top left image
top right image
bottom left image
bottom right image
cosa vuoi fare da grande?

Buon Compleanno

Quattro anni fa, oggi, nasceva rualan, al grido di:

"Fatto il primo passo, il più difficile, continuare a muoversi. Non c'è molto altro."

Che rimane la base.

Fa piacere quando si sopravvive alla mera attualità, che di questi giorni sembra occupi tutto l'orizzonte.

una passo alla volta

|

Podcast sulla Corsa in inglese

Per chi sia interessato alla pratica dell'Inglese e alla corsa: ho trovato questa lista di podcast in Inglese.

Non so come siano, ho provato solo
Trails and Tribulations, perché mi piaceva il nome e perché c'erano delle interviste interessanti.

Magari se avete altri suggerimenti potete aggiungerli tra i commenti.
|

Immagini della Treviso Marathon

Come ogni anno ho visto tutto il percorso da Vittorio Veneto senza correrlo.

Immagini che mi resteranno impresse:

1) il passaggio sul Ponte della Priula, affollato in ogni ordine di posti e con centinaia di bandiere.

2) un capo ristoro che redarguiva pesantemente un sottoposto, indicandogli come doveva impugnare la bottiglietta da porgere agli atleti.

3) gli atleti sparsi all'uscita dagli spogliatoi, dopo. Chi con la famiglia, chi da solo, quelli che camminavano con le gambe rigide, quelli che stavano seduti a meditare.

Fossi stato uno spettatore stazionario mi sarei messo alla confluenza dei tre percorsi. Chi ci e' stato mi ha confermato che e' stato commovente.
E, al momento, esperienza unica, visto che l'anno prossimo si torna al percorso classico singolo.
|

Nuova società e nuova gara in provincia di Treviso

Erik mi segnala due cose di cui non ero a conoscenza. Una nuova società (1) che si chiama Running Team, la quale organizza una gara di trail (2) di 34 e 59km denominata Gran Raid delle Prealpi Trevigiane.

Non ne so molto di più, se non che conosco alcune delle persone che fanno parte del comitato fondatore, e si tratta di brava gente. E il percorso è splendido.
|

Caro disegnatore di magliette da corsa

Ti scrivo perché nelle ultime settimane ho girato parecchi negozi e la totalità (=100%) delle magliette tecniche a manica corta che ho visto erano girocollo.

Ora, io capisco che dal chiuso di un cubicolo, con la faccia in un monitor da oltre 20 pollici il mondo sembri tutto sommato piuttosto costante e rotondo ma, ti assicurò, non è così.

A parte pochi fortunati che vivono in paesi a clima costante o altri che escono a correre solo se il clima è perfetto, per molti di noi la corsa è un momento che ritagliamo dai mille impegni di una giornata e che svolgiamo dove possiamo.

Quindi, anche uscendo in una lieta giornata di sole può capitare di passare su un asfalto reso caldo dai raggi del nostro amico in cielo (= caldo) e poi all'ombra di edifici inquietanti, oppure di alberi rassicuranti (= fresco).

Non parliamo poi del vento contro (= fresco) o a favore(=caldo). Siccome in genere si corre in tondo oppure vai e torna, il vento ce l'hai un po' a favore e un po' contro.

Hai idea della
differenza, in meglio, che fa mettere una cerniera, da aprire e chiudere alla bisogna, anche non tanto lunga, al collo di quelle benedette magliette da corsa?

Conto nella tua comprensione e sono aperto ad eventuali controdeduzioni in favore del girocollo nella corsa.

Con immutato affetto,

un podista.
|

Sistema per segnare il percorso nelle gare di trail running

Gli amici della Pacific Coast Trail Runs organizzano oltre 20 gare all'anno e hanno un sistema molto pratico e riciclabile per segnare il percorso tra boschi e parchi californiani.

Legano le fettucce di plastica colorata a delle mollette da bucato in legno, che vengono piazzate ogni 3/400 metri.

In questo modo è facile appenderle alla vegetazione, l'impatto è minimo, ed altrettanto semplice è recuperarle non appena finita la gara per poi riutilizzarle alla prossima.

