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Il grosso paradosso della corsa di resistenza.

Perché alla fine, della corsa si può dire tanto, e se ne dice, ma, tolti tutti gli extra, alla base c'è la sopportazione del disagio, del dolore, della fatica.

Chi corre conosce i sintomi e sviluppa una corteccia più o meno grossa per sopportarli. O smette. Perché, di nuovo, è quello che la corsa è, per la maggior parte del tempo.

Il problema in tutto questo è che il dolore è un segnale di pericolo che il corpo ci invia. Un bel sistema di protezione che avvisa "ehi, se continui così potremmo avere dei problemi".

E la vita di chi si allena è segnata dalla costante ricerca di andare un po' oltre quei limiti percepiti, sperando che siano solo tali, e non reali.

Oltre al disagio/sofferenza per il cercare di andare un po' più forte o lontano della volta precedente c'è anche il segnale di qualcosa che è sulla via della rottura.

Il segnale è chiaro e inequivocabile, "fermati, c’è qualcosa che non va”.

Il tutto in una persona normale avrebbe la conseguenza logica dello stop e attesa che il problema si risolva.

Nel corridore di resistenza, però, la mentalità, l'esercizio, lo scopo ultimo è proprio superare quelli che sono i segnali di disagio. E quindi, spesso, il segnale preinfortunio viene ignorato, perché fa parte della cultura della corsa.

E trovare quell’equilibrio non è facile.

E’ di pochi giorni fa la notizia del ritiro dalle corse di Gebrselassie. Alla conferenza stampa della Maratona di New York (dove si è fermato per un problema al ginocchio) ha detto in lacrime che è il momento di fermarsi. “No more complain”. “Basta lamentarsi”. Non si ferma perché ha problemi fisici, ma perché non vuole più lamentarsene. Una scelta comprensibile per chi abbia fatto una carriera della sopportazione del disagio.
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