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Col de Moi e la certezza della pena
Con il Col de Moi, "cima" a 1358m slm alle spalle di Valmareno, avevo un conto in sospeso, più d'uno in realtà, perché non l'ho mai conquistato senza penare nell'ultima parte.

Il clima ballerino mi ha allontanato dal coinvolgere amici da inzuppare e così l'ho affrontato in solitaria, non prima di aver
avvisato casa sulle mie intenzioni.

Ho provato la direttissima, su per la strada dietro Valmareno, e poi a destra sul 1072, troi val de foran, che non avevo mai percorso, l'equivalente sentieristico di una scala a pioli, o poco meno

Rassegnato alla pendenza ho innestato le ridotte e progredito fino alla cima, passando per tratti in cui l'erba era effettivamente alta.

Ma per la prima volta quell'ultima erta non è stata una via crucis, con tutte le stazioni e forse qualcuna in più.

Mi stavo quindi godendo da vincitore la discesa verso Praderadego quando dei rumori nella foresta mi hanno bloccato. E mi è venuto in mente di come la certezza della pena, e non la sua gravità, sia in effetti il deterrente più efficace.

La remota possibilità che una zecca mi assalisse, per poi forse trasmettermi una encefalite dagli esiti, forse, letali non mi aveva infatti minimamente rallentato in precedenza, avanzando nell'erba altezza vita.

Adesso, più di un quintale di cinghiale di traverso sul
mio sentiero mi stava congelando sul posto. Uno dei due in effetti se n'era andato subito grugnendo in un linguaggio incomprensibile, ma l'altro (la madre?), non sembrava intenzionato a cedere. Rischio di assalto, non quantificabile, ma perché rischiare? Rapido dietro front e ricerca di una via alternativa. Fortunatamente ero in zona piuttosto conosciuta e ho trovato una scorciatoia per riunirmi al sentiero un po' più in basso.

Il finale è stato di pura soddisfazione nella discesa sterrata che riporta a Valmareno, poche volte corsa così velocemente. Lo attribuisco alla forma del periodo, il cinghiale era ormai alle spalle, ma non vicino.
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22ma Corsa di Sant'Antonio - Gorgo al Monticano TV
Altro percorso, in pianura sì, ma vario e divertente. Passaggi dentro il ,mini, parco della Villa Foscarini, e quello del ristorante Revedin, più un sentiero dentro un tratto boscoso. Poi un sacco di campagna , argine e qualche tratto asfaltato.

Nel complesso comunque scorrevole, e con più ristori del solito, tre sicuri, se non quattro, nel percorso della 12km.

A livello personale, complice una lepre scatenata, ne è uscito una delle migliori prestazioni dell'ultimo anno. Corsa tutta cercando di non forzare, visto che in teoria sono ancora in recupero dai recenti impegni "agonistici".

Uno dei sistemi che ho applicato di più è quello della marionetta. Due fili mi guidavano, uno attaccato alla sommita della testa mi tirava verso l'alto-leggermente-avanti, e l'altro attaccato cinque centimetri sotto l'ombelico, mi tirava avanti.

Fili ideali, certo, ma il corpo e la mente faticano a distinguere una situazione vividamente immaginata da una reale.
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Maratona di Scandiano (RE)
Dai produttori della Maratona di Reggio Emilia (se non la conoscete significa che non vi occupate di Maratona e/o non siete Italiani) ecco che più o meno ogni primo venerdì sera di Giugno ci viene offerta questa simpatica manifestazione.

Trattasi di maratona normale cui viene affiancata la staffetta (6 atleti per 7km ciascuno, il primo fa 195 metri in più ) corsa su un circuito di 1400 metri che ruota attorno alla pista di Scandiano, cittadina sportiva, tra Modena e Reggio Emilia, ai piedi delle colline che preludono all'appennino emiliano.

Gli individuali erano una ventina a fronte di sessantasette squadre, alcune molto agguerrite.

Nota personale, venendo da un periodo in preparazione di un'ultra in montagna ero quanto di più lontano mentalmente e fisicamente da un 7km in piano misto pista/asfalto/sterrato, e si è visto.

Già alla partenza, ero in prima frazione, mi faceva strano non avere la borraccia e un po' di cibo di riserva, che sì, i ristori hanno detto che ci sono, ma non si sa mai.
Poi sono partiti tutti come dei fulmini, ero praticamente ultimo dopo cento metri, complice anche un riscaldmaento approssimato per difetto.
I sorpassi: in montagna ti affianchi, scambi due parole, nella durata di un sorpasso in genere vieni a conoscere i dati anagrafici base del tuo 'avversario', a volte stringi anche una breve amicizia. In pista devi stare all'erta, per non creare intralcio, e perché lo spostamento d'aria rischia di farti del male.