Altra astuzia: le fettucce sono di colore uniforme tranne che appena prima di un bivio dove sono a strisce e vengono appese dal lato del sentiero dove si deve girare.

Semplice, efficiente ed efficace.
|

Inconvenienti di non usare il sistema metrico decimale

In Italia/Europa la cento km è il simbolo dell'ultramaratona. Per motivi che sicuramente qualche psicologo è in grado di spiegare la mente umana ha la tendenza ad arrotondare, per cui si va sempre alla cifra piena.

Negli Stati Uniti le distanze grandi si misurano in miglia. Un miglio equivale a milleseicentonove metri. E siccome ragionano come noi in merito agli arrotondamenti ecco che si ritrovano con centosessanta km sul gobbone per raggiungere lo stato riconosciuto di ultramaratoneta (in realtà varrebbe per qualsiasi gara sopra la distanza della maratona ma ricordate la questione degli arrotontamenti, nonché le soglie psicologiche).

Questo implica anche che, per i più veloci, ultramaratona "vera" significa star fuori almeno un quindicina di ore, ma per i più lenti siamo sopra le trenta.

Trenta ore, in cifre, è più di un giorno.

Fermatevi per un momento a pensare dove eravate trenta ore fa e tutto quelle che avete fatto sino ad ora. Un concorrente di una cento miglia sarebbe stato fuori alle intemperie avanzando, mangiando, bevendo e poco più.

La domanda su cosa spinga una persona a fare una cosa del genere non ha grosso significato. Se ne parlava l'altro giorno tra
Marin e mucche che la razionalità non è di questo mondo.

Io al momento sono immune al desiderio di completare una cento miglia, ma mi ricordo bene quando desideravo completare una maratona o una 13km "tutta di corsa" e capisco il piacere che possa dare raggiungere un obiettivo del genere.

headlands 100, headlands hundred


Nulla toglie, però, che si possa partecipare in altro modo, per esempio aiutando gli amici Sarah e Wendell che hanno organizzato la
Marin Headlands Hundred nel parco omonimo, che si trova a Nord di San Francisco.

A noi è toccato il turno di notte dalle 18:00 alle 06:00 ed è stata, come di consueto una esperienza interessante. Prima siamo stati spediti fuori con i glowing stick (quei bastoncini in plastica che pieghi e diventano luminosi, come si dirà in italiano?) a segnare una parte del percorso per il passaggio notturno.

Partendo alle sei e mezza per coprire oltre dodici miglia (= quasi venti km) ci siamo divisi i compiti ma trovati comunque al buio pesto ad appendere gli ultimi bastoncini.

In un parco, deserto, con i coyote, dicono.

Ma non si sono visti, forse era troppo presto. La luce delle torce un po' ballerina ci ha guidato alla macchina e poi ci siamo spostati in zona partenza/arrivo/ristoro di passaggio (la gara prevedeva un giro da 50miglia e due da 25).

I concorrenti erano una trentina e quindi non è che il posto fremesse di attività. Ogni mezz'ora circa ne passava uno, si controllava che fosse tutto a posto, lo si rifocillava a richiesta e via.

Si è dormito a turni (io dalle quattro alle sei) e quindi si è potuto apprezzare il bastardo vento pomeridiano serale che spira dall'oceano, ma di più il fatto che poi smette e resta il suono delle onde (e quello del generatore, che ci permetteva di vedere ed essere moderatamente riscaldati nella tenda a due pareti che costituiva il quartier generale).

I concorrenti che ho visto erano tutti al settantacinquesimo miglio, che fa oltre centoventi chilometri, ma sembravano lucidi e tranquilli. Si son mangiati un po' di minestra calda, qualcuno una fetta di pizza fredda. Acqua nelle borracce e via. Qualcuno quasi subito e qualcuno dopo un buon quarto d'ora di chiacchierata, che se lo moltiplicate per i posti di ristoro fa un bel po'.

