essere il titolo della maratona di Treviso.

Oggi invece, dopo un po' di traversie assortite, ci si è cullati nel confortante giro del Montello, tra la presa tre e la quattro.

Nonostante l'asfaltatura resta un volottuoso e accogliente tour collinare, perfetto per chiacchierare e godere del paesaggio.

Finalmente si riesce a correre con una certa regolarità. In questo momento il corpo è avanti alla mente di un paio di lunghezze. Lui procede, lei segue senza proiettarsi in avanti a sognare trasferte e gare esotiche come spesso fa.

Forse un giorno, chissà, riusciranno a correre assieme.
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Marcia dei 3 Mulini - Vazzola TV

Nel primo mistero glorioso della corsa si celebrano gli infortuni che scompaiono senza spiegazione.

Eh sì, perché, dopo oltre un mese di corsette smozzicate e costantemente in pena, la gara di oggi è trascorsa spensierata. E' bastato un tendine silenzioso e l'anima si è messa a cantare.

A parte questo va segnalata la solida organizzazione coadiuvata dagli alpini. Quando servono braccia volenterose quei ragazzi sono una sicurezza.

Non sono da disdegnare neanche sul fronte del vettovagliamento, hanno una tradizione più sul versante del bere, a dire il vero, ma anche se si tratta di mettere su una grigliata non si tirano indietro.

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Accidia, Rientri, Spirito Competitivo e Concentrazione

Un fastidio al tendine d'achille destro mi ha fatto correre e pensare meno del consueto in questo periodo.

Oggi ero in una delle mie sedute di rientro, alternando corsa e cammino, con le antenne tutte vibranti a percepire il minimo fastidio nella zona incriminata e poi cercare di decodificare se fosse semplice adattamento oppure condizione traumatica.

Da una laterale sono usciti due podisti e hanno imboccato la strada che stavo percorrendo con una cinquantina di metri di vantaggio.

Ora, si sa, che tu vada a tre al chilometro o a otto, il mondo è diviso a spanne in tre categorie: quelli più veloci, che sono i forti, quelli più lenti, che sono gli scarsi, e quelli che vanno più o meno come te, che sono gli avversari.

Nel giro di pochi secondi, senza volerlo, non è stata assolutamente una scelta conscia, stavo valutando la velocità dei due ed il grado di avvicinamento. Nel giro di qualche altro secondo mi sono reso conto che la gamba era uscita completamente dall'elenco delle cose che catturavano la mia attenzione. Anche la fatica nell'avanzare, che mi aveva accompagnato fino a quel momento, e che imputavo alla giornata storta e ad una decina di altri eventi sfavorevoli, era scomparsa.

Ho rallentato, perché forzare non è mai una buona politica in fase di rientro, ma li avrei potuti prendere.

Loro, decisamente avversari. Io, decisamente bisognoso di una lezione di concentrazione.

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Effetti Collaterali

Una cosa che mi manca, nei giorni in cui non posso correre, è l'effetto appretto e stiro dei pensieri.

Te ne esci dalla porta con la corteccia cerebrale tutta raggrinzita e, dopo una quarantina di minuti, hai il discorso, la bozza del progetto, il messaggio, belli svolti e senza quasi più ricci.

Poi sì, endorfine, cardiocircolazione, tono muscolare, tutto quello che volete.
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Finesettimana semialternativo

E una settimana bastarda può anche farti restare a letto per un po' di più del solito.

Venerdì c'era Solighetto, amena località collinare il cui percorso, in un fine settimana umido può essere particolarmente fangoso.

Ma non è neanche questo, un paio di fastidi qua e là hanno suggerito di ripiegare sul pacifico Monticano, sinuoso fiume il cui argine rappacifica con il mondo.

E così è stato per un'ora e mezza tranquilla.

Domenica invece ci sarebbe stata Fossalta ma, di nuovo, si è optato per una passeggiata sul Montello.

Oggi, a differenza del fine settimana, non vedo l'ora di farmi una corsa. Il riposo è arma potente, da usare con giudizio.
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Corsa di S.Nicolò - Pianzano (TV)

San Nicolò, almeno nel nordest, almeno fino ad un po' di anni fa, era un po' il facente funzioni di Babbo Natale.

Quando ero bambino io non c'erano ancora i cellulari e quindi Babbo non passava a portare le Christmas card. Girava, credo, solo nelle città principali con le sue renne.
Noi invece si faceva un gran lavoro di preparazione per rifocillare l'asino che trasportava San Nicolò, intorno al 6 dicembre, e poi era tutta una tirata fino alla befana per poter vedere qualche altro regalo, in genere dociumi e generi di conforto alimentare.
Va detto però che si trattava comunque un signore estremamente generoso, e non ho ricordi di delusioni, dopo essermi svegliato prima dell'alba, nello scoprire cosa avesse sostituito il fieno, vino e pane che avevo lasciato la sera prima appena fuori della porta.

Non sono molto in contatto con il bambino che è in me in questi giorni e quindi ho perso di vista anche le attività di San Nicolò, cui era intitolata la corsa odierna, molto ben organizzata.

Basti dire che prima dei ristori c'era un cartello tipo quelli in autostrada che indicava la distanza dal successivo.

E un plauso anche alle intenzioni, al ristoro finale infatti c'era addirittura il pollo, cotto. Plauso alle intenzioni, dicevo, perché i risultati non sono stati così entusiasmanti. Immaginate di entrare attraverso un pertugio in una grande stanza piena, ma piena, di persone sudate, come dopo una corsa, e a questo aggiungete il caratteristico odore del pollo in cottura. Il tutto alle dieci di una domenica mattina. Reso l'idea?

Questo comunque non inficia, come dicevo, la buona organizzazione che ha sopportato l'assalto di un numero elevato di partecipanti.

Non so se è una mia impressione ma quest'anno sembra ci siano molte più persone la domenica.

Per il resto percorso abbastanza piatto, asfaltato e rettilineo, ma con delle escursioni sterrate, campestri e nel cortile di qualche casa. Siamo passati anche di fronte alla chiesa di San Biagio, una minusola costruzione che risale a circa 600 anni fa, con degli affreschi più o meno della stessa età. Pare sia una rarità vederla aperta perché è proprietà privata. Era aperta. Ci siamo fermati, quei 30 secondi non ci hanno di sicuro cambiato la giornata in peggio, anzi. La signora all'interno però è parsa piuttosto sopresa e compiaciuta del nostro gesto.