Alla fine della serata, le frazioni corse saranno due, complice l'assenza di qualche compagno di squadra, e la consapevolezza una, se mai servisse ulteriore conferma: il nostro fisico si adatta in maniera estremamente specifica.

Lo dimostra il fatto che già la prima frazione mi ha causato doloretti che non avevo da tempo, e tre piccole vesciche a piedi che erano usciti intonsi da oltre 12 ore su sentieri di montagna.

Questo è la grande verità da cui spiccano il volo tutte le tabelle di allenamento, con un piccolo problema, il fisico si adatta velocemente, ma se lo stimolo resta uguale dopo un po' si stabilizza e non migliora più, anzi peggiora.

Chi inizia a correre può semplicemente uscire e per le prime settimane probabilmente riuscirà ogni seduta (ma perché una sessione di allenamento di corsa si chiama 'seduta'?) a correre più a lungo e più velocemente della precedente.

Poi però si raggiungerà un limite oltre il quale si comincerà addirittura a peggiorare, e quindi bisogna inventarsi una specie di variabilità nella specificità del lavoro.

Ma non è finita, perché se per esempio lasci le ripetute veloci, perché tanto non ti servono per fare il Passatore, dopo un po' le tue qualità muscolari, tecniche e aerobiche scadranno, e quindi correrai peggio, a rischio infortuni, facendo più fatica e andando più lentamente.

Un lavoro generale è quindi sempre consigliabile, anche perché, dovesse sorgere la necessità di una frazione veloce per una staffetta, si è pronti.
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Progetto di documentario su Marco Olmo
Sembra sia ancora un lavoro in corso, però ci sono già due o tre bei momenti. Per chi non sappia chi è Marco Olmo, direi solo che ha vinto l'Ultra Trail du Mont Blanc (160km circa attorno al Monte Bianco).

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Finesettimana del tre per dieci (chilometri)
Sabato, due giri del lago morto, e laghetti blu.
Sterrato tecnico da montagna e sentiero, su e giù tranquillo a parte tre strappetti cattivi.

Domenica,
3a marcia amici del parco Bolda, Santa Lucia di Piave.
Per gli amici dell'asfalto orizzontale, con solo una spruzzata di sterrato. Bella scorrevole, non c'è che dire.

Lunedì,
9a passeggiata alla scoperta del territorio, Soffratta di Mareno di Piave.
Argine, bordo campi e sterrato di campagna, erba e sconnesso soffice. Che bei posti che abbiamo quì in giro.

In genere preferisco, non solo io, anche il buon senso e buona parte degli allenatori, non fare due giorni consecutivi lo stesso lavoro. In realtà si è trattato di tre attività tutto sommato diverse (ma proprio tanto), che hanno sollecitato gruppi muscolari e abilità differenti.

Un motivo in più, al di là delle preferenze personali, per alternare superfici e inclinazioni su cui si corre. Un investimento in termini di capacità di adattamento e prevenzioni infortuni.
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Strategie e tattiche per la gestione delle crisi
Chi abbia corso, poco o tanto non importa, sa che il momento di difficoltà, La Crisi, prima o poi arriva.

Chi abbia letto qualche libro di Trabucchi (vedi
riferimenti bibliografici) sa anche che c'è un dialogo tra corpo e mente in cui entrambi si influenzano a vicenda.

Questo significa che se il corpo dice che è stanco, e la mente gli risponde che è vero, il corpo si sentirà ancora più stanco, forte di questa validazione.

E' però anche vero il contrario, se uno dei due (corpo e mente) fa finta che non sia vero, l'altro ci casca e reagisce ristrutturando le sue sensazioni, arrivando a stravolgimenti miracolosi della situazione.

Prima di andare sulla possibilità di influire volontariamente sulla situazione, vediamo tre esempi di soluzione "involontaria" di una crisi, e pensate se non vi sia mai capitato.
State correndo, esausti per aver forzato ai limiti delle vostre possibilità. Il mondo vi appare grigio e lattiginoso, trascinate i piedi e avete rischiato di inciampare, o l'avete fatto, su un sasso neanche tanto grande, e da lontano vedete comparire:
1) i vostri amici che vi incitano a gran voce applaudendo;
2) un fotografo dell'organizzazione che immortalerà la vostra condizione per i posteri;
3) un pastore tedesco che pare non troppo felice del vostro arrivo.

