Strategie e tattiche per la gestione delle crisi

Chi abbia corso, poco o tanto non importa, sa che il momento di difficoltà, La Crisi, prima o poi arriva.

Chi abbia letto qualche libro di Trabucchi (vedi
riferimenti bibliografici) sa anche che c'è un dialogo tra corpo e mente in cui entrambi si influenzano a vicenda.

Questo significa che se il corpo dice che è stanco, e la mente gli risponde che è vero, il corpo si sentirà ancora più stanco, forte di questa validazione.

E' però anche vero il contrario, se uno dei due (corpo e mente) fa finta che non sia vero, l'altro ci casca e reagisce ristrutturando le sue sensazioni, arrivando a stravolgimenti miracolosi della situazione.

Prima di andare sulla possibilità di influire volontariamente sulla situazione, vediamo tre esempi di soluzione "involontaria" di una crisi, e pensate se non vi sia mai capitato.
State correndo, esausti per aver forzato ai limiti delle vostre possibilità. Il mondo vi appare grigio e lattiginoso, trascinate i piedi e avete rischiato di inciampare, o l'avete fatto, su un sasso neanche tanto grande, e da lontano vedete comparire:
1) i vostri amici che vi incitano a gran voce applaudendo;
2) un fotografo dell'organizzazione che immortalerà la vostra condizione per i posteri;
3) un pastore tedesco che pare non troppo felice del vostro arrivo.

Ditemi che tutte le vostre miserie legate alla stanchezza non scompaiono per un tempo più o meno lungo, senza che le vostre condizioni fisiche siano effettivamente cambiate.

Una volta coscienti di questo doppio filo che lega corpo e mente vediamo come si può influenzare questo dialogo.
Per prima cosa io direi di fare una rapida valutazione dei motivi della crisi, che possono essere seri o meno.

Per esempio avere corso le ultime due ore in pieno sole, senza bere una goccia d'acqua, e sentire una certa secchezza delle fauci lo potremo per comodità definire un motivo serio. Se al settimo chilometro di un diecimila avete un momento di difficoltà direi che potremmo definirne il motivo come meno serio.

Nel caso di crisi causate da problemi di tipo metabolico, fame, sete, squilibrio di sali, è opportuno comunque agire sulle cause principali perché ogni trucco mentale è destinato a durare poco (ma comunque potrebbe funzionare per un po').

Ma vediamo quali potrebbero essere queste tattiche.

Una delle mie preferite e quella di togliermi l'onere della decisione. Quel tarlo che, specie se sei stanco, ti consuma energie a gratis, che potrebbero essere meglio spese.

"Mmmh, fa freddo, tira vento, un tempaccio per uscire".
Questa è una crisi preventiva, priva di basi metaboliche, che ho dovuto affrontare parecchie volte. Beh, io esco comunque dieci minuti, e se poi sto proprio male torno dentro. Una volta fuori e avviati in genere si continua ad andare.

Nelle gare lunghe il ritiro non lo prendo in considerazione, a meno di infortuni che possano crearmi problemi a lungo termine. Non ho la pressione di dover pensare "mi fermo o no?" e quindi posso rilassarmi e pensare ad avanzare.

Domenica, dopo un terzo di gara, in piena crisi, l'idea di ritirarmi mi aveva onestamente sfiorato.

Però non avevo problemi fisici, e ho prima pensato che avrei dovuto telefonare e spiegare a tutti che non ce l'avevo fatta.

Un lavoraccio, mi son detto, non voglio farlo, né voglio rendere inutile il sacrificio di chi è venuto a sostenermi.

E poi mi è venuta in mente la frase di Livio Tretto, quando gli dissero che il suo allenatore pensava non ce l'avrebbe fatta a finire gli ultimi 15km di una 100:
"Si è vero...forse...ma avrebbero dovuto spararmi nella schiena..."

Così ho lasciato la decisione ai direttori di gara, se non arrivavo ai cancelli in tempo era giusto che mi abbattessero.

Loro.

Io sarei andato avanti sino ad allora.

Una volta tolto l'onere della decisione di fermarsi rimane comunque il problema di andare avanti.

Una prima tattica potrebbe essere di tipo fisico: accorciare il passo, alleggerire l'appoggio, sistemare la postura (in pratica quello che facciamo quando vediamo il fotografo in lontananza). Da provare, non richiede sforzi di motivazione e ci fa sentire subito meglio. Uno di quei casi in cui la forma equivale a sostanza.

Un'altra invece di tipo mentale. Sessanta chilometri sono una distanza enorme, in fondo anche dieci. Se ci poniamo l'obiettivo di arrivare solo fino al prossimo cartello chilometrico ecco che l'impresa sembra percorribile. Uno dei miei riferimenti in questo campo era arrivata a porsi l'obiettivo di contare fino a 100, e poi vedere. Nel caso di gare in montagna lo scollinamento è sempre un bel posto dove porre il proprio traguardo parziale.

Una delle crisi che a me stava proprio antipatica era quella del settimo chilometro sulle gare di dieci. Non aveva motivazioni serie per me e non la voleva degnare neanche di trucchi, la battevo a viso aperto sistemando la postura e accelerando. Questione di qualche centinaio di metri e ci si poteva rilassare sull'andatura di gara che a quel punto sembrava pure facile.

C'è poi chi usa i mantra da ripetersi in modo da entrare in una specie di trance. Io non è che ci riesca. Quello di
Sarah Reinertsen è "hot shower, cold beer, straight ahead". Che suona più o meno "doccia calda, birra fredda, dritto avanti".

E poi ce ne sono altre, ma non oggi. A livello generale è importante acquisire la consapevolezza che fatica e difficoltà fanno parte della corsa, non come avversari ma come parte integrante del processo di apprendimento. La fatica va quindi accettata, ma su questo ci sto ancora lavorando.

In estrema sintesi, la cosa più importante da ricordare è che
se pensiamo di essere stanchi in effetti lo saremo, e viceversa.