E poi si è continuato, apprezzando saltuari cartelli artigianali di incoraggiamento: un paffuto smiley giallo, sorridente e con il pollice alzato.

Piccole cose che messe tutte assieme fanno grande una manifestazione.

Ah, il premio finale: un pollo congelato che ci hanno passato dal retro di un camion frigorifero. Per quanto leggermente inquietante è di certo originale. Magari è stato San Nicolò.

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I Misteri Delle Scarpe

Nella mia vita podistica mi è capitato di comprare parecchie scarpe da corsa. Soffro pure di un lieve feticismo in merito per cui a volte ne compro anche più del necessario, ma questo non è importante, se non marginalmente per quanto andrò ad esporre.

Il primo mistero grosso riguarda il fatto che si provano delle calzature in un confortevole negozio, si fanno le proprie valutazioni, e quando poi si mettono su le scarpe per la prima vera corsa può succedere, e spesso accade, che compaia un fastidio che al momento della prova non c'era. Un punto di pressione, un assetto sbilanciato, qualcosa che non si era presagito al momento della prova.

E non dipende dal pavimento del negozio. Mi è capitato anche per uno in cui ti mandano fuori sul marciapiede a provare.

Così, ogni volta si torna a casa con la trepidazione per il nuovo acquisto e l'apprensione per capire se poi è stato quello giusto.

Il secondo mistero riguarda i flussi di marchio.

Io vado a periodi, per 4/5, a volte anche più, paia di scarpe vivo felice con una marca e non riesco neanche a portare le altre. Improvvisamente non riesco più a correre con quelle scarpe.

All'inizio penso che sia il modello, ne provo un altro e vedo che le cose non cambiano.
Dopo qualche patema trovo una nuova scarpa che va e, improvvisamente, tutto torna a posto, con l'unica differenza che riesco a correre solo con le scarpe di quel marchio.

Non ho spiegazioni sensate di questi fenomeni, del resto, se ne avessi non avrei scelto il titolo "I Misteri Delle Scarpe"
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Marcia di S. Caterina - Barbisano TV

Non ho controllato, per cui rischio di ripetermi, ma non importa, questo è uno dei più bei percorsi quì intorno.

Si perlustra il Collalto via stradine asfaltate secondarie, sterrati, sentieri. Il percorso è gradevolmente mosso, i colori quelli classici della stagione, e i tratti nel bosco sono numerosi. Quest'anno la temperatura mite lo ha reso ancora più piacevole.

Organizzazione buona, ben tre ristori sulla 12km, anche se i primi della 19km probabilmente avranno qualcosa da ridire sugli ultimi chilometri assieme a chi partecipava alle due gare più brevi, con le ovvie difficoltà di avanzamento.
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Corsa dello sport - Mosnigo (TV)

A Mosnigo ci vengono proprio in tanti. Che siano le quattro scatole di pasta assortita come premio, o un percorso pianeggiante e piacevole, anche se non proprio velocissimo a causa del fango che ne copre buona parte (almeno oggi)?

In ogni caso ci si trova sempre circondati da podisti, con, addirittura, uno stop forzato in coincidenza di un passaggio particolarmente stretto.

In ogni caso direi che l'organizzazione ha retto professionalmente all'impatto della massa, avrei giusto giusto qualche dubbio sul misuramento dei chilometri ma in fondo non mi ricordo neanche il tempo finale per cui poco danno ne avrei eventualmente subìto.

Per il resto non si può non citare il sudore copiosamente versato a causa della temperatura elevata, in netto contrasto con le condizioni subartiche di una edizione precedente (gente che era stata fatta scendere a forza dalla macchina, e piedi insensibili per buona parte della gara).

Vabbé, mica si può sindacare sulla questione del clima impazzito, il riscaldamento globale, le mezze stagioni che non ci sono più....

Sono luoghi comuni, e ci dobbiamo vivere tutti.
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Vittorio Veneto - Panoramica della Salute

Gara quasi priva di tratti in Pianura e la cui altimetria assomiglia in modo marcato ad una piramide, acuta.

Che poi non è neanche vero, perché il primo tratto di discesa è molto scorrevole e uno di quelli che percorro più volentieri da queste parti, quel misto veloce boscoso dove ti puoi lasciare andare piacevolmente senza forzare.

Fedele al nome il tratto alto in cresta è, o meglio, sarebbe panoramico, perché l'angusto sentiero e il vuoto a sinistra e destra spingono a miti consigli, facendo prevalere la sopravvivenza sulle gioie della vista da un luogo privilegiato.
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gareggiare vs. partecipare

Periodicamente, nelle comunità virtuali e in quelle reali, si ripropone la discussione sul fatto che le gare vadano "gareggiate", preparandosi adeguatamente e, senz'altro, correndole interamente o quasi, oppure che vi si possa partecipare semplicemente percorrendo, in qualche modo, purché onestamente, il tratto dalla partenza all'arrivo,.

I gareggianti esprimono le istanze di raggiungimento dei propri limiti, preparazione adeguata e così via mentre i partecipanti, quelli che si difendono con "abbiamo una famiglia, un lavoro, una vita, un fisico che non regge gli allenamenti intensi", insorgono al grido di "vogliamo partecipare, divertirci e/o dare il nostro meglio relativo".

La mia opinione è che, fondamentalmente, sia necessario rilassarsi (che, per inciso, aiuta sia che si voglia semplicemente arrivare, sia che si desideri mettere a segno l'ennesimo personale) .

Ognuno si faccia i suoi conti in casa, si prepari e corra in base alle sue esigenze/aspettative.

Ho riportato alla luce la questione solo perché in
questa discussione ho trovato una frase che mi è piaciuta, ed esprime sinteticamente ma efficacemente le posizioni di una delle due fazioni.

Con questo non desidero schierarmi, se non a favore di quelli che riescono ad esprimere concetti nel minor numero di parole possibile.