Ditemi che tutte le vostre miserie legate alla stanchezza non scompaiono per un tempo più o meno lungo, senza che le vostre condizioni fisiche siano effettivamente cambiate.

Una volta coscienti di questo doppio filo che lega corpo e mente vediamo come si può influenzare questo dialogo.
Per prima cosa io direi di fare una rapida valutazione dei motivi della crisi, che possono essere seri o meno.

Per esempio avere corso le ultime due ore in pieno sole, senza bere una goccia d'acqua, e sentire una certa secchezza delle fauci lo potremo per comodità definire un motivo serio. Se al settimo chilometro di un diecimila avete un momento di difficoltà direi che potremmo definirne il motivo come meno serio.

Nel caso di crisi causate da problemi di tipo metabolico, fame, sete, squilibrio di sali, è opportuno comunque agire sulle cause principali perché ogni trucco mentale è destinato a durare poco (ma comunque potrebbe funzionare per un po').

Ma vediamo quali potrebbero essere queste tattiche.

Una delle mie preferite e quella di togliermi l'onere della decisione. Quel tarlo che, specie se sei stanco, ti consuma energie a gratis, che potrebbero essere meglio spese.

"Mmmh, fa freddo, tira vento, un tempaccio per uscire".
Questa è una crisi preventiva, priva di basi metaboliche, che ho dovuto affrontare parecchie volte. Beh, io esco comunque dieci minuti, e se poi sto proprio male torno dentro. Una volta fuori e avviati in genere si continua ad andare.

Nelle gare lunghe il ritiro non lo prendo in considerazione, a meno di infortuni che possano crearmi problemi a lungo termine. Non ho la pressione di dover pensare "mi fermo o no?" e quindi posso rilassarmi e pensare ad avanzare.

Domenica, dopo un terzo di gara, in piena crisi, l'idea di ritirarmi mi aveva onestamente sfiorato.

Però non avevo problemi fisici, e ho prima pensato che avrei dovuto telefonare e spiegare a tutti che non ce l'avevo fatta.

Un lavoraccio, mi son detto, non voglio farlo, né voglio rendere inutile il sacrificio di chi è venuto a sostenermi.

E poi mi è venuta in mente la frase di Livio Tretto, quando gli dissero che il suo allenatore pensava non ce l'avrebbe fatta a finire gli ultimi 15km di una 100:
"Si è vero...forse...ma avrebbero dovuto spararmi nella schiena..."

Così ho lasciato la decisione ai direttori di gara, se non arrivavo ai cancelli in tempo era giusto che mi abbattessero.

Loro.

Io sarei andato avanti sino ad allora.

Una volta tolto l'onere della decisione di fermarsi rimane comunque il problema di andare avanti.

Una prima tattica potrebbe essere di tipo fisico: accorciare il passo, alleggerire l'appoggio, sistemare la postura (in pratica quello che facciamo quando vediamo il fotografo in lontananza). Da provare, non richiede sforzi di motivazione e ci fa sentire subito meglio. Uno di quei casi in cui la forma equivale a sostanza.

Un'altra invece di tipo mentale. Sessanta chilometri sono una distanza enorme, in fondo anche dieci. Se ci poniamo l'obiettivo di arrivare solo fino al prossimo cartello chilometrico ecco che l'impresa sembra percorribile. Uno dei miei riferimenti in questo campo era arrivata a porsi l'obiettivo di contare fino a 100, e poi vedere. Nel caso di gare in montagna lo scollinamento è sempre un bel posto dove porre il proprio traguardo parziale.

Una delle crisi che a me stava proprio antipatica era quella del settimo chilometro sulle gare di dieci. Non aveva motivazioni serie per me e non la voleva degnare neanche di trucchi, la battevo a viso aperto sistemando la postura e accelerando. Questione di qualche centinaio di metri e ci si poteva rilassare sull'andatura di gara che a quel punto sembrava pure facile.

C'è poi chi usa i mantra da ripetersi in modo da entrare in una specie di trance. Io non è che ci riesca. Quello di
Sarah Reinertsen è "hot shower, cold beer, straight ahead". Che suona più o meno "doccia calda, birra fredda, dritto avanti".

E poi ce ne sono altre, ma non oggi. A livello generale è importante acquisire la consapevolezza che fatica e difficoltà fanno parte della corsa, non come avversari ma come parte integrante del processo di apprendimento. La fatica va quindi accettata, ma su questo ci sto ancora lavorando.

