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Barkley Marathons reprise

Visto che non ne avevamo scritto nulla (vedi la mia sorpresa qui) aggiungo un paio di informazioni su Barkley.

Il rinvio alla
pagina, ufficiosa, ma più completa che esista, sull’argomento, con i risultati degli ultimi anni e link a vari racconti dei partecipanti.

Sono racconti in genere lunghi e sofferti. D’altra parte, per chi finisce, sono oltre 50 ore, che in cifre fa più di due giorni nella foresta.

E poi un
rinvio al video di un allenamento di Jared Campbell, giunto secondo quest’anno. Per chi non avesse tempo di vedersi tutti i nove minuti della sintesi consiglio di saltare al minuto 05:48 dove inizia la discesa sulla neve. Merita.
(nota geografica: l’allenamento è su un terreno ben diverso dal Tennessee di Barkley, ma mi sembra valido per altri aspetti.
nota tecnica: per motivi che mi sono oscuri non mi consente di inserirlo in questa pagina, da cui il link esterno a youtube).

Edit: altri due link interessanti al sito del fotografo Geoffrey Baker:
Bad Things Happen: una serie di foto dell’ambiente e dei personaggi
Out There: un progetto in cui vengono affiancate una foto fatta il giorno prima della gara e una appena terminata.
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Barkley Marathons

In questi giorni si corre la Barkley Marathons.

Ho cercato negli archivi di rualan.com per fornire un rinvio documentante, e, con mia somma sorpresa, non vi ho trovato che un breve cenno di rimbalzo.

Strano.

E’ sempre stata una delle gare che più mi hanno affascinato, perché strutturata per essere sfidante in assoluto. E la sfida è riuscire ad arrivare in fondo.

Alla Barkley quasi tutti vanno per vedere quante miglia riescono a fare prima di arrendersi, e non in quanto tempo riescono a completarla.

In venticinque anni di storia solo dieci persone sono riuscite a completare le 100 miglia (un circuito da 20 miglia da ripetere 5 volte) entro le 60 ore di tempo massimo.

Per dire, un mio conoscente, che si è fatto Hardrock e il percorso della Western States in inverno, alla Barkley va per completare un giro, due se proprio è in giornata.

Quest’anno c’è anche il progetto di girare un documentario finanziato dal popolo tramite
kickstarter: che siate interessati o meno a finanziare il progetto, il trailer nella pagina di presentazione merita una visione, fa un po’ di storia e un po’ di filosofia.
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33ma Correndo Lungo il Piave - Maserada (TV)

Non so se sia una mia impressione ma specialmente quest’anno mi sembra di notare un maggior numero di persone sui percorsi di quelle “marcette”.

Che avranno anche umili natali, costi ridotti e premi che a volte fanno sorridere di tenerezza, ma sono quanto di più vero ci sia in campo podistico. Si attraversa un territorio senza tante sofisticazioni, che ci sia polvere, fango o cemento, e, più spesso che no, ci sono tutti.

La specializzazione è un lusso da primo mondo, in fondo.
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38ma Panoramica di Savassa - Vittorio Veneto (TV)

Ci si dimentica sempre che il ritrovo per questa manifestazione è in una specie di canalone, che converge con forza l’aria frizzante che precipita dalle Dolomiti.

Complice uno scampolo di primavera che invitava a pantaloncini corti e maglietta (in pianura) non sono mancati i brividi di sorpresa una volta scesi dalla macchina in parcheggio.

Al di là dello shock iniziale il clima era però ideale per la corsa, fresco e coperto.

Con l’aiuto dell’ormai collaudato percorso, un paradiso della propriocezione, la giornata è scorsa piacevolmente. Non che se ne dubitasse prima, ma è sempre bello averne conferma.

Ennesima conferma, inoltre, che un lavoro serio sulla tecnica di corsa può rendere divertenti anche uscite per le quali non si è completamente preparati.
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18ma Marcia dei castelli - Susegana (TV)

4444 iscritti, proclamava lo speaker alla fine.

E a giudicare dalla polvere sollevata nei tratti sterrati direi che c’erano tutti. Non è facile gestire un assalto del genere, e tutto considerato le strutture mi sembra abbiano tenuto.

Il tempo, di una primavera da pubblicità, ha aiutato un percorso bello di suo, il Collalto, le cui ondulazioni ricordano momenti facili e difficili, ascese impervie e declivi dolci, e viceversa.

Un affascinante promemoria della varietà della vita, ché a volte sembra vada sempre tutto male.
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Libro: "Perseverare è Umano" di Pietro Trabucchi

La ciliegina sulla torta che è stato il precedente “Resisto Dunque Sono”, dello stesso autore.

Lo stile è sempre quello, pratico e sensato, con la conseguenza che è un saggio che si legge come un romanzo. Le storie sono appassionanti, le riflessioni condivisibili e le conclusioni auspicabili.