Oltre il cinquantesimo miglio erano ammessi i pacer, che sono di fatto un amico compiacente che corre con te facendoti compagnia e, possibilmente, va a chiamare i soccorsi se a causa di un colpo di sonno finisci in un burrone.

In realtà i pacer sono quelli che ho visto in peggiore condizione. Uno è stato letteralmente guidato al ristoro dal concorrente e si è accasciato su una sedia chiedendo pietà e un po' di ghiaccio per le ginocchia doloranti.

Al mattino sono arrivati anche i volontari che avevano passato la notte agli altri ristori, piuttosto isolati, con racconti di coyote in litigio e un procione ostinato che voleva approfittare del cibo a disposizione dei concorrenti.

In definitiva un bel modo di trascorrere una serata alternativa. Come al solito consiglio a tutti di partecipare come volontari all'organizzazione di qualche gara, non necessariamente così lunga. Si impara molto dai concorrenti e sulle difficoltà che mettere in piedi un evento del genere comporta.

Per il resto mi ritengo ancora un corridore "solare", però quelle lampade frontali....

|

A cosa pensi mentre corri?

David Foster Wallace, con la sua consueta prosa articolata e coinvolgente, quella dei giorni migliori, ha fatto una riflessione interessante in un suo saggio dal titolo "Come Tracy Austin mi ha spezzato il cuore".

L'argomento era la biografia, che lo aveva profondamente deluso, della grande tennista . Da fan dell'atleta infatti le sue aspettative sul libro erano alte.
Purtroppo, come spesso accade in questi casi, il risultato era stato inferiore alle attese. Con l'occasione di stroncare senza pietà il libro, dai passi citati direi a ragione, Wallace ha sfruttato il momento per una riflessione sulla domanda che è costantemente nelle menti e nei cuori dei tifosi e appassionati: "cosa pensa l'atleta X mentre fa quello che sa fare meglio di chiunque altro al mondo?".

Niente.

Questa è la conclusione a cui giunge il buon David.
E non è un niente vuoto causato dalla pratica che aliena da ogni pensiero ma è un niente pieno di consapevolezza del momento.

Per poter colpire una pallina che viaggia a velocità stratosferiche, o atterrare dopo un salto, o vincere una volata di quarantadue chilometri, il meglio che un atleta possa fare è agire. Il pensiero, specialmente quello introspettivo, filosofico e "dubitante", è meglio che stia fuori dall'anima e dal corpo nei momenti della gara.

La spiegazione scientifica (vedi Speciani e Trabucchi, più volte citati in queste pagine, per una trattazione comprensibile dell'argomento) è che il lavoro controllato della corteccia cerebrale, la parte più evoluta del nostro cervello, quella che ci diffferenzia dagli animali, quella che ci permette di imparare i gesti straordinari che compiamo, è lento e "meccanico".

Passato il periodo dell'apprendimento del gesto motorio è opportuno che la gestione del movimento avvenga a livello sottocorticale, a livello di strutture più primitive e meno introspettive. Gente che fa.

E' anche il motivo per cui sembra che nei duelli del far west vincesse chi partiva per secondo, reagendo meccanicamente ad uno stimolo, invece di agire coscientemente.

L'unico pensiero cosciente che l'atleta di vertice (ma anche quello di base, se vuole esprimersi al massimo relativo*) può permettersi e quello di lasciare agire il corpo ed uniformarsi a questo, nel senso di diventare un tutt'uno presente al momento in essere.

Poi, chiamatelo "essere nella zona", zen, meditazione, consapevolezza estrema, quello che volete, anzi no! non dovete neanche chiamarlo, altrimenti vuol dire che non ci siete.

*: ovvio che la corsa (nel nostro caso) si può anche sfruttare per altre attività, per esempio scrivere mentalmente questo messaggio o altri di cui le altre attività che la corsa consente saranno argomento.
|

Organizzazione

L'altra sera sono stato alla festa organizzata per i volontari che hanno contribuito alla realizzazione della Treviso Marathon.