E' stata scritta da qualcuno che risponde al nickname di AKTrail:

"Couldn't really care myself - I'm a happy runner / hiker / crawler - whatever it takes. Any day I cross the finish line and don't get eaten by a bear is a good day."

Che in italiano suona più o meno come: "non me ne potrebbe fregare di meno - sono un felice corridore/camminatore/strisciatore - quello che serve. Ogni giorno che passo la linea del traguardo e non sono stato mangiato da un orso è un buon giorno"
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Sproporzioni, Bar Sport e senso del colore

Poco più di un'ora sulle gambe al mattino, a San Fior di Sotto, per la tradizionale marcia lungo il Codolo (che abbiamo deciso essere il canale lungo cui abbiamo corso parte della gara).

Ben oltre sei ore sul divano nel pomeriggio tra TV generalista
(1) e maratona di New York.

Di quest'ultima probabilmente se ne saprà già più o meno tutto. Una cosa che non ho visto in giro è un riferimento ai colori "sociali" di
Baldini. Sono solo io a ritenere che quel colore, tra il carne e il marrone chiaro, sia orribile?

Mi rendo conto sia poca cosa, ma rendiamoci conto che le aziende spendono milioni per promuovere i loro prodotti decantando sì gli aspetti tecnici mirabolanti, ma anche cercando di presentare un campionario esteticamente accattivante.

Tutto qua, non ho commenti tecnici. Tergat mi ha deluso, come quasi sempre, di Baldini si è visto solo il posteriore per pochi secondi, la vincitrice femminile mi ha emozionato, per motivi, anche quì, inspiegabili.

Ho visto anche vari tratti della gara di Lance Armstrong, chiusa di poco sotto le tre ore. Direi onesto, piuttosto regolare, un po' appesantito alla fine, ma niente da far gridare allo scandalo.

Però, però, leggo su
MSNBC.com che dopo la gara ha dichiarato "senz'altro la prova fisica più dura che abbia mai fatto".

E mi chiedo quanti bar sport ribolliranno di discussioni tra pro podisti e pro ciclisti. I podisti con il sopracciglio alzato alla non-ve-l'avevo-sempre-detto-che-la-corsa-è-più-dura?

Quando in realtà è solo una questione di adattamento specifico. Per il resto è un confronto tra pere e mele.

Ma non sarebbe bar sport se non si discutesse di tali argomenti con dovizia di particolari.


(1) al di fuori di questioni snobistiche non ne voglio proprio parlare. Per quanto ci siano stati spezzoni di un campionato mondiale di biliardino, sport che mi ha sempre affascinato ma che ho praticato sempre con prestazioni piuttosto mediocri.
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Il Lago Morto

Se ne è parlato altre volte in queste pagine.

A dispetto del nome infelice del luogo, la circumnavigazione del lago morto, su sentiero tecnico che offre diversi gradi di difficoltà ed inclinazione, garantisce una rivivificazione che ha pochi eguali nel panorama podistico del nord della provincia di Treviso.

Che non è neanche vero perché ci sarebbe l'argine del Monticano, il Collalto, il Montello (*) e altri che adesso non mi vengono in mente.

Ma il Lago Morto ha quel fascino un po' malinconico delle terre in via di estinzione, con il sole che fa capolino nella valle solo nelle ore centrali della giornata, i pochi anziani rimasti a curare i vecchi borghi, l'autostrada che è in realtà un ponte inconsapevole della vita che scorre poche centinaia di metri sotto.



(*) colgo l'occasione per rinnovare gli anatemi nei confronti degli asfaltatori del Montello: che il bitume possa ammantare i vostri sogni quotidianamente, da quì all'eternità, e oltre.
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Salgareda

10km un po' sofferti, tra preoccupazioni per un tendine che avrebbe potuto far male, voglie di fermarsi e guizzi d'orgoglio. Alla fine ne è uscito un ritmo impensabile, in questi giorni.

Il tutto in attesa di un pomeriggio che poi si è rivelato ben diverso da quanto si potesse immaginare (leggi motoGP).

Eviterei ogni commento.
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Giro della piana sernagliese

penalizzata dalla concomitanza con la "professionale" Cimetta, la gara di Sernaglia non raccoglie i partecipanti dei tempi migliori.
E' un peccato perché è una gara ben organizzata con un percorso vario e scorrevole.
Mi sarebbe piaciuta comunque, ma siccome mi sentivo leggero e performante come la moto di Hayden ieri, e non c'erano Pedrosa in giro, mi è piaciuta ancora di più.
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Il ponte tibetano (*)

In Agosto, complice un dolorino al tendine d'achille destro, ho cominciato a fare qualche mini allungo scalzo, visto che non mi creava problemi.

Ho iniziato al campetto di calcio vicino casa con tre o quattro allunghi di corsa lenta su 40 metri. Di fare di più non se ne parlava. Voglio dire, ho speso degli inverni senza praticamente mai andare a piedi nudi, se si eccettua il breve tragitto camera bagno del primo mattino e prima di coricarsi. E in estate non è che andasse tanto meglio.

Comunque ho incrementato gradualmente e oggi riesco a fare una mezzoretta alternando corsa e cammino. Su asfalto ed erba non ho grossi problemi ma, fino ad oggi, nel mio giretto standard (che per il resto è l'ideale mix di terreni piacevoli) c'era un ostacolo quasi insuperabile, un pezzetto di strada sterrata, un centinaio di metri non di più, con ghiaia, molta ghiaia.
Migliaia di sassolini puntuti.
Un incubo.
L'ho sempre attraversata a tappe. Pochi barcollanti passi in apnea, pausa sull'erba a lato per il recupero, e la necessaria scorta di ossigeno, e via così fino alla fine.

Oggi ero pronto all'ennesima tortura quando, inspiegabilmente, i primi passi non sono stati affatto dolorosi. I sassi erano lì, ma li percepivo più che soffrirli, e così ho percorso tutti i cento metri andata e ritorno.

Ok, verso la fine del ritorno l'andatura era un po' meno dignitosa.

Resta comunque un piccolo passo per l'umanità, ma un grande passo per me.

Onestamente non ci pensavo neanche come obiettivo al momento, per quanto l'immagine, di trent'anni fa circa, del mio vicino che correva sull'allora strada sterrata di fronte a casa mia, come niente fosse, è stampata a fuoco tra le mie memorie di bambino.