Per chi non sappia di cosa si parli, prima una tiratina d’orecchie, perché al giorno d’oggi chi si interessi di corsa e non conosca Trabucchi se la merita.

Poi un invito a leggere e diffondere, perché si analizzano e spiegano le basi della vita: affrontare i problemi, non solo quelli della corsa.

Si parla di motivazione, cioè la capacità di mantenere un desiderio vivo nel tempo, nonostante le difficoltà. Di fattori che la influenzano in negativo ed in positivo, sia a livello individuale che di gruppo.

Come sempre i capitoli sulla ristrutturazione cognitiva sono quelli che mi hanno affascinato maggiormente.

La capacità di attribuire un significato utile a quello che succede.

In fondo la realtà è quella che è, non possiamo farci molto, ma molto possiamo fare per il modo in cui reagiamo a quello che succede.

Facile a dirsi, ovviamente, ma è sempre utile ricordarselo, ché poi quando succedono le cose è facile distrarsi con l’alibi del “capitano tutte a me”.

Fra l’altro nel libro si cita che le capacità di autocontrollo e quelle di concentrazione risiedono in aree prefrontali della corteccia cerebrale che si influenzano a vicenda, con interessanti riflessioni sugli effetti della meditazione (intesa come attività in cui si cerca di essere nel qui e ora).

Belli i passi sull’accettazione del disagio e della sofferenza, e di come questa sia mediata culturalmente e non un valore assoluto.

Un libro che fa riflettere, e basterebbe quello per consigliarlo.
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Treviso Marathon

Chilometro tre, la lepre Ugandese, e i due Kenyani favoriti della gara, Chemchir e Kwalia. Si viaggia sui 3’05”/3’06”.

Kwalia però non è che viaggi confortevole, il passo è pesante e assomiglia tanto a uno che sia alla fine di una ripetuta sui tremila. Respirazione affannosa, occhio che tradisce un pensiero al tepore delle mura domestiche.

Infatti si stacca poco dopo, e pian piano diventa un puntino lontano nel rettilineo.

Verso il decimo chilometro le condizioni di Kwalia destano preoccupazione, si teme non arriverà nemmeno alla macchina di supporto delle lepri, in attesa al quindicesimo.

Chilometro dodici, qualcosa è cambiato, Kwalia sembra più sciolto, l’andatura più allegra e dà l’impressione di aver aumentato il ritmo. I battistrada non sono in vista, è il centro di Conegliano, e hanno almeno due o tre minuti di vantaggio.

Ritornati sulla Pontebbana, complici i rettilinei che dominano il percorso, Chemchir e collega tornano in vista, le canottiere gialle sempre più visibili. Metro per metro la distanza si accorcia, percettibilmente

Poco dopo Ponte Della Priula, intorno al diciannovesimo chilometro, il ricongiungimento.

Da lì proseguono appaiati, anche dopo che la lepre termina il suo compito.

Un regista romantico a questo punto spingerebbe con la forza del giusto Kwalia sul gradino più alto del podio.

Ma questa è la vita vera, l’impresa è già stata compiuta, il prezzo pagato sarà l’incapacità di reagire all’attacco finale di Chemchir, che si invola nei pressi dell’arrivo, guadagnando pochi secondi cruciali per vincere in solitaria.

Ma sarà poi l’unico ad aver vinto?

Chiunque abbia mai corso per più di qualche metro conosce quella sensazione cupa di sconfitta. La Crisi. Il corpo protesta, la mente comincia a vacillare, si vorrebbe continuare, all’inizio, poi neppure quello. Viene messa in discussione la stessa presenza fisica in quel luogo “ma chi me lo fa fare?”.

Magari un atleta professionista lo sa chi glielo fa fare, ma nulla toglie (anzi forse peggiora) al senso di disperazione nel vedere, al terzo chilometro di una maratona, gli avversari allontanarsi, ancora freschi, come dovrebbe essere per tutti a quel punto.

Se lo sport prepara alla vita, è in quello spazio tra il terzo e il diciannovesimo che si è imparato qualcosa: a reagire, ché la strada è lunga e “non va mai sempre peggio”.

Grazie Kwalia, una bella lezione.
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Libro: "Il Ragazzo Che Cavalcava Il Vento" di Leonardo Soresi

Il Ragazzo Che Cavalcava Il Vento” è il romanzo d’esordio di Leonardo Soresi, probabilmente il maggior esperto di trail running in Italia, e sicuramente il più conosciuto ed apprezzato.

Oltre a scrivere in riviste e siti del settore, e prima di scrivere, Leonardo è un appassionato della corsa, e un praticante con un curriculum di tutto rispetto nel campo di quelle distanze che vanno oltre la maratona, familiarmente note col nome di “ultra”.

E da questo suo libro traspaiono entrambe con forza: la passione e l’esperienza.

L’ambientazione e quella di un mondo povero e lontano, quello di una popolazione indigena messicana, i Tarahumara, diventati famosi nel mondo della corsa perché è attività in cui eccellono, per costrizioni logistiche e tradizioni culturali.