C'erano oltre 1700 (millesettecento) persone. Contando gli assenti si arriva a quasi 2000 (duemila).

|

Karno II

Chiedo scusa, poi non ne parlo più per un po', ma trovo che sia una immagine che valga la pena di essere tratteggiata, per mere questioni di forma, senza alcuna considerazione di merito:

Dean Karnazes è da qualche parte nel New Jersey, in pantaloncini corti e maglietta, con un passeggino pieno di effetti personali, e sta chiedendo ai passanti indicazioni per raggiungere San Francisco.
|

convocazioni

Facciamo che eravate l'allenatore di una squadra di atletica.

Dovete fare le convocazioni per la gara dei 3200m, avete tre atleti di valore simile e solo due posti a disposizione.

L'allenatore di questa storia comunicò ai tre atleti che la scelta sarebbe stata fatta sulla base dei risultati di due gare.

Ecco come è andata:

gara 1
B 10.04
C 10.07
A 10.15

gara 2
A 10.07 (per un soffio)
C 10.07
B 10.18

Siccome si è trattato in sostanza di un pareggio l'allenatore decise di convocare A e B sulla base dei personali che erano:
A 10.01
B 10.04
C 10.07

In effetti non era una situazione facile.

Certo che se io fossi stato C non sarei stato felice della scelta. Avevo dimostrato di poter correre in entrambe le gare a livello del mio personale, facendo quindi ritenere che avrei potuto correrne una terza sullo stesso livello.

Seconda cosa il criterio di convocazione dovrebbe essere chiaro ed esente da interpretazioni. Se viene detto che si decide in base alle due gare si decide in base a quello e non, improvvisamente, sulla base di altro criterio.

Va detto che io sono a favore del potere assoluto dell'allenatore, il quale non dovrebbe essere tenuto ad effettuare trials per le convocazioni. La sua conoscenza degli atleti dovrebbe essere tale da consentirgli di prevedere come questi si comporteranno, mediamente, in una gara.

E' anche vero che magari le convocazioni sono fatte da un Commissario Tecnico che non vede quotidianamente gli atleti.

Alla fine, però, una volta che si dichiara un criterio di convocazione diverso dal "decido io" ci si dovrebbe attenere.
|

Non provatelo a casa



E' sempre corsa, più o meno.

Credo si ispiri a questa cosa
qua: www.parkour.com/
|

città dove andare a vivere

La rivista Outside ogni anno pubblica la classifica delle "migliori" città dove andare a vivere.

In italia si tende a stare dove si è nati o dove si trova lavoro, negli Stati Uniti si tende a puntare il dito sulla cartina e dire: "vorrei vivere quì, c'è (inserire vocabolo a scelta: clima, ambiente per la crescita dei figli, vicinato, ristoranti, scena culturale, scena sportiva etc) che mi piace.

Ecco quindi che un articolo come quello citato trova spazio nel mercato americano. Quest'anno tocca alle migliori città divise per attività outdoor svolta: ciclismo, canottaggio, corsa, arrampicata, etc..
Un vincitore più un'alternativa.

Per il trail running vince Bend, nell'Oregon. Città che, senza falsa modestia, avevo già nei segnato nei posti almeno da visitare. Motivazioni: situata a 1.100 mt slm, ha 77 km di sentieri
dentro la città, 17,7 km di sterrato lungo il fiume Deschutes, poco più di un milione di ettari di terra del Servizio Forestale intorno, e 300 giorni di cielo sereno all'anno.

Seconda Charlottesville, Virginia. Non sono forte sulla costa est e quindi per me una sorpresa. La motivazione sta nella posizione, nel raggio di 30 km si trovano il Shenandoah National Park, George Washington National forest e Blue Ridge Mountains.

La classifica assoluta la vince Boulder, Colorado. Anche quì, si va sul sicuro, per quanto ci sia un articolo ironico sul fatto che la vita quì non sia tutta rose e fiori.