(*) il titolo è riferito al film "Uomini duri" con Pozzetto e Montesano, in cui un ponte tibetano di corde, che Pozzetto non riesce a superare, è posto come metafora dei piccoli e grandi ostacoli che incontriamo nella vita.
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Vesciche

Parliamo di vesciche. Non esattamente il tipo di argomento che può renderti popolare alle feste. A meno che il pubblico non sia costituito da runner, nel cui caso anche un'unghia blu può coprire una porzione sostanziosa della serata.

Vesciche, dicevo, quello bolle fastidiose che compaiono a causa di frizioni e per le quali ci sono le teorie più varie, sulla scarpa, il calzino, il piede trattato con emollienti.

Ci riflettevo oggi, notando che da circa tre anni sto curando particolarmente la tecnica di corsa, e da circa tre anni non ho praticamente vesciche.

Non che prima ne fossi martoriato, ma ogni tanto la bolla malefica compariva, a dispetto di calzini supertecnici, piedi che potevano essere utilizzati come modelli per qualche pubblicità di crema idratante, e scarpe "giuste" (taglia, modello e quant'altro).

La teoria che ho quindi formulato oggi è che la vescica nasca, principalmente, da una azione di corsa non corretta.

Ero così preso dalla mie riflessioni che ho dato poco peso al fatto che, proprio oggi, non stessi correndo particolarmente bene.
Me ne rendevo conto, ma ero così soddisfatto delle mie conclusioni che ho registrato la cosa senza apportare correzioni.

E poco prima di arrivare a casa un puntino al centro dell'avampiede, che dapprima avevo attribuito ad un detrito insinuatosi sotto pelle, si è trasformato in una bollicina rossastra e con un po' di liquido. Proprio lei, una vescichetta.

E la causa non può essere attribuita a scarpe o calzini perché ero scalzo. Però sentivo chiaramente che i piedi scivolavano leggermente in fase di spinta, cosa che nelle precedenti sedute non facevano, permettendomi di muovermi su erba e asfalto senza traumi.

Ennesimo promemoria che anche una grande teoria, se non viene messa in pratica, non va molto lontano.

P.S.: a mente fredda mi rendo conto che l'assenza di vesciche non implica necessariamente che corriate bene. La teoria resta valida per il contrario, almeno fino al prossimo aggiornamento.
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Orsago, Marcia dei Castelli

In sostanza un festival dei luoghi comuni: colori brillanti e aria tersa di un ottobre non imbronciato, percorso tra colli, vigne, case coloniche e ville, ristori abbondanti e a trattamento familiare (compresa zuppa di fagioli e cotechino).

Sono i giorni in cui ti rendi conto del perché l'Italia sia famosa nel mondo e molti sognino di trasferircisi.
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Lago morto, Vittorio Veneto

Il giro del lago morto dura una mezzoretta di sentieri ondulati, piacevoli al tatto e alla vista.

Dopo alcune settimane di passione per un disturbo ad un tendine, una corsa quasi senza fastidi viene accolta come una benedizione.
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Redwood Park, Oakland, 27 agosto

Scegliendo accuratamente le gare può capitare di lottare per le prime posizioni. Con i forti tutti impegnati dai 20km in su (un trail runner "vero" neanche parte se deve fare meno di 20/25 chilometri) , la 10km era preda abbastanza facile per un piazzamento.

Un test cercato, e molto interessante, per vedere come cambi l'atteggiamento mentale rispetto alla tipica gara contro se stessi nelle posizioni di retrovia.

Perché, sì, a volte ti metti a gareggiare con i vicini, ma, ammettiamolo, tra l'arrivare 398mo o 399mo non è che ti cambi il mondo, tra secondo e terzo, neanche, però, dai, un po' sì.

Nelle gare normali, a fine gruppo, giusto giusto ti preoccupi se quelli appena davanti utilizzeranno gli ultimi bicchieri puliti rimasti al ristoro. Di più non riesco ad incattivirmi.

Tornando alla competizione,
col primo involatosi dopo un paio di chilometri, era il terzo concorrente a preoccuparmi, una ragazza bionda e slanciata.
Quei cento metri circa di vantaggio, che mantenevo non senza un certo sforzo, erano piuttosto elastici. La tenace creatura, non priva di grazia, era come un piccolo carroarmatino, velocità costante, guadagnava in salita, perdeva in pianura e discesa. Dopo aver speso un po' di tempo a studiarla, da un punto di vista agonistico, sia chiaro, ho cercato di guadagnare il più possibile in modo da non fornire un bersaglio motivante. La mia maglietta verde marcio (riferito solo al nome del colore) mi ha senz'altro facilitato rispetto al suo arancione squillante ben visibile.

La svolta della competizione è avvenuta poco prima della parte centrale della gara. Un "buontempone" aveva pensato bene di asportare le segnalazioni su quella parte del percorso. Il primo concorrente, che ormai immaginavo nei pressi delle abbondati libagioni all'arrivo, è ricomparso alla mia vista correndomi incontro e dicendomi che probabilmente avevamo sbagliato strada.

Allora:
non mi alleno a sufficienza, e non sono di certo Steve Ovett, per quanto una certa somiglianza mi dicevano ci fosse, però avevo fatto i compiti: studiato la mappa del percorso, l'andamento del dislivello, il nome dei sentieri e quanto dovevamo stare in ognuno e se le svolte erano a destra o sinistra.
Fosse stato una gara orale invece che podistica li avrei stracciati tutti, anche le gazzelle delle distanza superiori.

Attribuisco quello che è successo in seguito alla mia fibra morale superiore, più che ad un momento di mancanza di lucidità: ho rassicurato il primo che eravamo sulla retta via.
Devo essere sembrato convincente perché si è girato, e nel giro di pochi metri, è di nuovo scomparso leggero e, apparentemente, senza faticare. Io ho continuato a salire iperventilando rumorosamente.

La mia avversaria del giorno, intanto, non compariva più, inquietante ed inesorabile macchia arancione tra tronchi e cespugli. Scoprirò in seguito che ha avuto delle indecisioni su un paio di bivi ed è stata salvata da un'altra "studiosa" che viaggiava poco dietro.

