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19ma corsa di Santa Caterina - Barbisano TV

Alla faccia del non ci sono più le mezze stagioni.

In un novembre umido e caldiccio, in cui il bosco dà il meglio di sé, ecco che arriva Barbisano, uno degli appuntamenti da non mancare. Lo conferma il numero di persone alla partenza, nonostante il tempo incerto.

Da non mancare, si diceva, perché è una di quelle marce alla scoperta del territorio, collinare, agricolo, boscoso, colorato ed operoso, morbido e inclinato in varie angolazioni. Asfalto, sentiero, sterrato, campi, ti tirano dietro un po’ di tutto e tu restituisci un sorriso soddisfatto.
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Il giusto sforzo

Stamane, prima di lasciare casa per la 22ma corsa dello sport di Mosnigo, sono incappato in questo articolo (in Inglese) che direi val la pena di diffondere.

Invita a tenere entrambi gli occhi sulla via, perché distrarsi cercando di arrivare prima possibile al traguardo può essere, paradossalmente, uno dei maggiori fattori limitanti della prestazione.

E tutti quelli che hanno perso settimane o mesi per un infortunio causato dall’aver affrettato i tempi (si guarda in giro, fischietta, finge indifferenza) ne trarrebbero giovamento.
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Tra la piadina e lo zen

Il Giro della Piana Sernagliese (giunto, non a caso, alla 35ma edizione) si svolge tradizionalmente poche decine di minuti dopo la diretta australiana della motoGP. Questo garantisce menti e gambe già sveglie, e tempi più rapidi del solito, dopo aver accompagnato, sul divano, pieghe e derapate.

Senza eccezioni il tempo finale è risultato più breve di ogni previsione. Anche il percorso. La 12 chilometri (sostantivo) era lunga 10,750, a detta di GPS consultati all’arrivo. Ma, quel che più interessa, o può interessare, è che il percorso è leggermente variato, aggiungendo ulteriore sottobosco e colori autunnali.

Una piacevole sorpresa che non ho potuto apprezzare del tutto, in un periodo in cui dopo poche centinaia di metri comincio già a cercare affannosamente segni di traguardo.

Il desiderio di esserci non era dei più forti, ma sono rimasto, perché a volte è quello che devi fare. Durante la settimana infatti sono incappato nei
consigli di Chuckie V, valente triathleta di un tempo e attualmente allenatore.

Mi ha opportunamente ricordato che ci si dovrebbe allenare con l’idea di prepararsi ad una giornata difficile, non alla migliore della propria vita. E se alla fine il motivo principale per cui corro e perché mi diverte, capita che ha volte si debbano serrare le mascelle e portare a casa il risultato comunque, che se ne trarrà beneficio a tempo debito.

Forte di queste idee ho lasciato che le gambe facessero il loro lavoro, godendone la semplice ed efficace azione, libera di condizionamenti intellettuali, di desideri e paure. E, alla fine, mi sono perfino goduto lo spettacolo.
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aver voglia di aver voglia di correre

Ieri, dopo mesi, mi è venuta voglia di aver voglia di correre.

Già, c’ero così lontano che non ero neanche sulla soglia, ma ancora al cancello di fuori.

Comunque, per quei mesi, si è tenuta botta, contenendo le perdite, coccolando il tendine arrabbiato, e camminando come non mai. Ché siam corridori di lunga lena, e non va sempre peggio. Prima o poi...

Oggi.

Oggi, nel circuito del Lago Morto, il sacro, vitale, fuoco è ricomparso. Quello che ti fa sorridere senza apparente ragione, e sentire leggero a dispetto della gravità del peso.

Ma, soprattutto, quello che ti fa godere di quello che stai facendo in quel preciso istante.

Descrizione da vocabolario della felicità.
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Motivazione, perseveranza e semplicità

L’anno scorso avevo scritto di Jasper Halekas, e di come mi aveva impressionato per essere andato, la sera prima, in bici alla partenza di una 50km, averla vinta in 4h16’, e dopo poche decine di minuti essere partito per pedalare i 170km del ritorno.

Quest’anno Jasper è arrivato quarto alla
Western States, la 100 miglia più famosa, in 16h56’.

Potrei dire che mi ha colpito per questo, ma non sarebbe del tutto vero. Ha anche corso quelle 100 miglia stanco dall’inizio, e senza aver tanta voglia di correrle.