Una sintesi di quanto scritto da Marc Peruzzi, direttore di Skiing Magazine:

"Boulder é la mecca di chi pratica attività sportive outdoor, un grande posto per viverci se siete degli appassionati, perché ognuno sembra e pensa esattamente come voi (se i vostri denti sono bianco perla e il vostro battito cardiaco a riposo è sotto i 45 bpm). Eccetto il fatto che sono migliori di voi. Accettatelo e non avrete problemi.

C'è sempre qualcuno che attacca, ricordate quando al tour de france 2005 la squadra della T-mobile continuava ad attaccare la Discovery nel tentativo di fiaccare Lance? Ecco più o meno com'è un giretto in bici a Boulder.
Tipi strani attaccano. Vecchietti con barbe grigie e bici in acciaio attaccano. Vi distraete un attimo e persino i vostri amici attaccano. E le donne: le donne attaccano sempre, sono le peggiori.
Anche tipi lenti come me attaccano. L'altro giorno mi stavo portando sotto ad un ciclista professionista in una salita brutale. Il mio battito cardiaco era più o meno al massimo, ma mi sentivo bene. Ero nella "zona". Forse quattro anni spesi a Boulder stavano pagando qualche dividendo in temini di fitness, pensavo.
Poi ho capito, stava recuperando durante delle ripetute, non appena la sua frequenza cardiaca è scesa sotto i 65 bpm è andato. Almeno ha detto "senza offesa" prima di accelerare.

E non importa che sport fate, soffrirete simili umiliazioni.

Vi credere un alpinista? i camerieri dello "Sherpa" hanno scalato l'Everest. Ma almeno quei ragazzi sono gentili. Se Reinhold Messner entrasse nel negozio "Boulder's mountaineering" per comprare un moschettone, i commessi lo guarderebbero con sufficienza."
|

La maratona da correre assolutamente

Sarà che vengo dagli anni ottanta, podisticamente parlando. Prima, cioè, dell'esplosione planetaria di New York.
Per me la maratona da correre è sempre stata
Boston. E' la più antica ancora in attività, è un da quì a lì ondulato, difficile, ma di soddisfazione.

Sarà che in qualche parte del percorso ci sono stato durante una vacanza, sarà per i mille ricordi che ci sono legati.

Poi
Boulder Backroads. Forse perché Boulder, nel Colorado, l'ho sempre associato ad una specie di mecca della corsa. Forse perché è tutta su sterrato.

E poi lo senti, la tua maratona è la tua, non serve un perché.

Quella che "bisogna" fare è un'altra cosa, che c'entra ben poco.


*non ho ancora corso nessuna delle maratone citate. Del resto, se hai già realizzato tutti i tuoi sogni cosa ti resta?
|

Non è detto che si debba per forza correre la maratona

Che uno si può pure divertire a fare la corsa domenicale, oppure spremersi su un cinquemila, o anche dare tutto su una campestre, persino ammazzarsi di ripetute.

Basta trovare la corsa che piace o che ci dà qualcosa.

Quella che "bisogna" fare è un'altra cosa, che c'entra ben poco.

|

il personale

Uno dei grandi miti.

Estensivamente è la nostra migliore prestazione personale. E' un punto di riferimento, una espressione del meglio che siamo riusciti a fare, per qualcuno è anche espressione di sé all'interno di una scala di valori rappresentata dai personali di tutti gli altri (vedi
favoletta per dettagli).

Di fatto è un punto di riferimento che conferma il risultato del lavoro svolto, una specie di patente dell'impegno.

Ho visto gente al campo esprimere soddisfazione per aver terminato una maratona in 3h20', senza allenamento, "Pensa se mi fossi allenato".
Senza scomodare la parabola dei talenti tale affermazione è stata subito freddata da un "se arrivasse quì Tergat dicendo che ha fatto 3 ore senza allenarsi pensi che gli diremmo 'bravo'? Gli diremmo 'mona'* allenati e vedi quello che riesci a fare invece "

Perché in effetti il fascino di sapere fino a dove si riesce ad arrivare è innegabile. L'idea di aver lavorato mesi, e dato il proprio massimo, dà anche un senso di realizzazione, di raggiungimento di un obiettivo concreto.
In tempi in cui i confini delle nostre prestazioni nella vita sono piuttosto indefiniti è un simpatico aiuto.