A meri fini motivazionali mi ero però convinto che la mia tattica di forzare l'andatura per portarsi fuori vista stava dando frutti, e così ho scollinato al km 5,5 consapevole che adesso eravamo nel mio terreno. Da quel momento in poi è stata, letteralmente, tutta discesa fino all'arrivo, dove sono giunto un po' spaesato: cibo e bevande erano a malapena intaccati, in giro non c'era quasi nessuno, il parcheggio era ancora pieno.
Non sono scene cui sono abituato.

Il primo mi ha poi ringraziato per averlo salvato. Quando è arrivata la mia rivale, che ha mantenuto la terza posizione, non sono stato degnato di uno sguardo. Mi è parso evidente come la fiera competizione fosse un film di cui ero stato l'unico spettatore.

Ma che emozione.

Ok, adesso basta per un po' con le prove massimali. La prossima sarà probabilmente la visita medica. Quella dozzina di minuti sulla cyclette è decisamente la prova più dura dell'anno. L'unica per la quale mi prepari con una certa serietà.
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Big Basin, Boulder Creek

Decisamente la gara con il maggior numero di alberi sul percorso alla quale abbia mai partecipato. Fortunatamente il passarci sopra, o più di frequente sotto, non comportava grossi problemi.

E' anche la gara di un altro record, quella in cui tendo ad inciampare di più. Anche quest'anno un tentativo di distorsione e due o tre "sbilanciamenti". E sempre pochi secondi dopo aver deciso di rilassarmi e godermi il percorso, peraltro splendido, su sentiero singolo imbottito di aghi di pino.

Per la prima volta la macchina organizzativa si è inceppata. Esattamente a metà del lungo giro di 21km, dov'era previsto l'unico ristoro, abbiamo trovato un volontario che, desolato, ci ha spiegato che l'auto con i rifornimenti era rimasta bloccata a causa di un cancello chiuso. Il ristoro c'era, ma avremmo dovuto fare ulteriori 3 km per trovarlo, e poi tornare indietro. Inutile dire quale sia stata le scelta.

L'episodio poco piacevole ha però confermato lo spirito di solidarietà presente in questo tipo di gare. Ho perso il conto di quanti mi hanno in seguito offerto acqua dalle loro borracce e chiesto se andava tutto bene.
Memore della mia ingloriosa
"giornata austriaca della disidratazione" di qualche anno fa mi sono in ogni caso gestito con cautela.

Non appena venuti a conoscenza della cosa gli organizzatori hanno comunque attrezzato volontari, zavorrati d'acqua e altri generi di conforto, i quali ci sono venuti incontro sulla via del ritorno.

Per il resto la solita piacevole giornata nel bosco.

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Alameda, 25th Run for the parks

Ed eccoci ad Alameda, un'isola che si trova nella baia di San Francisco ed è separata dalla terra ferma da un canale di ridotte dimensioni. Altra caratteristica che la differenzia dai dintorni è la piattezza, niente colline, niente dossi, giusto qualche leggero falsopiano quasi impercettibile.

La gara è una 10km completamente su strada. Il percorso è sostanzialmente un gigantesco rettangolo di 4km per 2. La gara viene svolta sotto l'egida dell'USATF, la FIDAL statunitense, che invia dei volenterosi giudici i quali si distribuiscono lungo il percorso e, allo scoccare di ogni miglio, ce n'è uno che grida il tempo ad ogni partecipante.

L'utilità di tale servizio mi lascia un po' perplesso nel caso degli americani (vuoi non poter controllare sul cronometro?) e molto perplesso nel caso degli europei metrici decimali .

Sapere che hai corso in 7'14" il primo miglio, a meno di tabelle precostruite e memorizzate, poco ti aiuta nella transizione a minuti al km, se non darti una approssimazione che può gettarti facilmente dal giubilo alla disperazione.

Comunque s'è corso come non s'era mai corso recentemente, in tutti i sensi. Per di più su asfalto ed in rettilineo. I polpacci hanno protestato con veemenza dopo l'arrivo, ma ormai era fatta.

Soddisfazione, ma adesso torno ai sentieri, ché una maratona in montagna mi lascia meno doloretti in giro.

Solite riflessioni sulla misurazione in miglia. Psicologicamente è più facile, 3 miglia arrivano presto, e sei già a metà.

Noto, inoltre, che in queste gare ci sono i premi a sorteggio. Niente calzini o portachiavi da scarpa quì, hanno dato almeno tre paia di mizuno, un paio di cesti tipo i nostri natalizi, e un buono per un viaggio del valore di 500$. Si è atteso volentieri fino alla fine delle premiazioni.



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il bicchiere mezzo pieno

Nei parchi californiani, i cani, quando incontrano un runner si comportano mediamente in modo diverso dai colleghi italiani.

Non solo non si mettono ad abbaiare o inseguire/assaltare il podista ma, addirittura, passano oltre senza neanche notarne la presenza, quasi fosse uno degli innumerevoli sassi che popolano il sentiero.

A volte viene quasi un moto di irritazione "cos'è, sono una potenziale preda troppo lenta?"

Comunque in genere niente, neanche un'annusatina di presentazione. In effetti, dopo un po' di incontri, ci si rilassa e si passa a considerazioni sull'eleganza dell'incedere, più che sulla consistenza dei canini e su possibili vie di fuga.

Poi ci saranno i soliti che dicono "Sì, però, in compenso, nei parchi californiani ci sono anche puma e orsi"
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Il tempo è dalla tua parte

Una gara un po' diversa dalle solite.

Il regolamento è piuttosto semplice: si dichiara il tempo prima di partire e vince chi vi si avvicina di più. Niente orologi o lepri. Scelta tra 5 o 10 km. In caso di parità viene premiato il tempo superiore (la logica è che la percentuale di errore è inferiore).

E la semplicità finisce quì, specie per chi non corre abitualmente con il cronometro.

Però è appassionante. Prima bisogna stimare il tempo che si dovrebbe impiegare, e quì si tratta di scegliere se tirare la gara, più faticoso ma più semplice da determinare, oppure se fare una corsa tranquilla, con un margine d'errore superiore.
Poi bisogna correre su quel ritmo, e resistere alla tentazione di andare a prendere quello davanti che è sempre lì a fare capolino.