Ma, ancora, la cosa che mi ha impressionato di più alla fine è stato vederlo stamane in una gara locale, distribuendo pettorali prima della partenza, e magliette dopo l’arrivo.
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Una Storia di Viaggi

Una storia di viaggi che avevo scritto qualche tempo fa e che, ironia della sorte, non è andata da nessuna parte:

“Tu corri? ”
“Sì”
“Hai fatto la Maratona di New York? ”
“No, tu hai mai fatto l’allenamento di gruppo del sabato mattina? ”

La frase finale non l’ho mai pronunciata, fino ad oggi, mentre le altre due domande mi sono state poste molte volte.

Con quel misto di entusiasmo genuino e capacità imprenditoriali, che caratterizzano la cultura americana, la Maratona di New York è diventata il simbolo della Corsa per chi non la pratichi, e anche per molti che la praticano, ed ha anche fatto da motore ad un fenomento che non esisteva fino ad alcuni anni fa: il turismo con il pretesto della corsa, o viceversa.

Ma non è di questo che volevo parlare (come sempre, quando mi chiedono se ho mai corso la Maratona di New York), volevo parlare del mio allenamento di gruppo del sabato mattina, “al campo”, perché è il viaggio più lungo che faccio durante una settimana qualsiasi.

O dovrei dire, i viaggi.

Serena, mia moglie, mi deposita fisicamente all’ingresso della pista di atletica verso le nove e trenta, e lì si inizia il riscaldamento, in genere tra i trenta e i quarantacinque minuti di corsa lenta. Sembrano tanti, ma chi li conta se stai chiacchierando del più e del meno, e creando quei legami che solo lo svolgere un’attività faticosa assieme cementa. E il correre in tondo? Non è noioso? No, a me piace correre, mi piace il gesto semplice e allo stesso tempo complesso, devi curare l’appoggio del piede, l’assetto del corpo, la respirazione, persino la contrazione dei muscoli facciali.

E se ti ci metti ne hai di strada da fare. Finché si parla di appoggio del piede e assetto, si hanno tutto sommato dei riferimenti fisici cui appoggiarsi. Ma quando si entra nel rilassarsi iniziano i dubbi e le difficoltà. Come ti rendi conto che hai le spalle rigide? o la caviglia della gamba libera non abbastanza sciolta? Dopo un bel po’ di chilometri cominci a capire, ma tante volte devi lavorare al contrario, contraendo le spalle, per poi poterle rilassare, chiudendo i pugni per poi lasciar andare le mani, e, perché no, improvvisando qualche smorfia con la faccia prima di liberarla dal giogo dello sguardo corrucciato da duro, utile magari al lavoro, ma non molto efficiente quando si cerchi di risparmiare ogni molecola di carburante disponibile.

Il tutto mentre stai commentando i recenti exploit podistici degli atleti d’elite, o semplicemente scambiando aneddoti sulla settimana appena trascorsa. Il tutto in un luogo in cui hai cominciato a correre, quasi trent’anni fa.

Probabilmente non è classificabile come viaggio esotico, decisamente potresti correrci ad occhi chiusi, il tombino alla curva dei trecento sul giro interno, la barriera delle siepi che restringe il passaggio, le due panchine del calcio, e di nuovo. Ma chi l’ha detto che il viaggio debba per forza essere esotico, o debba per forza comportare uno spostamento fisico di una certa entità. E il tempo? la memoria? Le centinaia di persone che sono passate di lì e hanno condiviso con te uno o più giri all’interno della pista? Periodicamente qualcuno ricompare, e via ad aggiornarti su quello che è successo nei mesi, a volte anni, di assenza. Il campo è sempre lì, un centro culturale e umano.

Mi ricorda quel vecchietto, citato da un mio amico, che ogni mattina scivolava dentro un’area di sosta autostradale in Francia, con la sua sedia pieghevole. Si accomodava lì e chiacchierava con tutti quelli che si fermavano. Non era mai andato più in là del suo paesello e di quel parcheggio, ma conosceva un po’ tutto il mondo, perché aveva la curiosità e l’anima del viaggiatore.

Ma la corsa del sabato mattina è anche Allenamento, per cui, finito il riscaldamento si sospende la socializzazione, l’occhio si fessura e inizia il lavoro specifico, magari delle variazioni, in pista.