Questo vale in generale, e ancora di più tra gli amatori, per i quali il gareggiare per un posto in classifica non ha poi questo grande significato e, tolti gli avversari personali, lascia poco per capire se si è fatto bene o male.

A livello agonistico la situazione è, a mio avviso, diversa. Il perseguimento a tutti i costi del personale, considerato come espressione del proprio valore di atleta, invece del piazzamento, può portare a delle conseguenze spiacevoli.

Esempio: due saltatrici in lungo.
A sta inseguendo da tempo il personale senza fortuna, è infatti ferma a 5m32 ma sente di valere di più.
B non si cura di quanto vale perché lei gareggia per vincere, al momento ha fatto 5m28.

A se ne frega degli altri, lei vuole fare il personale anche se arriva ultima.
Per B basta vincere, anche se fa 4 metri se ne frega.

Arriva il giorno speciale, vento a favore ma entro i limiti, clima perfetto.

A, al primo salto, plana a 5m54 ed è felice. Da quel momento in poi la gara per lei è finita, Qualche nullo, ma comunque non c'è più con la testa.

B sembra un mastino dei cartoni animati. E' assatanata e all'ultimo salto, dopo una gara in crescita atterra a 5m60, personale (ma se ne frega), e vittoria, che era quello che le interessava.

Con questo cosa volevo dire?
Che il personale è un punto di riferimento traditore. Se ne diventiamo schiavi ci può far del male.

All'amatore che lo identifica con sé stesso e non una sintesi del proprio lavoro, può togliere la soddisfazione e l'arricchimento della corsa, inseguendo numeri invece che utilizzandoli come amici che indirizzano. E non parliamo della malaugurata ipotesi in cui si inizi ad invecchiare (ci sono comunque le tabelle di comparazione per fasce d'età, se proprio non si riesce a superare il trauma)

All'agonista che lo identifica con il proprio valore atletico può essere alibi per rifuggire l'agone vero che nel suo caso starebbe nel confronto con gli altri.





* mona: tipico epiteto veneto assimilabile a 'idiota', 'babbeo', in italiano.
|

L'emerodromo

Ben prima dell'avvento di internet c'erano dei personaggi che garantivano il flusso delle informazioni spostandosi, a piedi, anche per lunghe distanze: gli emerodromi.

Oggi si tratta di una professione il cui mercato non è molto florido, eppure la simulazione della giornata tipo di un emerodromo sta raccogliendo i favori di un numero crescente di appassionati che vengono definiti ultramaratoneti.

L'ultramaratona è una specialità che raggruppa tutte le distanze superiori ai 42km e 195 metri della maratona. Tipicamente dai 50km in su. Per gli statunitensi è peggio ( da un certo punto di vista) perché, dove gli europei si misurano per esempio nella ormai classica 100km, per loro sono 100 miglia, che in chilometri dà oltre 160, e in ore porta la questione oltre il dì, espandondosi nei confini indefiniti della notte*.

Se guardiamo allo sforzo, senza andare troppo nei dettagli, la maratona chiede un pedaggio che le ultramaratone non chiedono.
La durata e i ritmi della maratona sono un compromesso tra il consumo di zuccheri e grassi. Le riserve di zuccheri, infatti, non sono sufficienti per una maratona tirata. Quindi tocca correre con una miscela di grassi cercando di ottimizzare velocità e consumo, perché se finiscono gli zuccheri si entra in un mondo confuso e traballante, un mondo orizzontale, in quanto in vericale si fa fatica a stare (per chi è interessato l'argomento viene ben sviscerato, anche dal punto di vista dell'allenamento specifico, nel libro "Mente e maratona" di Trabucchi e Speciani)

Nelle ultramaratone i ritmi sono, necessariamente, più lenti, si va principalmente a grassi, e di quest'ultimi ne abbiamo anche da donare ai bisognosi, e si può mangiare senza incidere sulla prestazione più di troppo.