Personalmente ho scelto i 5km (visto il percorso dato principalmente su cemento. Sì, cemento) indicando un ritmo simile a quello delle ultime 12km corse, e pregando per un aiuto della memoria sensoriale di quei chilometri trascorsi a chiedersi, "sarà almeno 4 e 30?", e invece era 4 e 45.
Ho puntato su un 4 e 50 di sicurezza, L'ultimo mese trascorso nelle foreste inclinate quì intorno potrebbe aver lasciato il segno, dichiarando 24'13".

La partenza è stata sostenuta, dopo circa un chilometro mi sono stabilizzato in quella che doveva essere la velocità di crociera chiedendomi però se non fosse troppo veloce, mi sembrava un 4 e 30.

I 5km passano tutto sommato veloci, tengo nel finale, non aumento, e al traguardo sento il cronometrista comunicare 23'49".

Imprecazione.

Tradotto in cifre fa 24" più veloce del pronostico, quasi 5" al km, un eternità per un podista serio. Ed infatti sono rimasto fuori dal podio, conquistato con 13" da una signora che ha chiuso in circa 32', seguito da un 15" e un 16".

Non vedo l'ora che arrivi la prossima edizione per una vendetta sul campo.

Per quanto riguarda la gara: organizzazione semifamiliare, partecipazione non elevata, credo meno di un centinaio di persone.
Percorso: circumnavigazione del lago Merritt, che si trova nel centro di Oakland. Un giro per i 5, due per i 10.
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Della Morte della Scarpa

E un giorni parti per quella che credi sia una corsetta tranquilla, di recupero, su uno sterrato gentile, e ti ritrovi in un turbine di risveglio dei sensi.
Sensi che percepiscono dolori sopiti ma mai dimenticati. Quel tendine d'achille che era guarito a fine estate dell'anno scorso, quella bandelletta ileo tibiale che pensavi archiviata tre anni fa. Addirittura il tendine sotto il malleolo, roba del secolo scorso.

E ti rendi tristemente conto che le scarpe che ti hanno accompagnato per centinaia di chilometri hanno esalato l'ultimo respiro. Fanno così, in teoria perdono la loro vitalità gradualmente, in realtà, in un giorno che credevi come tutti gli altri, smettono di proteggerti e lasciano via libera ai fantasmi del passato.

Te ne rendi conto alla corsa successiva, con le scarpe nuove, quando ti accorgi che i doloretti sono scomparsi e ti trovi semplicemente ad affrontare quelle asperità delle relazioni appena cominciate. Quando non sai ancora quando e quanto chiedere, come ti risponderà, se durerà, se sia stata la scelta giusta.
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Pacifica

Pacifica è una quieta cittadina, popolata di casette basse e garage a due posti macchina, che prende probabilmente il nome dall'omonimo oceano che le sta di fronte.

Nelle colline al suo interno c'è uno dei tipici parchi che caratterizzano questa zona degli Stati Uniti. Entrata con il ranger, parcheggio con piccolo edificio attiguo ove sono posizionati i servizi, e il resto è natura. Sentieri, qualche strada sterrata per facilitare l'accesso agli eventuali mezzi dei vigili del fuoco, vegetazione e animali di varie dimensioni.

La descrizione, mi rendo conto è un po' riduttiva, perché quando ci si trova lì in mezzo, specie a gara inoltrata, può accadere di essere soli in questo lembo di terra dove, un cervo, o un serpente, sarebbero in effetti quelli di casa, e tu un intruso che ha disturbato la loro quiete.

E nella gara organizzata dagli amici della Pacific Coast Trail Runs (che danno anche premi a chi ha avuto "serio divertimento" durante la gara) sia il serpente che il cervo spaventato si sono visti.

Ma si sono visti anche sentieri che si snodano all'interno dell'equivalente oceanico della macchia mediterranea, oppure sotto le fronde di giganteschi eucaliptus. Tra colline dove la civiltà sembra solo un'ipotesi lontana e dalle cui cime si intravvede l'oceano, che ha sempre il suo fascino.
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Il paradiso della mucca

Oggi ho corso in quello che potrebbe essere considerato il paradiso della mucca. Praterie erbose a perdita d'occhio, con più erba di quella che si potrebbe mai ruminare in una vita.

Ora, lo so, la mucca non è animale noto per essere facile a stressarsi, né peraltro incline a facili manifestazioni di giubilo.
In effetti erano là, sul versante soleggiato, a godersi il pasto con aria tranquilla.
Se fossi stato una muccca immagino che sarei stato felice, ma anche come umano non mi andava male.
Sterrato o sentieri tecnici tra colline ventose dove, di tanto in tanto, faceva capolino la baia di San Francisco. Nessun umano meccanizzato in visto o a tiro d'orecchio. Ritmo tranquillo. E niente orologio per cui, senza saperlo, ho corso due ore, in una giornata in cui ero uscito di casa proprio svogliato.

Sembra comunque che la mucca sia in genere un animale felice, perché il suo unico desiderio è essere una mucca, e ci riesce benissimo.
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Angel Island

Come da tradizione ormai s'è fatto i volontari per la gara di Angel Island organizzata da Wendell e Sarah.

E sono proprio solo loro due, più un manipolo di volontari, che tengono in piedi gare da 300/400 persone senza troppi affanni.

Una grossa mano, va detto, gliela danno i partecipanti.
Gente che, se sbaglia qualcosa nel percorso, quando arriva lo fa presente e chiede di essere estromessa dalla classifica.
Gente che, prima di andar via, passa a ringraziare per aver organizzato una manifestazione così, testimoniando di essersi divertiti un sacco.
Gente che si iscrive alla 16 km ma poi decide di fare un altro giro perché "là fuori" è troppo divertente.

E sì, questa volta mi sono attrezzato a dovere, compreso il berretto di lana che ho tolto solo a pomeriggio inoltrato.
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inerzie

In questi giorni di assenze virtuali si è corso comunque nel reale. Ci si è trascinati a fatica sulle erte colline del Mugello. Si è spaziato nelle pacifiche campagne di Gorgo al Monticano (Sì, proprio quella gara in cui al ristoro finale ci sono le torte artigianali fatte dalle signore del paese). Si è arrancato sulle dolci, ma afose, colline dietro Conegliano.