Si varcano soglie, si entra in mondo dove non si riesce a pronunciare più di qualche parola alla volta, neanche consecutivamente. Ma se si può si evita pure quello. Capita di fare venti minuti silenziosi in pista, senza contare i giri, chi ne ha voglia quando tutto il tuo corpo, la volontà, e lo spirito, sono uniti per uno scopo: avanzare.

E, di nuovo, nell’ovale rosso e bianco, parti e arrivi più o meno nello stesso punto, ma quanta strada si può fare dentro di noi, attingendo a riserve che non si sapeva di avere, o alleggerendo il passo per limitare il consumo, una volta che si vede il fondo buio di quei serbatoi. E che dire di quando si scava per trovare qualche risorsa in più, girando a destra e manca, dentro e fuori stanze che spaventa aprire.

Un’altra volta, in un tremila, si parte coscienti che il ritmo richiesto è troppo veloce per le nostre possibilità. Ma si parte, siamo quì, anche, per esplorare i nostri limiti, e quindi può capitare di trovarli. Uno, due, tre giri. Qualcuno parla, un soffio veloce, “mancano due giri”. Ti stizzisci, non siamo neanche a metà, e non vuoi realizzare quanto manchi, ma solo completare la più piccola unità di lavoro cui riesci a pensare. All’inizio è un giro, poi si passa a mezzo, all’angolo da raggiungere, il singolo passo. Quando non puoi più ridurre sai che hai finito, ma questa volta non accade, anzi, riesci ad aumentare leggermente e finire in progressione. Poi i soliti primi metri del dopo, in cui cerchi tutta l’aria che puoi, ma già alla fine della curva trovi che la corsetta del recupero sembra quasi confortevole, fino alla prossima ripetuta.

E passa anche il lavoro duro, passa sempre, e si torna alla corsa lenta finale per scaricare, togliersi le scorie, pagare i debiti di pochi minuti prima. Il fiato è tornato, qualcuno magari parla, ma è più un condividere in silenzio uno sforzo comune.

L’allenamento è finito, ma la pista è a dieci chilometri da casa, ricordate? Mi avevano depositato lì all'inizio, e quando posso torno a piedi. Nostalgia di un passato mai stato. Molti dei fondisti di grande livello infatti hanno in comune una infanzia di povertà e di scuole lontane da casa, raggiunte spesso a piedi, correndo. Un economico mezzo di locomozione, l'unico che potevano permettersi.

Io ho avuto un’infanzia felice e fortunata, mi portavano a scuola in pulmino. Ho un ricordo di mattinate invernali trascorse ad aspettare il mezzo di trasporto, giocando al “Campanon”: saltelli con un piede su un percorso disegnato a terra con il gesso, alla caccia di un sasso segnaposto lanciato poco prima. Una benedizione per la coordinazione occhio-mano, occhio-piede, generale. Aerobicamente: un disastro. Ma è troppo tardi per lamentarsi (non sarebbe mai il momento giusto per farlo, in realtà ), e quella coordinazione ha fatto comodo molte volte. Ciò non toglie che capiti di fantasticare di come sarebbe andata se il viaggio per il quotidiano impegno giovanile fosse avvenuto correndo, magari con qualche deviazione inattesa, in fondo era tutta campagna dove, adesso, ti diverti a disegnare complicate evoluzioni per raggiungere il chilometraggio prefissato dalla tabella.

Tornando ai miei viaggi del sabato mattina, si diceva del ritorno, che è quello più letterale. Novello bambino, cresciuto e, volontariamente, senza altro mezzo di trasporto, mi avvio verso casa. Il percorso è quasi tutto lungo l’argine erboso di un fiume di pianura. E su quelle anse cambia proprio la visione della corsa, non è più una preparazione, un qualcosa che stia facendo per scelta in vista di un obiettivo. Sto semplicemente andando a casa, utilizzando le mie gambe, se rallento troppo ci metto due ore, ma non lo sento come una costrizione, le lascio andare e pian piano trovo il punto di equilibrio, che quarda caso assomiglia al ritmo delle gare lunghe.

Il respiro è profondo ma non affannoso. I pensieri sono liberi di spostarsi, andando a sistemare un paio dubbi su una relazione di lavoro, perdendosi nell’immancabile curva del fiume dove l’acqua rallenta per poi continuare la sua, di corsa, scrivendo una storia tipo questa, con le parole che arrivano e ripartono in un viaggio continuo di cui a volte sono solo un passeggero.