Conclusione: lo sforzo percepito è inferiore e si riesce ad affrontare la gara senza quel grosso rischio del "muro" di maratona.

Mancherà l'adrenalina del correre sul filo del rasoio, ma si entra in un mondo fantastico, nel senso che dopo quattro o cinque ore di viaggio cambia la dimensione filosofica.
Cambiano i parametri che nella vita civile consideriamo imprescindibili. E ne vengono fuori delle belle scoperte, di se stessi principalmente.

Il tempo tiranno che ogni giorno scandisce i nostri ritmi perde un po' di potere. Sì, arrivare prima è meglio, c'è sempre l'attrazione fatale del personale, ma in fondo ci si gode l'essere la fuori, padroni di sé stessi, con l'unico imperativo di avanzare, ma, se ci si ferma a guardare una radura che si apre improvvisamente dopo chilometri di bosco, non è poi la fine del mondo.

Alla fin fine si porta un messaggio importante a sé stessi: un po' di attenzione.

Nota a margine: alcune sensazioni sono riproducibili anche su distanze più brevi corse a ritmi lenti.

*: in realtà anche chi vive in paesi decimali prova il brivido della notte. Gare, come per esempio la 100km del Passatore, partono al pomeriggio e vedono i più lesti tagliare il traguardo comunque a sera ben inoltrata.
|

La lepre

Quando facevo l'allenatore c'era un gioco che mi piaceva far fare ai giovani che si affacciavano speranzosi al mondo dell'atletica.

Si trattava di una gara di regolarità: dato un tempo accessibile a tutti sui 400 metri vinceva chi riusciva ad avvicinarcisi di più.
Ne uscivano dei risultati interessanti. La prima volta era una specie di suicidio. Tutti al massimo, e non cambiava praticamente nulla rispetto ad una gara normale.
In poche sedute la situazione si ribaltava e, con le ovvie differenze di prestazioni, tutti cominciavano ad interpretare la prova correttamente, gestendo lo sforzo in relazione all'obiettivo stabilito.

Questo gioco dava a tutti la possibilità di vincere, indipendentemente dalle potenzialità fisiche, ma aveva lo scopo, principalmente, di costruire una sensibilità al ritmo.

Era utile anche per i velocisti, ma in particolare ai corridori di lunga lena creava le basi di quella che è la dote principe (principessa?) del fondista.

Chiunque abbia mai corso una maratona partendo troppo forte (quindi tutti quelli che ne abbiano fatta almeno una) sa di cosa parlo: della capacità di correre ad un ritmo non massimale adeguato alla distanza da percorrere.

Negli ultimi anni il gioco viene fatto anche dagli adulti (non che con questo voglia assumermene alcun merito, ci sono arrivati da soli) con l'organizzazione delle lepri per tutti. Ormai le maratone importanti offrono un servizio di pacemaker che in genere va di quarto d'ora in quarto d'ora dalle tre ore auspicate fino a "entro il tempo massimo".

Ci sono atleti che si sono specializzati in questa attività, che svolgono con apprezzabile perizia, e che presenta delle difficoltà per certi aspetti superiori a correre al massimo.

La distribuzione della prestazione dev'essere assolutamente precisa dall'inizio alla fine, con margini di errore estremamente ridotti. Errori che, tra l'altro, non vengono pagati dal singolo ma da tutti quelli che di lui si sono fidati.

E' quindi comprensibile anche la pressione cui le lepri sono sottoposte.

Eppure sempre più persone si offrono e svolgono questo ruolo con perizia e soddisfazione. C'è l'aspetto prestazione individuale, il fattore sociale e il divertimento di correre senza doversi spremere al massimo per fare il personale.

Maratone tirate se ne potranno fare un paio all'anno, mentre la lepre uno la può fare molto più spesso, mettendo in gioco la testa più che il fisico.

Senza poi dimenticare che, una volta che la lepre decida di correre la maratona cercando la prestazione, avrà acquisito quella capacità di leggere il ritmo che è fondamentale in questa gara.


|