Il tutto sempre con un po' di fatica nel trovare quell'inerzia che ti fa avanzare anche se non spingi sempre. E' più caratteristica della bici, ma in genere c'è anche nella corsa.
Non sempre.
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32ma Confranculana

Ed eccoci a Colfrancui, ridente paesino nei pressi di Oderzo, sul cui terreno si erge Villa Galvagna, dotata di un meraviglioso parco e di una vista privilegiata su un oleificio la cui bruttezza ha richiesto dell'ingegno, nella creazione e nell'approvazione del progetto. Ah, i mitici anni 60/70.

La corsa si snoda lontano dall'obbrobrio di cemento e altri materiali probabilmente tossici. Ci si ritrova a correre in una campagna primaverile che gli allergici odieranno con tutto il loro cuore.

Agli altri invece piacerà: tranquilla, silenziosa e verde.

Non avevo proprio voglia di far fatica, e fortunatamente non ne ho fatta. Passerà, anzi passeranno entrambe, la mancata voglia e l'assenza di fatica.
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sportivo da poltrona (=poltrone?)

E dopo un paio di albe vissute sul bagnasciuga, con impatti concilianti ma appoggi frequentemente obliqui, la domenica sportiva è stata vissuta di fronte al video. Principalmente due ruote, prima motorizzate a scoppio e poi a propulsione umana, e che propulsione.
Quell'incedere fluido di Ivan Basso in salita è stato senz'altro il top della giornata, e di altre a venire, quando sembrerà che la salita sia troppo dura.

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Sernaglia della Battaglia

In sostanza un vai e torna senza grossi spunti di interesse (senza nulla togliere all'organizzazione curata e generosa). Forse perché già arrivare dal parcheggio alla partenza mi era parsa una grossa prestazione.

Meglio dopo il quinto/sesto chilometro. Comunque grazie agli amici, senza i quali pobabilmente neanche avrei tolto la macchina dal garage.

Nel frattempo a Mareno si svolgeva la maratona e la sei ore. Di quest'ultima ho seguito l'ultima ora, nel circuito di 2,5 km.

Per motivi inspiegabili l'idea di farla l'anno prossimo mi è parsa plausibile.


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32ma marcia delle lumache, Montaner

Dopo qualche giorno trascorso nella ripida Liguria ci siamo presentati a Montaner, che nulla invidia in fatto di inclinazione, e presenta dei panorami che costringono a fermarsi per poterli ammirare.

Menzione speciale per il sentierino finale, una discesa quasi verticale, un fango con un minimo di aderenza.Tutt'ora mi sorprendo dal fatto di non essere caduto
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Marcia del torchiato, Fregona

A Fregona, luogo di partenza e arrivo della maratona dei Cimbri, si è svolta questa marcia del torchiato. In clima quasi estivo ci siamo sbizzarriti su terreno vario e interessante. Gambe un po' pesanti ma morale alto.

Non si corre per il premio, si sa, ma quando è interessante lo riportiamo quì a memoria. L'orologio è solo per un riferimento sulle dimensioni della bottiglia.

torchiato
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34ma marcia della Colomba, Vittorio Veneto

Oggi mi sono ritornate in mente le parole di Sebastian Coe, che diceva "Il bello dell'atletica è che talvolta è come il poker: tu sai che carte hai in mano, e magari sono solo scartine, ma devi tenere la testa alta"

La dodici chilometri della colomba è composta grosso modo di 5,9 km di salita, 200 metri di pianura e 5,9 km di discesa.

In quei duecento metri in pianura (che un po' sale, peròWinking pensavo di non farcela, e, ho scoperto più tardi, lo stesso stava avvenendo per il mio "avversario".

Ho stretto i denti, ho pensato a Coe, ho pensato a Beardsley, che al 22mo miglio di Boston non sentiva più le gambe e decise di fare solo un altro miglio alla volta, non di più . E ho pensato al video di Prefontaine quì sotto.

Questo per un attimo, poi ho pensato a correre.

Per il resto è tutto sommato una gara piacevole, specialmente per gli amanti del fuoristrada, che nella seconda parte si possono sbizzarrire.

Non è da sottovaluare anche per gli amanti del cotechino, che al ristoro finale si possono sbizzarrire.



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Hic!

passito

Cultori delle ripetute corse ad una percentuale del ritmo di soglia, dosatori di recuperi col bilancino da farmacista, adoratori del fondo medio, (con tutto il dovuto rispetto) vade retro. Non è la gara per voi.

E non tanto per il percorso, collinare, sentieroso, e con quel po' di fango che non guasta.

Gli sponsor ufficiali sono le piccole e medie aziende vinicole della zona, le quali hanno imposto che il percorso passasse all'interno delle cantine, dove hanno anche organizzato i ristori.
The e acqua c'erano, ma preferivano decantare le doti dei loro passiti, barricati e quant'altro. E si può bere un buon vino senza un pezzetto di formaggio o di salame? No, hanno giustamente pensato.

Ed ecco che la competizione era più che altro contro sé stessi e la tentazione di fermarsi ad ogni, frequente, ristoro, per provare i prodotti locali.

Un solo rimpianto, aver mancato le precedenti 23 edizioni.

Ah, nella foto, ovviamente, il premio di partecipazione (e così salgono a due le foto nel sito che contengono, almeno, un errore)
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la teoria del cavalcavia

che funziona anche con il vento contro.

Nei giorni in cui sembra di fare fatica senza una ragione, o oltre il lecito, cercati un cavalcavia, o un vento contro, almeno un motivo ce l'avrai.

E dopo tanto su e giù, o folate meschine, quei cento metri di prato ti daranno quella patina keniana che dura pochi secondi, ma ti accompagna per il resto della giornata.

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forza di gravità

E' una costante?

Beh, comunque è veramente una forza.
In questi giorni sembra mi abbia sfidato a braccio di ferro,
e mi stia massacrando.

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Etica relativa

Di base sono contrario a imbrogliare le persone.

Ci sono giorni, però, in cui, se mi comportassi onestamente, me ne starei sul divano, a leggere un libro, magari sulla corsa, prima di assopirmi.