Ponderi quanto sarebbe aumentato il tuo massimo consumo di ossigeno se l’avessi fatto ogni giorno dai 6 ai 15 anni, realizzi che probabilmente avresti odiato ogni minuto di quella cosa che ti impediva di giocare con i tuoi amici, mentre aspettavi il minibus.

Forse non avresti capito allora, e ti saresti giocato la comprensione di oggi. Forse. E’ un altro viaggio, in fondo, in un mondo parallelo e più aerobico, chi lo sa.

Intanto, senza metterci la mia fantasia, un tempo sufficientemente lungo di corsa scatena reazioni chimiche che somigliano agli effetti della droga, un “trip”, che poi è Inglese per viaggio, e che sembra solo recentemente siano riusciti a dimostrare scientificamente. Che noi podisti era da anni che glielo dicevamo. Le Endorfine, le sentivamo in circolo. E migliaia di mogli, mariti, mamme, compagni e compagne di vita possono testimoniare di sbalzi d’umore, nervosismi, e vere e proprie crisi di astinenza causa infortunio. Quando la dose quotidiana non è stata ottenuta. Che un po’ ti fa pensare, ma poi vai a fare una corsa e ti rilassi, in fondo è meglio una dipendenza da fondo medio che una, ben più costosa, da “speed”.

Ma prima di accorgersene, o prima che svaniscano gli effetti, si torna agli affari, gli ultimi due chilometri sono su asfalto, la casa è vicina (sembra che i cavalli da corsa accelerino quando si avvicina la stalla) e poi è sempre una buona politica finire in progressione, alla rotonda sono cinquecento, il mio asilo, trecento, duecento, cento, la mano destra va inconsciamente a fermare il cronometro. L’arrivo l’ho fissato ad un centinaio di metri da casa, così dò un’occhiata alle caprette del vicino (come vanno in salita, loro. Un po’ d’invidia. Ogni volta), cammino piano per gli ultimi passi, e torno gradualmente alla realtà.

I viaggi sono finiti, per oggi.
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Il Sacro Fuoco e le traversie del focolare domestico

Chi corre in genere non si infortuna in un momento. Per la maggior parte di noi l’infortunio è cosa che nasce come un fastidio, e, se non viene fermato da piccolo, cresce in una spirale di violenza che porta al fermo del podista per un tempo indeterminato.

Nessuno vuole vivere vicino ad un podista infortunato, è proprio un’esistenza misera. Ma succede.

Anche quando l’infortunio è traumatico, come una distorsione alla caviglia a Pasqua, succede che al rientro affrettato (ma lo si scoprirà solo dopo) le strutture prima e dopo la caviglia lavorino per compensare la mancata collaborazione della collega sofferente, e via ti si infiamma il tendine d’achille.

Corri sempre più piano e sempre meno, e a poco a poco il sacro fuoco, quell’energia che ti spinge a soffrire e a cercare quel qualcosa che non sempre sai cos’è, si affievola.

Il mio ormai era una fiamma pilota. Una decina di giorni fa l’idea di correre per più di trenta metri consecutivi mi sembrava inimmaginabile.

Siccome il podista è anche testardo, in una giornata, di trenta metri, intervallati da camminate più o meno lunghe, me ne facevo a decine. Giusto perché il naso fuori lo teniamo, e prima o poi riemergiamo.

Ma mi mancava quel po’ di velocità, quell’aria in faccia e ossigeno nei polmoni che alimentano, guarda te, proprio il fuoco sacro.

Però il lavoro sotto tono e controllato ha pagato. Ho cominciato a poter correre in discesa per qualche minuto consecutivo la scorsa setimana, e oggi ho partecipato ad una gara di 21km con quelle discese né ripide né piatte, in mezzo al bosco, con i tratti pieni di eucalipti, che ti sembra di stare dentro una caramella balsamica gigante.

E, per la prima volta da Pasqua, mi sono sentito normale.

I familiari, sentitamente, ringraziano.
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Libro: "Once a Runner" di John L. Parker

Il passo principale per poter discutere di questo libro è situarlo storicamente.

Si parla degli anni settanta negli Stati Uniti. La corsa era ancora una cosa che facevano gli atleti, principalmente. I Joggers erano appena nati grazie ad una visita di Bowerman in Nuova Zelanda.
Il professionismo nell’atletica delle Olimpiadi cominciava a muovere i primi passi, non ufficiali e principalmente in nero. Il serbatoio degli olimpionici erano le università, istituzioni che consentivano di dedicare all’allenamento quell’attenzione maniacale che un’attività di alto livello richiede.