In estrema sintesi, la cosa più importante da ricordare è che
se pensiamo di essere stanchi in effetti lo saremo, e viceversa.
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Puro Stile Prefontaine
"Il giro posso anche perderlo, comunque chi lo vincerà soffrirà"

Danilo Di Luca

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Considerazioni tecniche su GRPTV
Sconfitte e vittorie servono a ben poco se non si impara qualcosa dall'esperienza, e quindi vediamo se ci riesco.

Si
parlava ieri del GRPTV con note di colore e riguardanti l'organizzazione.

Oggi ho fatto un'oretta e un quarto di camminata veloce alternata a dei piccoli tratti di corsa. Nel complesso sono a posto, fastidio alla testa dei femori specialmente correndo su asfalto, muscolarmente stanco ma pochissimi dolori, tendini a posto.

Primo pensiero: incredibile.

Secondo: la tecnica di corsa, su cui ho lavorato in particolare negli ultimi quattro anni, ha pagato.

Perché andiamo un attimo a vedere la preparazione, durata quattro mesi, partendo da una base di circa 35/40km settimanali, in tre sedute di corsa e due passeggiate in piano da un'ora, e con "lunghi" domenicali da 11/12km. Ci sono anche due sedute casalinghe di potenziamento della parte superiore del corpo.

Ho mantenuto le garette domenicali come una specie di medio. Ho aumentato gradualmente la durata delle passeggiate spostandole in collina e poi trasformandole in lunghi specifici, con uscita su terreno simile a quello di gara. Per motivi di tempo ho concentrato i lavori superiori alle due ore durante il fine settimana (vedi
ragionamento su back to back).

Di ripetute (che notoriamente non amo) ho fatto solo 3 sedute su una salita piuttosto ripida di circa 400mt. Sia con salita veloce e recupero in discesa, che salita camminando e discesa scavezzacollo, più per motivi tecnici quest'ultima.

I tre lavori grossi sono stati
- 3h di passeggiata in montagna il sabato seguita da 3h40' la domenica su parte del terreno di gara,
- 3h la domenica pomeriggio dopo una 12km della mattina
- ultimo lungo 6h fatto il sabato di due settimane prima della gara, seguito da una 11km "tirata" la domenica mattina.

Onestamente non un granché, forse ho superato i 50km complessivi solo nella settimana dell'ultimo lungo. Direi che è possibile migliorare ( :-O significa che hai intenzione di rifarla?) e che mi sono salvato solo grazie ai lavori di tecnica di corsa, che mi hanno consentito di non creare danni.

Conoscendomi so che in gara riesco a fare più o meno il doppio allo stesso ritmo dell'allenamento. Il lungo di sei ore, ma di più la corsa del giorno dopo mi avevano abbastanza tranquillizzato. Ciò non toglie che probabilmente sia partito un po' troppo veloce , non avendo la sensibilità su quanto potessi gestirmi per restare nel tempo limite.

A spanne direi che il periodo di lavoro specifico va allungato di almeno un mese, partendo da una base un po' più consistente. Qualche lungo in più, non necessariamente di durata superiore alle 6/7 ore, ma che preveda almeno due salite principali ripide. Incrementare le sedute tecniche su discese ripide, decisamente.