Ecco che allora mi dico "ma sì, dai, esci per una passeggiata, magari fai un paio di allunghi, niente di più".

Poi esco e so già che il difficile era il momento mi-cambio-e-esco-dalla-porta-in-una-giornata-grigia-e-non-proprio-accogliente.

Superati i primi minuti, in genere, mi alleggerisco e decollo.

Ieri però era un giorno molto terreno, non c'era verso di librarsi, neanche a mezz'aria.

Così ho scelto la strada più lunga per arrivare a dove di solito corro gli allunghi.
Poi ho fatto la sequenza allungo-corsetta-allungo-camminata. Con questo stratagemma, in dieci sequenze, limite mentalmente accettabile, ho fatto in realtà venti allunghi.

Non sono fiero di essermi imbrogliato, ma a volte non ci sono proprio alternative.

"Il fine giustifica i mezzi, il rozzo se ne frega" (non ricordo l'autore)
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27ma correndo lungo il Piave

A Maserada (TV), una delle corse più affollate da queste parti, giustamente.

Dopo alcuni chilometri asfaltati e stretti, circondati da varia umanità ansimante, ci si getta con veemenza nel greto del Piave (che a dispetto della natura fluviale è in buona parte asciutto), dentro una sorta di boscaglia, seguendo le volute di un sinuoso sentiero. Molto piacevole.

Dal punto di vista prestativo da segnalare sensazioni buone, andavo forte senza fare fatica.
Erano anche sensazioni che non rispondevano a verità, almeno una. Avrei dovuto capirlo dal fatto che tutti, intorno a me, andavano piano.

Non che volessi per forza andare veloce, ma l'inganno della mente e dei sensi è stato così perfetto che ci sono rimasto male al riscontro della realtà dei fatti (almeno 30 secondi al chilometro lasciati, esanimi, sul terreno dell'illusione).

Beh, se non altro la sensazione di non aver fatto fatica era reale, almeno credo, a questo punto non mi fido più.
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Chi?

Oggi, alla fine di un'ora e qualcosa, un po' trascinate a dire la verità, mi sono trovato a correre con baldanza gli ultimi 500 metri. Sentivo appena sotto l'ombelico una specie di palla di energia che mi trascinava avanti (no, non dovevo andare al bagno).

Tutto il mio peso era concentrato lì, avanzavo orizzontale, senza sobbalzi, le gambe roteavano rapidamente ma non spingevano, si limitavano a seguire il corpo.

Ho cercato di memorizzare assetto e sensazioni, spero di poterli riprodurre.

Chi lo sa se era il famoso Chi.

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I laghetti di Savassa

Poco sopra Vittorio Veneto, in luoghi che a prima vista paiono inospitali, si svolge la nostra gara preferita dell'anno. Sei, dodici, venti chilometri su, giù, di fianco, dentro, laghetti, boschi, pendii, sentieri rocciosi e morbidi sterrati, qualche asfalto di transizione, ma non troppo.

Ogni anno correrla è un imperativo, quelli che di solito fanno la sei spesso si spostano sulla dodici, dove non trovano quelli della dodici perché a loro volta si sono spostati sulla venti.

Perché ha un fascino tutto suo, che ti trascina al traguardo, anche se in fondo un po' ti dispiace, perché è così bello starci.

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Trevisomarathon

Ieri si è corsa la terza edizione della Trevisomarathon, che è asfaltata, piatta, rettilinea e organizzata da una società con cui ho collaborato per anni.

Alla luce di tutto ciò non l'ho corsa, ma ho dato una mano all'organizzazione, in specifico all'ufficio stampa.

Ciò mi ha concesso il privilegio, fra l'altro, di seguire tutta la gara da un pulmino e di vedere quindi le molte maratone che si svolgono.

La gara degli agonisti, con il gruppo che pian piano si screma, prima i più lenti, poi le lepri nei punti stabiliti, e via via gli altri fino a che ne rimane uno solo.

La gara degli amatori, che ho vissuto più che altro vedendo gli arrivi di molti oltre le tre ore, ognuno con la sua storia personale e la sua personale vittoria.

La gara del pubblico lungo le strade. Caloroso, nonostante neve e temperatura, e curioso.

La gara dei volontari, pronti ad assolvere il loro compito, per quanto oscuro, con genuino entusiasmo.

La gara degli amici della
DRS, incontrati con piacere la sera prima a cena.

La gara dei giornalisti, preparati in storia e statistica dell'atletica, decisi a raccontare le tante maratone a quelli che non c'erano.

La gara di Ivano Barbolini, organizzatore della maratona di Carpi, con cui ho avuto la fortuna di parlare, il quale, ovviamente, vedeva, clima, percorso, pubblico, partecipanti e quant'altro con l'occhio dell'organizzatore, con tutto ciò che questo comporta.

Eh sì, sono stato fortunato. Altri con lavori più pesanti e importanti forse non hanno potuto vedere tutto quello che ho visto io.

Ovviamente niente gare "attive" per me in questo fine settimana. Una sgroppata preventiva lungo l'argine del Monticano al sabato mattina, e una ventina di allunghi alla domenica pomeriggio, immaginando di giocarsi la vittoria con i primi.
Specie col vento a favore mi sembrava pure di andare forte.

E quella maratona di maggio, che guardavo grigiamente svogliato da lontano, sembra già più attraente e colorata.
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giocare a zona

E ieri, tra le altre cose, mi sono trovato a correre a ritmi brillanti senza accorgemene.
Era un po' che non mi trovavo "nella zona", una di quelle sensazioni per le quali vale la pena di vivere.
Avanzi senza fatica, il tempo è fermo, non di quel fermo che non passa mai, ma di quel presente che non necessita di passati da ricordare o futuri da anelare.

Un bel viaggiare non c'è che dire
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il collinare

L'astuto abitante delle grandi pianure si premura di porre la sua dimora nei pressi di un cavalcavia.

In una giornata piovosa, in cui il collinare giro del lago morto si presenti come lontano e inaccessibile, ecco che si può inserire, dentro un "lunghetto" di un'ora e mezzo, una decina di su e giù per il suddetto cavalcavia.

L'aspetto paesaggistico ne soffre, certamente, ma a volte è importante guardarsi dentro.

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