E Leonardo ci racconta con trasporto la storia di Javier, un adolescente che si affaccia alle responsabilità e brutture del mondo adulto, affrontandole nell’unico modo che conosce, attraverso la corsa, che interpreta con energia e testardaggine.

E’ proprio nelle parti d’azione, in particolare nelle competizioni, che l’esperienza personale di Leonardo emerge con forza, emozionando e muovendo alla commozione, che per me è andata oltre il semplice nodo in gola.

Un libro che parla di sogni alti e ti trascina negli abissi più oscuri della sofferenza.

Chi abbia ma affrontato gli interrogatori della fatica, quelle domande sul “cosa ci fai quì, ma vai a casa”, quei dolori fisici e dell’anima, si riconoscerà in molte delle pagine, e si ritroverà con i palmi delle mani sudate ad accompagnare Javier verso quei momenti di euforia, anche questi familiari, che durano magari un attimo, ma lasciano un segno altrettanto profondo.

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Corsi e ricorsi

Il 13 ottobre 2004 iniziava questo sito, raccolta di impressioni sulla corsa, a futura memoria.

Il futuro è arrivato più volte, e spesso ho tratto vantaggio dalle note passate.

L’estate appena trascorsa è stata piagata da infortuni di varie specie e dimensioni, fisici e mentali (ma saranno poi tanto diversi?).

Non ho mai smesso di pensare alla corsa e cercare di capire, pur avendo corso meno e scrittone ancora meno.

Poi ho pensato che dovrei correre senza pensare ed è cominciata ad andare molto meglio.
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Libro:"PRE" di Tom Jordan

sottotitolo "The Story of America's Greatest Running Legend, Steve Prefontaine"

In queste pagine si è parlato spesso di Steve Prefontaine, scomparso a soli 24 anni, nel 1975, ma che ha lasciato un’eredità pesante nel mezzofondo Statunitense.

Questo libro è del 1977, con una seconda edizione rinfrescta nel 1997, e racconta con la praticità dell’epoca del periodo di vità più significativo dal punto di vista atletico, tra il 1969 e, appunto, il 1975.

Gare e allenamenti sono ricche dei dettagli numerici che appassioneranno gli statistici, e c’è qualche scorcio nel carattere complesso del personaggio, purtroppo non quanto la sensibilità del nuovo secolo ci ha abituato ad aspettarsi.

Nel complesso non un capolavoro, ma un solido mattoncino nella conoscenza della storia del mezzofondo mondiale, cui Prefontaine ha dato un contributo generoso, sia in termini di prestazioni che di personalità.

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aggiungo quì sotto una storia che ho scritto nel 2005 (potrei mettere il link ma preferisco che sia anche quì ) e che al tempo avevo capito solo emozionalmente e non concettualmente.

Negli ultimi sei anni sono stati fatti passi avanti notevoli (almeno da me, gli altri magari c’erano già arrivati) nel comprendere quelli che sono i limiti della prestazione, molto più mentali di quanto non si ritenesse nel passato.

Parla di Don Kardong, che ha corso assieme a Prefontaine:

Confini Sfumati

Don Kardong, arrivato alla soglia dei quarant'anni, ebbe un ritorno di fiamma, agonistica.

La fiamma l'aveva già vista da vicino, sfiorando il podio olimpico di maratona nel 1976, e poi aveva continuato a correre per proprio piacere, senza quella dedizione che l'attività agonistica richiede.

La lusinga di qualche successo tra i master risvegliò lo spirito indomito che lo contraddistingueva e, tra le altre cose, si recò in laboratorio per una serie di test sulle sue condizioni attuali.

Il paragone con l'olimpionico di dodici anni prima fu piuttosto traumatico, tutti gli indici erano peggiorati: 5 chili in più , percentuale di grasso da 5,7 a 14, massimo consumo di ossigeno da 77 a 63, e così via, di tristezza in tristezza.

Don ricordava che, quando gareggiava, il massimo consumo di ossigeno era un dato da tutti aspettato, come una specie di sentenza su chi sarebbe riuscito a battere chi. E nei primi anni settanta Steve Prefontaine era sempre quello che aveva il valore più elevato.

Esaminati i dati del prossimo quarantenne il medico, però, si stupì di una prestazione che andava contro a tutti gli altri risultati: sul treadmill aveva tenuto duro ben più di quanto ci si potesse aspettare dalle altre evidenze sperimentali.

Don spiegò che, anni prima, la volta in cui venne battuto con più difficoltà da Steve Prefontaine, vide quest'ultimo arrivare stremato come alla fine di quel test sul treadmill, in cui Prefontaine aveva corso 8'30" prima di crollare. Memore di questo strinse i denti, e quant'altro stringibile, per arrivare a 8'45" sul medesimo test. "Almeno una volta in vita mia sono riuscito a battere Prefontaine".

I limiti, se esistono, restano un mistero curioso.

16.04.05
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