Abbigliamento ed accessori utilizzati*:
- Nike Structure triax 11+ molto bene**, i piedi sembrano nuovi di fabbrica. Forse pagano un po' rispetto alle scarpe da trail su terreni super tecnici, in particolare sentieri inclinati lateralmente e rocciosi, ma su cemento e asfalto riguadagnano il perduto, pereggiando nel mezzo. Siccome alla fine un po' di asfalto e cemento c'è sempre, continuo a posticipare l'acquisto di una scarpa da trail.
- calzini
sock guy personalizzati da PCTR;
- pantaloni da triathlon tipo ciclista sotto i pantaloni corti stile bermuda (nessuna frizione registrata);
- due
cerottini tondi Walgreens sui capezzoli (molto bene, nessun problema anche lì )
- zainetto
camelbak blowfish (quello che si può espandere se si porta tanta roba), modello fuori produzione;
- borraccia
amphipod da mezzo litro, forma eccezionale, da riempire ai ristori e poi godersi alla bisogna. Col sistema vescica integrata più cannuccia non mi trovo perché sono pigro e pulire quella cosa è un incubo, e poi non so mai quanta acqua mi è rimasta, e siccome è sempre a disposizione va a finire che la bevo tutta troppo presto.
- uno o due etti di trail mix casalingo, composto da arachidi salate, m&ms, mandorle, uvetta (un toccasana in cima alle due salite principali);
- due confezioni di
Clifbar shot blocks (un blocchetto ogni tanto)
- berretto con visiera Nike featherlight (leggero ed eccezionale, sia in caso di pioggia che di sole, è bianco ma la parte inferiore della visiera è nera antiriflesso)
- maglia di ricambio con manica lunga (messa quando ha iniziato a piovere. Non è comunque male indossare un capo asciutto dopo aver sudato sette ore nel precedente);
- giacca leggera stile kway (non utilizzata);
- cellulare e biglietto da 20 € in sacchetto da freezer (non utilizzati)
- 4/5 chewingum daygum protex (utilizzati due per un piccolo errore di valutazione sulla distanza di un ristoro, ero rimasto senz'acqua e avevo la bocca un po' secca);
- cerotti compeed per emergenze vesciche (non utilizzati);
- due o tre confezioni da self service di sale da cucina (non utilizzate)
- guanti leggeri in cotone (non utilizzati)
- guanti in pastica da settore verdure del supermercato (non utilizzati)
- borsa in plastica da supermercato (non utilizzata, in ogni caso è probabilmente meglio ritagliare una di quelle coperte termiche che danno agli arrivi delle maratone, per crearsi un corpetto di emergenza in caso di vento o freddo)
- orologio nike fissato alla spallina dello zaino (ottima visibilità quando serve, nessun disturbo, attenzione alle pressioni non intenzionali dei tasti togliendo e rimettendo lo zaino).
- spalmata di protezione solare SPF 15 al mattino. Mi sono salvato solo perché c'erano nuvole, credo che in caso di sole pieno servano fattori di protezione a livello del Kevlar.

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* disclaimer: non ho interessi economici in nessuno dei prodotti citati. Ho degli amici sia alla Clifbar che in PCTR. In ogni caso uso i loro prodotti perché mi ci trovo bene.

** Delle Nike structrure triax 10
non avevo parlato benissimo in quanto appesantite e hummerizzate rispetto alle 9, che invece avevo amato. Con le 11 sono tornati ad una struttura un po' più leggera, ma comunque protettiva. E' tornata purtroppo anche la linguetta che si sposta verso l'esterno.
Devo però dire che le 10 hanno lavorato senza lamentarsi fino praticamente all'altro ieri, e sono morte in silenzio dignitoso, come avevano vissuto, portandomi alla fine del lungo di sei ore prima di spirare tra le mie braccia.
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Grand Raid Delle Prealpi Trevigiane (GPRTV) - Segusino TV
Prima edizione, con scelta tra 34 e 59,7 chilometri.

Ho scelto la lunga, che oltre ai chilometri ha anche parecchi metri, 3445 per la precisione, di dislivello positivo. E c'erano tutti, in quattro dosi massicce, e altre di contorno.

C'era anche il dislivello negativo, perché si partiva ed arrivava più o meno alla stessa altezza. Quello si è percepito più alla fine, quando si precipitava da 1.700 a poco meno di 300 metri sul livello del mare in più o meno 8 chilometri.

Era un da quì a lì, da Segusino a Fadalto, seguendo quella linea di cresta che in genere serve a delineare confini e a rivelare panorami (e quì si parlerebbe di dolomiti e laguna veneta). Un percorso naturale, niente costrutti sintetici a fini agonistici o logistici, ideale per apprezzare la bellezza di questi luoghi, spesso dimenticati a favore di altri più rinomati.
Ma, intendiamoci, niente sconto sulle difficoltà. Di fatto le Prealpi non lo sanno che sono solo dei monti che preparano alle asperità vere, e si comportano da vere montagne, con pendii che si possono osservare da vicino, il suolo ce l'hai di fronte, più che sotto, in più di un tratto.

C'erano nuvole basse, che hanno nascosto le meraviglie intorno per rivelare le miserie interne. Viaggiare per ore con pochi metri di visibilità può essere un bell'esperimento di autocoscienza.

L'organizzazione si è prodigata con generosità nella segnalazione e assistenza sul percorso. C'era l'impressione che, dovesse sorgere un problema, sarebbe immediatamente comparso qualcuno della protezione Civile, o del Soccorso Alpino, per risolvere la situazione. Una sensazione confortante, che ha segnato la mia esperienza in modo positivo, mettendo in secondo piano qualsiasi altro aspetto. Vedere una solitaria figura intabarrata comparire nella nebbia, pronta ad aiutare, mi ha in più di un caso commosso.

