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Per me si va nella città dolente

Ti guardi in giro ed è un fioccare di articoli e ricerche.

Sembra che le soglie fisiologiche, quelle che per tanti anni abbiamo temuto e rispettato, il cui varcare significava peccato mortale che avrebbe portato al fallimento degli obiettivi podistici, esistano, ma non siano il vero limite della prestazione.

Pare che quello stare sulla soglia, con la paura di quello che c’era oltre, fosse proprio quello. Paura.

E la mente previdente impediva di andare oltre limiti temuti, presunti, subodorati, sospettati.

Prima di finire il glicogeno, prima che scorie dai nomi importanti rendano le nostre fibre vischiose, la mente intercede e ci fa fermare o rallentare.

Marcora, Trabucchi, Fitzgerald, è tutta gente che ne parla, e quello che dicono sembra ragionevole.

In fondo i quattro minuti del miglio sembravano un limite invalicabile, ma non appena Bannister abbatté il muro altri passarono per la breccia. Non avevano a quel punto più o meno lo stesso massimo consumo d’ossigeno di qualche settimana o mese prima?

E tutte quelle volte che non possiamo andare un po’ più forte e poi leggiamo il cartello dell’ultimo chilometro e riusciamo ad aumentare. O quando l’Avversario si avvicina, o quel dannato pastore tedesco sbucato dal nulla. Fosse tutto fisiologico non avremmo speranza, il destino segnato da quattro molecole di ATP e una tonnellata di acidi grassi da frazionare in fretta, ma non c’è mai ossigeno abbastanza.

Solo a Salazar io credevo, uno che passava l’arrivo e da lì lo dovevano portare direttamente in ospedale per rianimarlo. Tutti gli altri, io per primo, la soglia, la mettono dove pensano che sia, e adesso gli scienziati stanno pian piano scoprendo quel velo pietoso.
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