E
La Gara per eccellenza era il Miglio (1609,34 metri). Tutte quelle più lunghe, maratona compresa, maratona soprattutto, erano un ripiego di chi non ce la faceva ad eccellere nella competizione regina.

Una riflessione sul miglio si impone a noi atleti metrici decimali. Al di là di tradurre la distanza, e pensare che in fondo è solo un po’ più lungo di un millecinque, merita notare il fatto che, su una pista anglosassone standard, di 440 yards (poco più di 400 metri), sono esattamente quattro giri. I più scaltri avranno subito notato che il muro più famoso del mondo, i quattro minuti sul miglio, lo si abbatte correndo i quattro giri in un soffio meno di un minuto ciascuno.

Non può sfuggire dunque il fascino simmetrico dell’equilibrio tempo/distanza e il fatto che anche il più sprovveduto tra il pubblico, o il più suonato tra gli atleti, non ha difficoltà a calcolare mentalmente, e capire, se il ritmo sia quello giusto per scendere sotto ai quattro minuti.

Una miscela esplosiva, quindi, e di sicuro successo per chi voglia parteciparvi, a qualunque titolo.

Erano anche gli anni in cui il chilometraggio settimanale la faceva da padrone, a qualsiasi costo, e i lavori intervallati erano i mattoni principali.

Quenton Cassidy è l’eroe del romanzo, un miler, di quelli buoni, che all’inizio del libro vale 4’00”3, e quindi può potenzialmente entrare nell’elite, e ha una sua etica della corsa, di cui non riesce fino in fondo a spiegare le motivazioni agli umani, ma che di certo rispetta con una dedizione religiosa.

La prosa è scorrevole e riesce a cogliere quegli aspetti della psicologia dell’atleta d’elite (e Parker era un buon mezzofondista) che sono così diversi da chi corra per perdere peso o divertirsi.

Molto, molto gustosi, per me, i ritratti delle diverse categorie di atleti, mezzofondisti, lanciatori, saltatori, velocisti. E tutto sommato interessante la storia di contorno che funge da volano per le battaglie interiori del protagonista.

Il libro è stato recentemente ristampato in quanto ne è uscito il seguito “Again to Carthage”. La ristampa era dovuta da tempo, visto che, usato, non ero mai riuscito a vederlo disponibile per meno di 70 dollari, una cifra che, onestamente, non mi ero sentito di spendere, pure se il libro venga acclamato da molti come il miglior romanzo sulla corsa mai scritto.

Se sia il migliore io non me la sento di dirlo, che sia buono senz’altro, e che lo spaccato nei pensieri di una persona che sta facendo ripetute valga il costo della ristampa anche questo senz’altro.

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Maratona di Scandiano RE

Rimando al racconto dell’anno scorso per alcune riflessioni sull’allenamento in generale, perché mi erano uscite bene, credo.

Quest’anno la maratona a staffetta (6 persone per 7 km a testa) mi ha confermato che la formula del lavoro di squadra è spettacolare, divertente e istruttiva.

Ci vorrebbero più staffette a questo mondo. Il Cross Country universitario negli Stati Uniti ha un feeling simile. Conta il gruppo più che il talento del singolo più forte. Anzi, è spesso l’anello debole quello più importante per portare a casa il risultato agonistico.

Quello del divertimento, invece, è garantito.
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4a marcia amici del parco Bolda - Santa Lucia TV

Gli Amici del Parco Bolda, che organizzano, sono anche amici nostri, e quindi non si può mancare a questa manifestazione.

Il percorso sarà apprezzato specialmente da quelli che vogliono roba scorrevole e compatta, per limare qualche secondo sul tempo dei 10km. Quasi tutto asfalto, infatti, e misurazioni accurate.

Ma anche chi si voglia semplicemente divertire troverà pane per i suoi denti, anzi, spiedo, alla fine, nella cornice del parco, dove le piante hanno un cartellino con nome e caratteristiche. Un toccasana per me, che non ho mai superato il trauma di non saper distinguere un larice da un abete, e la cui terminologia forestale non va molto oltre: albero, tronco, rami, foglie, lanceolato.
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