Nella prima parte sembra che più d'un partecipante si aspettasse più cibo ai ristori. Memore di varie gare fuori strada io mi ero attrezzato per affrontare eventuali emergenze, compreso uno stomaco che digerisce meglio le cose che mangia di solito. Per cui non me ne sono neanche accorto.

In ben più di un luogo, fisico e virtuale, gli organizzatori stavano e stanno raccogliendo impressioni per migliorare (il vero segreto dell'eccellenza, fare domande) e quindi immagino che l'anno prossimo si potrà banchettare a piacere. Se ci sarò io continuerò comunque a portarmi il kit per le emergenze alimentari, che pesa poco e dà sollievo anche nei luoghi dove le macchine non arrivano, ma la fame sì.

Ognuno ha le sue priorità, per quanto mi riguarda non posso che complimentarmi con gli organizzatori per il già citato lavoro sul percorso, la messe di informazioni a disposizione prima della gara, la cortesia e disponibilità dimostrata in occasione di ogni richiesta.

Da segnalare anche il merito indiretto, che risiede nella scelta, di un percorso in cui ci si è dovuti confrontare con superfici tra le più disparate. Della corsa amo anche il contatto con il terreno, e le diverse risposte che si ottengono da un tappeto di foglie umide, un pascolo d'alta quota, uno sterrato roccioso, e, veramente, chi più ne ha più ne metta.

Il tempo limite era 13 ore, credo quasi fattibile camminando sempre di buon passo. Io ho chiuso in 12h10', correndo anche, ma camminando proprio piano in certi tratti.

Avendo dovuto lottare con una crisi più o meno dall'ora quattro di viaggio, dopo otto ore di corpo a corpo (o corpo a mente?) ero piuttosto incline a considerare l'esperienza come unica e non ripetibile. A distanza di due giorni però, vedo che già inzio a pensare a come potrei prepararmi meglio per limare qualche minuto alla prestazione di quest'anno. Non dovrebbe essere difficile.

Oggi ho guidato fino all'aeroporto di Venezia, 50 chilometri tondi, quasi tutti in piano, a parte qualche cavalcavia, e ho pensato che non era poi una grande distanza da coprire a piedi. Senza fretta.
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Lo Scarico
In un piano di allenamento che si rispetti una delle fasi più importanti e quella de Lo Scarico.

Il corpo, e la mente, temprati e stressati da lunghi, medi, corti e ripetuti, si prendono il meritato riposo prima della gara in modo da farci arrivare alla partenza al meglio di quello che possiamo essere in quel momento.

Fase importante, si diceva, perché se faccio una maratona il mercoledì, "per provare il percorso", è probabile che arrivi istruito alla domenica, ma di certo non al meglio, in quanto una maratona si recupera in più settimane.

L'esempio era estremo, lo so. Ma chi non ha mai pensato che, forse, facendo quell'ultimo allenamento tirato si può limare qualcosa al tempo di arrivo.

Fase importante ma anche delicata, perché non si può più migliorare, si può solo mantenere, lucidare e far risplendere il lavoro fatto finora.

Si può al limite peggiorare facendo qualche stupidata.

Tipo spostare mobili pesanti da soli piegando la schiena in modo inconsueto, o inciampare su un sasso che era lì da sempre, e che fino al giorno prima della gara abbiamo sempre evitato. O anche solo mangiare al ristorante messicano per la prima volta proprio il sabato sera (nulla contro il messicano, anzi, era per far passare l'idea del cibo strano e mai provato).

Questa fase è dunque anche la fase più noiosa ed irritante. Gli allenamenti vengono diminuiti gradualmente, si mantiene la qualità ma si taglia abbondantemente sulla quantità. Ciò fornisce maggior tempo libero e minori endorfine, una combinazione letale per i familiari di chi stia facendo scarico.

Quanto dura? Dipende da quanto tempo ci si impiega a recuperare l'ultimo lungo. Se parliamo di maratone o ultra, in genere si considerano tre settimane. Sicuramente le ultime due.

Non si può provare niente di nuovo, per scaramanzia in parte, e perché non c'è tempo per recuperare eventuali errori. Niente cibo esotico al nostro stomaco, niente abbigliamento appena comprato e, soprattutto, niente scarpe nuove.

Sei lì cristallizzato in un mondo in cui non puoi evolverti.

Una sensazione orribile per un essere umano.
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